Conversazione tra Marta Dassù e Romano Prodi

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Il presente e il futuro dell'Europa

DASSÙ. L’Europa sembra muoversi secondo dinamiche in parte nuove, dopo elezioni tedesche che hanno confermato Angela Merkel come leader “naturale” del principale paese europeo ma che costringono la Germania a occuparsi soprattutto di se stessa, della propria stabilità interna. Per la Francia di Macron non è stata certo una vittoria: la sua sponda al di là del Reno si è indebolita. Ciò, tuttavia, non ha impedito al presidente francese, con il discorso pronunciato alla Sorbona subito dopo il voto tedesco, di rilanciare la discussione sull’Europa. Proprio quando – a seguito della prova di forza in Spagna – il vecchio continente è esposto a forti tensioni interne. In che direzione si muovono gli assetti continentali?

PRODI. Macron punta chiaramente a riaccendere il “motore” franco-tedesco dell’integrazione europea: due pistoni che lavorano in modo coordinato, facendo leva sui rispettivi punti di forza. Nel decennio passato, il motore è apparso troppo squilibrato a favore di Berlino. Oggi, il tentativo di Macron è di stabilire un rapporto più bilanciato: Parigi può offrire anzitutto una leadership nel settore della sicurezza e difesa, mentre Berlino rimane la maggiore potenza economica e commerciale. Le sfide sono evidenti a tutti: l’America è imprevedibile, in questa fase, e questo di per sé rende più concreto e urgente il problema della difesa europea. Dopo Brexit, la Francia rimane l’unica potenza europea a essere membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e potenza nucleare. E in realtà, un alto profilo francese nel campo della sicurezza e della politica estera è anche nell’interesse tedesco ed europeo; a certe condizioni, naturalmente. A condizione, anzitutto, che la leadership francese punti a costruire lo spazio e gli strumenti per una difesa europea.

Sì, la Francia ha scelto la priorità della sicurezza e difesa, che è poi il suo punto di forza. Anche perché sa che la Germania post elettorale non sarà un partner semplice nella discussione sulla riforma economica dell’eurozona. Ma è decisivo capire fino a che punto cambierà la Germania rispetto all’eredità dei precedenti mandati Merkel, in tutta la loro prevedibilità – l’esatto contrario dell’America di Trump, potremmo dire.

La mia tesi è che, semplicemente, la Germania stia diventando un paese come gli altri. Nel senso che la stabilità garantita dai due grandi partiti tradizionali è per la prima volta entrata in crisi anche in Germania. Certo, non si può par- lare di un vero e proprio collasso dei due grandi partiti storici; rispetto ai trend europei popolari e socialdemocrazia restano ancora centrali. Ma la scossa del sistema politico è evidente. È quasi un miracolo che la fine dell’eccezione tedesca non sia arrivata prima. Ho sempre trovato strano che con quel sistema elettorale – che considero pieno di difetti – il quadro partitico sia rimasto così stabile tanto a lungo. In una certa misura, la Germania resta un caso unico: sono ancora forti le scuole di partito, per esempio; e funzionano ancora le carriere politiche tradizionali dei giovani dirigenti, dai Länder fino al parlamento nazionale. La competizione per entrare a far parte della gioventù democristiana o socialdemocratica ha consentito anche una formazione delle lead- ership che non è più possibile negli altri paesi, con effetti importanti sul quadro politico e sulle caratteristiche della classe politica.Ma le elezioni politiche del 2017 segnalano, lo ripeto, che tutto ciò sta cambiando perfino in Germania; in proporzioni minori che altrove, i due attori principali della politica tedesca appaiono in difficoltà, il quadro politico si frammenta e si consolida un partito populista di estrema destra, cosa che appariva impensabile fino a pochi anni fa.

Dunque, siamo di fronte al declino dell’eccezionalismo tedesco, anche se restano dei fattori di relativa stabilità nel “sistema Germania”. Sono soltanto forze endogene che stanno producendo questo riassetto interno al maggiore paese europeo, o ci sono importanti collegamenti con il quadro internazionale?

