Crisi coreana: denuclearizzazione tra realtà e utopia

backPrinter-friendly versionSend to friend

aspeniainternal

Missiles on display during a military celebration in North Korea

Un appuntamento sicuro: il 27 aprile a Panmunjeom l’incontro tra il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente sudcoreano Moon Jae-in. Un altro, più importante ma ancora nella nebbia: quello tra Kim e il presidente americano Donald Trump, previsto per fine maggio in luogo da decidere. E a fare da cornice un fuoco d’artificio di riunioni e missioni collegate alla crisi coreana e alla denuclearizzazione della penisola. La diplomazia, insomma, sembra scatenata, sebbene il totem dell’America First e la guerra commerciale che da esso sta scaturendo introducano attriti che nell’Asia nord orientale appaiono particolarmente contraddittori.


I successi della strategia nordcoreana

Sul piano diplomatico la Corea del Nord sembra in grado di gestire a suo vantaggio la “primavera di pace” che sta vivendo la penisola coreana. Il riavvicinamento alla Cina, sancito dal viaggio a sorpresa di Kim a Pechino dal 25 al 28 marzo, ne costituisce una prova. Attraverso di esso si è ristabilita un’intesa con la Cina che appare un successo per entrambe le parti. Tutto il contrario di quanto avviene sul fronte opposto, dove i tre alleati che dovrebbero avere l’obiettivo comune di bloccare i piani nucleari nordcoreani – USA, Corea del Sud e Giappone – vanno ognuno per la propria strada e incontrano sempre nuovi inciampi, che provocano divisioni e crisi di fiducia.

Da quando ha accettato la tregua olimpica proposta da Moon, Kim ha ottenuto tutto quello a cui puntava, compreso evidenziare le contraddizioni nel fronte dei suoi avversari (questo anzi, secondo alcuni, sarebbe il suo vero e unico obiettivo). Ma alla sua azione continua a contrapporsi un altro genere di diplomazia, quella “coercitiva” di Washington, propria dello stile di Trump e da sempre teorizzata da John Bolton, il nuovo Consigliere per la sicurezza nazionale. Bolton non è solo genericamente un falco neocon: già in passato ha lasciato la sua impronta sulla crisi coreana. Fu lui nel 2002, allora sottosegretario di Stato, a sotterrare definitivamente l’accordo quadro sull’arricchimento dell’uranio nordcoreano raggiunto nel 1994 da Bill Clinton. Ora è un sostenitore dell’opzione militare, da tenere in caldo non appena quella diplomatica mostri di non dare i frutti auspicati.

Questa linea si incastra assai bene nella modernizzazione della strategia militare impostata da Trump, che tende a sdoganare l’uso delle armi atomiche di ultima generazione e, nel contesto coreano, fa apparire obsoleto l’approccio di Kim alla deterrenza.


I passi della diplomazia americana

D’altra parte anche la denuclearizzazione della penisola assume un significato diverso se la si guardi da Pyongyang o da Washington. Anche se Kim non ha mai chiarito cosa intenda per denuclearizzazione, è evidente che per i nordcoreani essa non comporta solo la rinuncia al programma nucleare e la creazione di un ben preciso sistema di verifiche e controlli. Presuppone anche l’eliminazione dell’ombrello nucleare americano sulla Corea del Sud e, come logica conseguenza, la chiusura di tutte le basi americane in Corea del Sud. Washington invece non ha mai collegato la denuclearizzazione alla sua presenza militare nella penisola.

Non meno nette sono le divergenze sulle garanzie richieste da Pyongyang. La prima è la fine della minaccia americana, ovvero la firma di un trattato di pace. La seconda è la responsabilizzazione di Cina e Russia. Per i falchi di Washington queste garanzie non possono essere parte integrante dell’accordo, semmai potrebbero esserne la conseguenza. Tuttavia la imprevedibilità del comportamento di Trump, che non è mai “ideologico” né condizionato da precedenti prese di posizione, potrebbe aprire insospettabili canali di comunicazione. Se, come sembra, la guerra commerciale con la Cina è destinata a inasprirsi e se finisse con l’influenzare anche il quadro geostrategico, Trump potrebbe essere tentato di giocare la carta della normalizzazione non tanto e non solo per disinnescare la miccia nordcoreana, quanto per allontanare la Corea del Nord dalla Cina, privando in un orizzonte temporale futuro quest’ultima di uno “Stato cuscinetto” fondamentale per la sua sicurezza.

Anche su modalità e tempi del negoziato Washington e Pyongyang la pensano in modo antitetico. Kim non ha fretta, secondo fonti ufficiose sarebbe perfino disponibile a riavviare quell’infruttuoso negoziato a sei che egli stesso affossò nel 2013, e ciò induce la controparte a pensare che il suo sia solo uno stratagemma per guadagnare tempo. Difficile però, data la complessità della materia, non ipotizzare un negoziato che proceda per tappe, che abbia bisogno di quella road map oggi al centro soprattutto del lavorio della diplomazia sudcoreana.

Gli USA invece, specie dopo l’arrivo di Bolton, sembrano orientati a pretendere il cosiddetto modello libico. Kim insomma dovrebbe seguire l’esempio di Muammar Gheddafi, che nel 2003 accettò di smantellare completamente, con tutte le verifiche del caso, il suo programma nucleare e ottenne in cambio la normalizzazione dei rapporti con Washington. Secondo il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, che cita fonti anonime di Washington, Trump intenderebbe chiedere che la denuclearizzazione sia completata entro sei mesi o al massimo un anno. Potrebbe sembrare una sorta di provocazione data la fine cui andò incontro Gheddafi e forse lo è; ma l’insieme della politica americana è più sfaccettato.

