Commercio mondiale e protezionismo: un passo verso l’egemonia cinese?

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The port of Shanghai

L’inizio del 2017 si sta caratterizzando per una serie di dati economici positivi, provenienti sia da paesi dell’area “avanzata” che da paesi “emergenti”. Molti mercati azionari, anche tra i principali, ne stanno risentendo positivamente, ritoccando o avvicinando i loro massimi storici.

In realtà sarebbe bene essere assai cauti. Quello che molti economisti (il sottoscritto tra essi) hanno definito “New Normal” (un periodo prolungato di inflazione prossima allo zero e tassi di crescita dell’economia contenuti per i paesi avanzati e in riduzione per i paesi emergenti) è ancora vivo e vegeto. Ciò è vero nonostante i dati indichino l’avvio di un periodo di reflazione – dovuto più al recupero dei prezzi del petrolio che a una ripresa di medio-lungo termine del tasso di crescita della produttività totale dei fattori e dell’output potenziale. Piuttosto, i commenti di media e leader politici sembrano indicare un progressivo adattamento psicologico al livello ridotto della dinamica dell’economia, almeno per i paesi avanzati. Di conseguenza, quell’1,5%-2% di crescita del PIL che fino a pochi trimestri fa appariva come testimonianza evidente del prolungamento della crisi nei paesi OCSE, è oggi percepito (più correttamente, in linea con l’ipotesi New Normal) come una prospettiva positiva.

Uno dei fattori strutturali dietro al ridotto dinamismo della crescita globale è la ormai acclarata tendenza alla riduzione del ruolo di motore dell’economia mondiale sostenuto negli ultimi decenni dalla crescita degli scambi commerciali. Nella sua semplicità, il grafico 1 mostra due aspetti: come siano diminuiti i tassi di crescita dell’economia e del commercio mondiale;  come la riduzione dei tassi di crescita delle esportazioni mondiali sia dovuta anche al più basso moltiplicatore del commercio rispetto al PIL stesso (linea tratteggiata gialla). Il risultato è che nel 2016 si è avuta una crescita del commercio globale stimabile intorno all’1,5%, valore che Oxford Economics vede in miglioramento al 2,7% nel 2017, ma comunque molto al di sotto della media di lungo termine del 5%.

I motivi principali della riduzione del moltiplicatore Export/Trade sono da ricercare: a) nell’esaurirsi della riallocazione delle value-chain a livello globale; b) nella sempre minor quota di domanda rivolta a prodotti ad alta intensità di scambi; c) nella politica di diversificazione del modello di sviluppo cinese verso un’economia più orientata ai servizi e al soddisfacimento dei consumi privati con produzione domestica.

 

In questo quadro di crescita ancora moderata di PIL e commercio internazionale si innestano le inquietudini di ampi strati della popolazione in vari paesi: sono proprio i fenomeni che hanno portato alla Brexit prima e all’elezione di Donald Trump poi. L’avanzata in Europa dei movimenti populisti è un ulteriore indicatore del riflusso verso il nazionalismo più ostile nei confronti dello straniero, sia esso un migrante o un prodotto. Questi avvenimenti hanno fatto materializzare lo spettro del ritorno al protezionismo – che, è bene non dimenticarlo, negli anni ‘30 sfociò nella Seconda guerra mondiale. La ricerca di soluzioni facili a problemi complessi può portare a scelte che invece finiscono con l’esacerbare i problemi di fondo.

Un esempio di soluzione facile ma controproducente può essere individuato nell’approccio protezionista di Trump e alle eventuali tariffe da imporre sulle importazioni dei paesi da cui gli USA importano maggiormente. Un elemento portante di tale approccio (sintetizzato nello slogan “America first”) è la volontà di rimpatriare sostanziali quote di produzione attualmente localizzate all’estero in modo da far ripartire l’economia e l’occupazione USA. In realtà i dati provenienti dal mercato del lavoro USA indicano bassa disoccupazione (inferiore al 5%, tra i livelli più bassi dagli anni Ottanta), e anche se il tasso di partecipazione è attualmente al 62,8% (ossia tra i più bassi degli ultimi quaranta anni) in realtà è solo del 2%-3% inferiore alle medie degli ultimi decenni. Di conseguenza, in un contesto di mercato del lavoro alquanto solido, un eventuale robusto aumento della produzione USA si tradurrebbe molto probabilmente in un altrettanto robusto aumento dei prezzi interni (e il recente messaggio della Fed sull’aumento dei tassi nel 2017 tiene già conto proprio di una probabile ripresa dei prezzi interni, a prescindere da eventuali misure protezionistiche).