La trasformazione delle democrazie occidentali si inserisce in un fenomeno assai più ampio, e si dovrebbe anzi parlare di un’erosione delle dinamiche democratiche su scala globale, ben oltre l’Occidente. Ritengo che stiamo assistendo a una crescita del desiderio di autoritarismo – perfino dove l’autoritarismo c’è già – con un’accentuazione dei tratti non democratici. Si guardi, prendendo appunto il caso di sistemi strutturalmente autoritari, a Xi Jinping in Cina, che oggi non concentra su di sé soltanto governo-partito-esercito, ma ormai anche economia e servizi segreti. Discorso analogo deve farsi per l’Egitto, la Russia e la Turchia – pur partendo da situazioni diverse, naturalmente. Possiamo allargare lo sguardo a paesi come le Filippine – dove la violenta “guerra alla droga”, portata avanti con ogni mezzo dal presidente Duterte, gode di un forte sostegno popolare. Una tendenza simile emerge anche in moltissimi paesi dell’Africa subsahariana, oltre che nel mondo arabo dopo la breve fase delle “primavere”. In quasi tutti questi casi, chi vince le elezioni si ritiene “proprietario” del paese, lo governa di conseguenza e punta apertamente a perpetuare il proprio pieno controllo alla scadenza del mandato elettorale. Insomma: il rischio vero è che tutta una fase storica, segnata dall’espansione della democrazia, si stia chiudendo.

E il mondo occidentale come viene interessato da queste tendenze? Come ha scritto tra gli altri Ivan Krastev, le nostre democrazie hanno vissuto una lunga fase “inclusiva”, aperta verso l’esterno; ma oggi i cittadini vogliono anzitutto protezione e quindi chiedono in qualche modo allo Stato di trasformare la democrazia nazionale in una democrazia “esclusiva”, difesa da confini solidi e fortemente identitaria. In diverse declinazioni, è un fenomeno che sembra crescere su entrambe le sponde dell’Atlantico. In Europa, la democrazia inclusiva si è espressa nei funzionamenti interni dell’UE (con la progressiva condivisione della sovranità) ma anche nell’allargamento. Negli usa, si è fondata storicamente sull’immigrazione e, dal 1945 in poi, sull’ambizione wilsoniana di esportare la democrazia. Adesso soprattutto pesano le contro-spinte: siamo entrati in una fase “asfittica” per la visione democratica?

Intanto, gli Stati Uniti di Trump hanno il grande vantaggio dei loro saldissimi checks and balances, ma è chiaro che nel richiamo alla “America first” c’è la volontà di delegare decisioni a un leader forte, con una visione marcatamente “sovranista” a difesa degli interessi nazionali. In altre realtà politiche emergono tendenze contraddittorie. Guardiamo di nuovo un momento alla Germania; colpisce che le comunità turche presenti in Germania siano preoccupate per i diritti umani ma votino ugualmente Erdogan – proprio perché quel leader promette “sicurezza”.
Dobbiamo chiederci, considerando l’Europa nel suo insieme, quale sarà il passo successivo al declino dei partiti tradizionali: la nascita e la scomparsa di nuovi movimenti politici che a torto o ragione definiamo tutti “populisti”, la scelta di non definire affatto un vero programma fino all’eventuale conquista del potere? Lo sfarinamento del quadro politico produce una sorta di stanchezza dell’opinione pubblica e dunque la richiesta di soluzioni rapide: la tentazione di rispondere con ricette demagogiche è molto forte. E dal populismo all’autoritarismo la strada non è infinita, come indicano le derive attuali in Europa centrorientale.
Il caso della Francia è interessante perché il sistema presidenziale, combinato al sistema elettorale, ha permesso di frenare il Front national e di riassorbire queste tendenze attraverso una delega di tipo più tradizionale al presidente – delega peraltro estesa, proprio grazie all’impianto costituzionale presidenziale. Nel caso della Germania, l’avanzata della destra populista resta contenuta nei numeri, ma condizionerà in ogni caso il dibattito politico interno. E poi esistono le fortissime tensioni interne in Spagna, legate alla prova di forza fra centralismo e secessionismo; mentre in Italia prevale l’incertezza politica. Per riassumere: l’Europa si è ripresa, sul piano economico, dalla crisi del 2008; ma il rischio politico è alto.