Per il momento sono gli USA ad avere fatto un passo indietro. Non pretendono più che l’impegno alla denuclearizzazione sia la condizione per l’apertura del negoziato e si accontentano che ne sia l’obiettivo. Inoltre, sebbene negando l’evidenza gli americani affermino il contrario, le annuali manovre congiunte coi sudcoreani Foal Eagle/Key Resolve sono state ridimensionate, sia nella durata sia nei mezzi dispiegati. Ne è stato rinviato l’inizio al primo aprile per via della tregua olimpica e dureranno solo un mese anziché due come negli anni passati. Il dispiegamento di uomini resta imponente - 300mila soldati sudcoreani e 11.500 americani – ma sembra che non verranno impiegati gli “strategic asset”. Il risultato è che le manovre non turbano – almeno per ora – la “primavera di pace”. Anzi, negli incontri che segretamente si starebbero svolgendo tra Usa e Corea del Nord in queste settimane, si starebbe discutendo un immediato “pacchetto di compensazione” americano comprendente, oltre ad aiuti economici, l’apertura di una ambasciata (o un ufficio di collegamento) a Pyongyang.


Le spine della posizione sudcoreana

Comunque sia, Moon farà da apripista per Trump. Il suo incontro con Kim, il 27 aprile, servirà a dare un’idea di come potrebbe essere impostato il negoziato. Servirà anche a capire se la denuclearizzazione – cardine del bilaterale USA-Corea del Nord – sia distinguibile dal miglioramento dei rapporti tra le due Coree, l’unico su cui Seul può avere un minimo di voce in capitolo.

La Corea del Sud in effetti si trova in una situazione difficile perché non solo è un vaso di coccio tra vasi di ferro, ma anche perché, nella prospettiva di una rinnovata Sunshine policy, si trova a svolgere nel contempo l’incompatibile triplo ruolo di mediatrice tra le parti (USA e Corea del Nord), di alleata di una delle due parti e di partner negoziale, su temi bilaterali, con l’altra delle due parti. Per di più è considerata, sia della Corea del Nord sia da Washington, una pedina insignificante e magari una possibile vittima sacrificale. Né mancano a Moon problemi di ordine politico interno, specialmente ora che si è avviato l’iter per una riforma costituzionale.

Moon, in più, deve fronteggiare un’amministrazione americana che sembra divertirsi a metterlo in difficoltà. L’anno scorso lo fece col sistema antimissile THAAD, inviso ai cinesi; ora col risanamento dei conti americani, bilancia commerciale in primo luogo. Quest’anno Seul deve rinegoziare, obtorto collo, l’accordo di libero scambio con gli USA, che Trump ha definito orribile, e quello sulla divisione delle spese per il mantenimento in Corea del Sud di 28mila soldati USA (in scadenza a fine anno). Il 23 marzo, Seul ha ottenuto il momentaneo esonero dal pagamento dei dazi su acciaio e alluminio e contestualmente ha annunciato l’intesa sulla revisione dell’accordo di libero scambio. Ma subito dopo Trump ha dichiarato che l’accordo era congelato in attesa di verificare l’andamento del negoziato con la Corea del Nord. Era un avvertimento a Moon, ora più che mai una colomba, sospettata a Washington di perseguire “il negoziato per il negoziato”, con l’obiettivo non della denuclearizzazione ma solo di una diminuzione della tensione per allontanare lo spettro di una devastante guerra in casa propria. Lo scopo: obbligarlo a seguire, nelle trattative bilaterali con il Nord, la linea della “massima pressione” gradita agli americani, ovvero nessuna concessione sull’ammorbidimento delle sanzioni ONU alla Corea del Nord.


Il rischio dell'irrilevanza giapponese

A perorare questa linea è anche il Giappone, spaventato all’idea che l’eventuale accordo passi sulla sua testa e venga concepito ignorando le sue esigenze. In effetti non è infondato il timore che Washington poco si preoccupi dei missili a medio raggio di Kim, che costituiscono una minaccia per la sicurezza nipponica. Difficile se non impossibile anche credere che, qualora si profilasse un’intesa, questa verrebbe bloccata dalla richiesta giapponese di avere piena soddisfazione sul caso dei giapponesi rapiti (sull’argomento sono stati raggiunti accordi bilaterali regolarmente disattesi da Pyongyang).

Per il primo ministro Abe Shinzo il momento è particolarmente difficile. A ottobre aveva stravinto le elezioni atteggiandosi a difensore del Paese contro la minaccia coreana. Ora è stato escluso dalla kermesse diplomatica in corso. Né i due leader coreani né Trump – che intanto gli ha inferto lo schiaffo del mancato esonero dalle tariffe sull’acciaio – hanno pensato di consultarlo. Ad Abe non resta che salvare il salvabile, volando negli USA (per l’incontro con Trump il 17 aprile) e tentando di organizzare un incontro con Kim.




Leggi anche:

Progressi e limiti della deterrenza nucleare della Cina
Giorgio Cuscito

I fattori interni nello scontro diplomatico iraniano-saudita
Aniseh Bassiri Tabrizi