Donald Trump e Kim Jong-un: l’incertezza come fattore strutturale

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L’avvicinamento al possibile vertice Trump-Kim è sembrato un’altalena quasi impazzita di annunci, speranze, smentite, accuse reciproche. Si tratta, in ogni caso, di un rapporto bilaterale dai caratteri davvero peculiari. Solitamente, un summit di questa importanza su un tema delicatissimo come la questione coreana sarebbe preceduto da un accordo già raggiunto dai negoziatori dei due paesi. Tuttavia, ad oggi le due parti non hanno trovato un’intesa, anche per il ruolo preminente giocato direttamente dai due leader e per la conseguente difficoltà di perseguire negoziati “tecnici” in un quadro condiviso.

Le personalità di Trump e Kim – e naturalmente la natura del regime nordcoreano – determinano senza dubbio un contesto poco propizio alla ricerca paziente di un compromesso, ma vi sono altri fattori strutturali a complicare la partita.

Il primo fattore è l’inflazione delle aspettative. Il summit tra le due Coree, tenutosi il 26 aprile scorso, ha portato alla firma della Dichiarazione di Panmunjom per la Pace la Prosperità e l’Unificazione della Penisola Coreana  che include una lista di obiettivi molto ambiziosi: la denuclearizzazione della penisola coreana, la conversione dell’armistizio del 1953 in un trattato di pace e la fine di ogni “attività ostile” tra i due paesi. Questa dichiarazione, accompagnata alle immagini della storica stretta di mano tra Kim Jong-un e Moon Jae-in, ha alzato il livello delle aspettative probabilmente al di là delle realistiche opzioni oggi sul tavolo tra i due governi.

Donald Trump ha contribuito all’inflazione delle aspettative dichiarando più volte che avrebbe “risolto” il problema con la Corea del Nord in tempi rapidi e in modo definitivo, grazie alle proprie presunte straordinarie capacità negoziali. Dichiarando perfino di meritare il premio Nobel per la Pace, il Presidente ha ovviamente voluto dare l’impressione che la pace con Pyongyang fosse davvero a portata di mano.

Il viaggio del Segretario di Stato Mike Pompeo a Pyongyang, culminato con il rilascio di tre cittadini americani tenuti ostaggio dalla Corea del Nord, così come la distruzione volontaria di alcuni siti per testi atomici da parte del regime (in stile altamente mediatico, con la presenza di giornalisti internazionali), ha alimentato questa narrativa dei risultati anche immediati che il negoziato avrebbe potuto produrre.

Il secondo problema relativo al summit riguarda la differenza di percezione in merito alla forza relativa delle due principali parti in causa e alle motivazioni che le hanno spinte al negoziato. L’amministrazione Trump è convinta di aver costretto la Corea del Nord a sedersi al tavolo negoziale attraverso una serie di dimostrazioni di forza: le minacce di guerra preventiva, le recenti esercitazioni militari nella penisola coreana e l’inasprimento delle sanzioni. In sostanza, le minacce di Trump e la sua “calcolata follia” nell’avvicinarsi al baratro della guerra nucleare avrebbero condotto Kim a più miti consigli, accettando la trattativa.

Con tutta probabilità, Kim Jong-un ha affrontato i negoziati da una prospettiva opposta. Alla fine del 2017 la Corea del Nord ha finalmente raggiunto la capacità di colpire il territorio degli Stati Uniti, e ha dunque alterato in modo irreversibile lo status quo, rendendo impossibile un “cambio di regime” di tipo coercitivo da parte americana. Ciò ha permesso alla Corea del Nord di trattare da una posizione più solida rispetto al passato recente, traducendo le proprie nuove capacità militari in risultati diplomatici.

Un terzo problema riguarda la credibilità dei due governi. La Corea del Nord ha violato sistematicamente ogni impegno preso in precedenza in tema di accordi sulla cessazione del programma atomico. Dagli impegni presi nel 1994 con il “Comprehensive Framework” di Ginevra, alle aperture scaturite dalla stagione della Sunshine Policy sudcoreana nei primi anni 2000, agli impegni assunti durante i “Six Party Talks” tra il 2003 e il 2007.

Visti da Pyongyang, neanche gli Stati Uniti appaiono però un partner negoziale credibile. Libia e Iraq, che avevano negoziato la cessazione dei loro programmi nucleari, sono poi stati poi rovesciati da interventi armati guidati da Washington. Inoltre, l’amministrazione Trump è appena uscita dal Joint Comprehensive Plan of Action, ovvero l’accordo che aveva portato alla rinuncia di un programma nucleare militare da parte dell’Iran, in cambio di un allentamento delle sanzioni. Ciò evidentemente mina la credibilità delle promesse americane nella trattativa con Pyongyang.