Passiamo dalle tendenze interne a quelle di politica estera. Colpisce che una parte delle forze politiche in ascesa in Europa guardino con interesse, in certi casi con aperto favore, alla Russia di Putin. In questo contesto dobbiamo anche aspettarci delle scelte filorusse della Germania? È una questione che si è posta spesso nel recente passato, visto il peso di Berlino nel definire le posizioni europee verso Mosca ma anche i ben noti interessi tedeschi guardando a Est. Si sta spostando in questa direzione il baricentro geopolitico europeo?

Nel lungo periodo credo di sì, ma non soltanto per iniziativa tedesca. Soprattutto se continuerà questa fase di incertezza sulle scelte strategiche degli Stati Uniti, gli europei tenteranno di porre rimedio all’attuale rottura con Mosca e non solo per ragioni economiche. È stato un grosso errore, sul piano geopolitico, spingere la Russia a legarsi così strettamente alla Cina. Se guardiamo agli equilibri globali, è nostro interesse – nostro e degli Stati Uniti – che Mosca funzioni da contrappeso alla crescente potenza cinese: lo dico io, che ho una lunga e amichevole frequentazione della Cina. Un accordo con la Russia, inoltre, è indispensabile per contenere l’instabilità in Medio Oriente. Se guardiamo alla Siria, abbiamo perso cinque anni, con tutte le tragedie che ne sono derivate: una intesa con la Russia è necessaria, anche se non sufficiente, per una soluzione politica.
Inevitabilmente, gli americani e una parte degli europei ritengono la Russia responsabile delle fratture che sono emerse negli ultimi anni e che hanno vanificato la fine della guerra fredda; mentre i russi ritengono che sia vero il contrario, ma il punto essenziale è capire che la Russia non può modernizzarsi da sola. L’economia russa ha grandi eccellenze in alcuni settori limitati, soprattutto scientifici, ma tradizionalmente non sa tradurre le conoscenze in prodotto: per farlo ha bisogno dell’Europa o della Cina – o di entrambe. E a noi europei conviene giocare questa carta: una partnership per la modernizzazione russa è anche nostro interesse. Del resto, il cuore europeo della Russia guarda verso occidente per ragioni culturali, sebbene la componente asiatica del paese fornisca le materie prime e abbia ovviamente una proiezione verso il Pacifico. Ma l’anima asiatica non è politicamente dominante.
Tutto questo è perfettamente chiaro alla Germania: Angela Merkel ha imposto le sanzioni dopo le vicende ucraine e ha tenuto assieme l’Europa su questa linea, pur sapendo che essa è contraria agli interessi economici tedeschi. Lo ha fatto, questa è la mia sensazione, per essere riconosciuta da Washington quale vero leader europeo. Al tempo stesso, la Germania ha coltivato comunque i rapporti bilaterali con Mosca, fino a un accordo come il Nord Stream che francamente appare incompatibile con il regime della sanzioni attualmente in vigore.

Il caso Nord Stream, e in genere le divisioni sulla Russia, chiariscono bene uno dei motivi di debolezza dell’Europa di oggi: l’incapacità dell’UE, grande potenza commerciale, di promuovere gli interessi europei su scala globale. Macron ha spezzato una lancia per un’Europa che si metta in grado di difendere i propri interessi nel mondo anche con strumenti come il controllo degli investimenti strategici. Nella visione del presidente francese, il “sovranismo” può funzionare solo sul piano europeo; se resta una ricetta nazionale aumenta i conflitti interni al vecchio continente proprio in una fase in cui i paesi europei possono riuscire a competere solo su scala continentale.