Gli elementi più significativamente a sfavore della politica protezionistica indicata da Trump sono però proprio quelli relativi all’impatto che essa potrebbe avere sul commercio mondiale, sia in termini di valore complessivo che di riallocazione delle quote e della direzione degli scambi.

Il primo atto di stampo protezionistico adottato dal Presidente è stata la mancata adesione USA al TPP (Trans Pacific Partnership), un’area di scambio tra USA, Canada, Messico e 9 paesi del Pacifico. Il risultato di questa decisione, sostanzialmente isolazionista, rischia di essere un boomerang per gli USA, dato che probabilmente al suo posto finirà per entrare la Cina che rinsalderà ulteriormente il suo crescente ruolo di leader commerciale globale.

Ove Trump, dopo il ritiro dal TPP, decidesse di procedere anche all’imposizione di tariffe significative all’import da Cina, Messico e altri paesi con cui gli USA detengono deficit di conto corrente, la ritorsione di questi paesi sulle loro importazioni dagli USA sarebbe inevitabile. Ne risulterebbe una contrazione violenta del commercio globale (con maggiore produzione interna in sostituzione dei prodotti importati, conseguente aumento dei prezzi e riduzione dell’efficienza dell’intero sistema economico) e una revisione significativa dell’origine/destinazione degli scambi. L’impatto di uno scenario di tipo fortemente protezionistico da parte degli USA è stato quantificato in una riduzione di circa il 4% degli scambi globali mentre il PIL mondiale sacrificherebbe circa il 2% nei soli primi tre anni, con gli USA tra i paesi più colpiti con un taglio del PIL di circa il 5% entro il 2020.

In sintesi, la scelta protezionistica del Presidente (dovesse egli perseverare lungo questa strada per ora più annunciata che realizzata, a esclusione appunto dell’uscita dal TPP) si rivelerebbe penalizzante proprio per l’economia e l’occupazione americana. Sulla base di queste considerazioni appare altamente improbabile che il progetto di protezionismo come presentato in campagna elettorale (o una sua versione poco edulcorata) venga messo in pratica.

In realtà l’intenzione di Trump di rilanciare l’economia americana e allo stesso tempo riportarne in surplus l’attuale deficit di conto corrente richiederebbe una revisione profonda dei meccanismi su cui si basa il sistema economico globale. Dopo la denuncia degli accordi di Bretton Woods da parte del Presidente Nixon nel 1971 e la simultanea fine della convertibilità in oro del dollaro, la moneta USA ha assunto il ruolo di moneta di riserva mondiale, a prescindere dalla garanzia di quantità sufficienti di oro. Negli ultimi decenni, altre monete si sono affacciate come valuta di riserva (Euro, Yen, Renminbi, ecc.), ma il ruolo del dollaro rimane fondamentale per l’equilibrio degli scambi mondiali e ad oggi circa il 60% delle riserve delle banche centrali è denominato in dollari. Il beneficio per gli USA consiste nella possibilità di finanziare a basso costo il proprio deficit pubblico, in quanto la domanda di obbligazioni in dollari è garantita dalla necessità per gli altri paesi di detenerne in quantità rilevanti. Allo stesso tempo tuttavia, la domanda di dollari ne accresce strutturalmente il valore al di sopra di quello che sarebbe il suo livello di equilibrio di mercato, determinando in maniera pressochè strutturale (a meno di continui consistenti recuperi di produttività nei confronti degli altri paesi) una scarsa competitività di prezzo dei prodotti americani (a conferma si veda la linea blu del grafico 2).

Per poter dunque riportare in surplus il conto corrente USA senza sacrificare la domanda interna, occorrerebbe che Washington si facesse promotore di una revisione del sistema monetario globale, chiamando le valute di altri paesi a condividere il ruolo di moneta di riserva – e quindi condividendo con altri paesi l’egemonia planetaria. Forse stiamo assistendo a un ulteriore passo della transizione storica da un mondo unipolare a uno multipolare, o addirittura al passaggio di testimone dagli USA alla Cina. La domanda che sorge spontanea è se Trump e i suoi principali consiglieri siano coscienti di quanto la loro scelta protezionistica possa accelerare la transizione.