Infine, recentemente, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton ha proposto il “modello libico” per Corea del Nord – anche se l’amministrazione ha lanciato segnali equivoci sul senso di quelle parole, oscillando tra due “fasi” della questione libica: la rinuncia di Gheddafi al programma nucleare nel 2003, oppure l’abbattimento del regime nel 2011. In ogni caso, ciò sembra aver fornito a Kim, che evidentemente vuole evitare lo stesso destino del leader libico, un ulteriore motivo per conservare il proprio arsenale atomico.

Un ultimo, e fondamentale, ostacolo a negoziati concreti è la profonda differenza tra gli obiettivi americani e nordcoreani. Formalmente, entrambi puntano ad un trattato di pace inter-coreano e alla denuclearizzazione della penisola. Tuttavia, non esiste accordo su cosa questo voglia dire in pratica. Trump tende ad interpretare questo punto con un completo e immediato smantellamento del programma nucleare, offrendo un cambio un’apertura economica, l’allentamento delle sanzioni e, forse, la riduzione delle esercitazioni militari.

Questa prospettiva appare inaccettabile per la Corea del Nord. Pyongyang non pare disposta a  sottoscrivere un accordo che porti effettivamente ad una de-nuclearizzazione totale e verificabile per arrivare ad un trattato di pace, senza altre concessioni preventive. Con tutta probabilità i negoziatori nordcoreani puntano ad ottenere anche altri risultati politici e militari, come il ritiro di parte delle truppe americane in Corea, il ritiro del sistema anti-missile THAAD, la rinegoziazione dell’alleanza tra USA e Corea del Sud (e la fine delle esercitazioni militari congiunte).

Questa osservazione ci porta a considerare un ulteriore elemento di complessità: gli interessi dei maggiori alleati degli Stati Uniti nella regione, cioè Corea del Sud e  Giappone. Seul e Tokyo temevano fin dall’inizio la fretta di Trump e la sua volontà di accreditarsi come abile negoziatore davanti all’opinione pubblica americana, attraverso un “deal” con la Corea del Nord. Ciò avrebbe potuto portare gli Stati Uniti a fare concessioni eccessive all’avversario, a detrimento della credibilità delle alleanze e dell’esercizio della deterrenza estesa in un’area strategicamente molto rischiosa – visto anche il peso crescente della Cina, che è poi anche l’unico vero sostenitore del regime di Kim .

Il governo giapponese ha guardato alla prospettiva del summit considerando un ulteriore fattore di rischio. La posizione giapponese in materia di Corea del Nord è condizionata dalla “questione dei rapimenti”. Il regime nordcoreano tra gli anni Settanta e Ottanta ha rapito dei cittadini giapponesi, poi indottrinati e rieducati per poter lavorare come spie - fatto riconosciuto dallo stesso regime nei primi anni 2000. Tokyo considera la liberazione dei rapiti ancora in vita come precondizione di ogni progresso diplomatico nei confronti di Pyongyang. Uno dei timori del governo giapponese è che questa questione venga ignorata durante trattative dirette tra Trump e Kim.

L’ultimo – ma non certo meno rilevante – fattore da tenere in considerazione è la posizione cinese. Pechino vede con favore una possibile soluzione negoziale nella penisola. Il declino della minaccia nordcoreana nei confronti dei vicini e degli Stati Uniti porterebbe a una minore pressione militare americana e favorirebbe un crescente ruolo di Seul come partner economico. La Cina, tuttavia, è pronta ad impedire qualsiasi evoluzione che vada in direzione dell’unificazione della penisola. Dal punto di vista strategico, ciò significherebbe la scomparsa dello stato cuscinetto che separa i confini cinesi e le basi americane, oltre naturalmente a dar vita a un vicino di dimensioni maggiori.

Prospettive diverse, obiettivi inconciliabili, fretta ed eccessiva ambizione hanno dunque complicato ulteriormente una partita negoziale già estremamente complessa. Certamente, le mosse del Presidente americano hanno sortito almeno due effetti, ormai difficilmente reversibili. Il primo è la legittimazione di Kim Jong-un. Solo pochi mesi fa il leader nord coreano era completamente isolato, con rapporti tesi perfino con l’alleato cinese. In pochi mesi la situazione è assai migliorata dalla sua prospettiva. Il secondo effetto è l’avvio di contatti più frequenti e diretti tra le leadership delle due Coree, il che potrebbe aprire scenari di potenziale divergenza tra Seul e Washington, con Moon che vorrebbe continuare il percorso di distensione iniziato con l’incontro di Aprile, e Trump che senza dubbio vuole avere mani libere nei confronti della Corea del Nord.

Qualunque sia il destino del summit annunciato, nuove dinamiche sono state avviate nell’intera regione.