Dobbiamo mantenere un atteggiamento di apertura economica, ma sulla base di un principio chiaro di reciprocità. Non possiamo tollerare, ad esem- pio, che continuino a esistere settori chiave, e sono parecchi, in cui non è consentito investire in Cina, o che la tutela dei brevetti sia aggirata.La Cina, nella sua complessiva rigidità, ha una resilienza formidabile. Ha mantenuto tassi di crescita molto elevati (attorno al 7% quest’anno); il partito regge, anche usando strumenti peculiari come la lotta alla corruzione e con una nuova fase di accentramento; il progresso tecnologico e culturale è davvero impressionante, e sta raggiungendo in alcuni settori una vera leadership mondiale, ad esempio in quello delle automobili elettriche. Non c’è nessuna ragione al mondo, insomma, per non applicare criteri vincolanti di reciprocità.Emmanuel Macron parla di un’Europa “sovrana”, capace di competere nel mondo. Ma perché questo tipo di Europa sia legittimata e accettata all’inter- no, va difeso un certo equilibrio tra gli interessi economici nazionali. Siamo entrati chiaramente in una fase di consolidamento dei settori industriali europei: è indispensabile che non prevalgano vere e proprie acquisizioni sistemiche a scapito esclusivo delle economie meno solide. È un problema ben presente in Italia, che si trova molto esposta sia per responsabilità del- la classe imprenditoriale sia della leadership politica.
Le aziende familiari attraversano una fase difficile, esposte come sono a una forte competizione, ma non vanno abbandonate al loro destino. E qui il ruolo delle istituzionali nazionali è decisivo. Certo, è giusto puntare a “compagnie di bandiera” europee: Airbus è un precedente da allargare, con un’operazione di consolidamento anche in altri settori. Vivremo un’inevitabile tendenza oligopolistica europea. Il principio da adottare è quello dell’equilibrio, non della simmetria assoluta, ma una tutela degli interessi fondamentali di ogni paese è necessaria per evitare reazioni sociali e politiche che finirebbero per indebolire ulteriormente l’Europa.

Potremmo concludere su questo, sul paradosso dell’Europa. Da una parte, la globalizzazione ha indebolito fortemente le posizioni pro europee; dall’altra, la scala europea sembra necessaria per riuscire a competere sul piano globale. La risposta a questo dilemma divide i partiti e i movimenti politici nei singoli paesi europei, incluso il nostro. E mentre si discute fra apertura e chiusura, fra immigrazione sì e immigrazione no, una parte rilevante della generazione più colta e più istruita del nostro paese decide semplicemente di andarsene. L’Italia, sconfitta dalla prima globalizzazione, rischia di essere battuta anche dalla seconda?

Dobbiamo in effetti tornare alla storia. Lo ripeto sempre fino alla noia: la nostra riflessione deve ritornare all’Italia del Rinascimento. Gli Stati italiani furono all’avanguardia nell’arte della pace e nell’arte della guerra, nell’arte senza aggettivi, nella finanza e nella tecnologia. Quella fase finì con la “prima globalizzazione”, quando l’Italia non unificò e non fu perciò in grado di costruire le caravelle adatte ai nuovi traffici. Oggi i paesi europei – nessuno escluso, perfino la possente Germania – sono in una condizione per molti versi analoga di fronte a Cina e Stati Uniti.
Le nuove caravelle sono Google, Apple, eBay, Alibaba, Amazon, Tencent – e si stanno impadronendo del mondo. Non c’è nessuna caravella europea: se non siamo uniti, non abbiamo gli arsenali per costruire le navi adatte. E non basta certo tassare questi colossi (se non per guadagnare tempo): ci vuole anche una risposta concorrenziale e una strategia di innovazione. Le parole d’ordine devono essere digital agenda, big data, network, connettività. È interessante notare come nel dibattito americano che Trump ha cavalcato fin dalla sua campagna elettorale, la preoccupazione si è concentrata sulle sfide competitive dall’esterno, soprattutto dalla Cina, ma la sfida principale viene in realtà dalla tecnologia stessa. L’Europa deve fare molto di più sul piano tecnologico: deve insomma dotarsi delle “caravelle” necessarie per riuscire a competere sul piano globale.
L’Italia rinascimentale è uscita sconfitta dalla prima globalizzazione. La seconda impone che gli Stati nazionali riescano a cooperare su scala europea: vedremo abbastanza in fretta se il quarto mandato di Merkel, il primo di Macron e il futuro governo italiano saranno all’altezza della sfida o se rischieranno il destino dell’Italia rinascimentale.



Questo articolo fa parte di Aspenia 78 - Relazioni pericolose (edizione cartacea).



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