Come l’economia russa resiste alla prova del mercato

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Moscow International Business Center

“Voi capirete chi siete soltanto quando vedrete gli altri, la natura russa è troppo elastica per spezzarsi sotto l’influsso dell’Occidente”. Questa citazione del noto impresario teatrale russo Sergej Pavlovic Djagilev, raccolta a inizio secolo scorso, può tornare utile per provare a comprendere come il sistema economico russo sia riuscito a non cadere sotto i colpi delle sanzioni internazionali, da un lato, e dei prezzi in caduta libera delle materie prime, dall’altro. L’economia ha poco a che fare con lo spirito, ma anche alla “scienza triste” si può adattare questa definizione della natura russa, in perenne oscillazione fra una visione aperta al mondo occidentale e le peculiarità eurasiatiche.

La Russia si ritrova in un contesto strutturale che tende al sereno dopo quasi quattro anni di sanzioni economiche imposte per l’annessione della penisola di Crimea. Sanzioni che insieme al calo del prezzo del petrolio, sceso fino a toccare i 27 dollari per un barile di WTI (“West Texas Intermediate”, uno dei due maggiori standard mondiali) proprio nel 2014, avrebbero dovuto mettere in ginocchio il Cremlino.

Eppure, nonostante la recessione, l’economia russa si è dimostrata impermeabile. A inizio anno la banca americana Goldman Sachs ha fatto una previsione di crescita del 3,3% per il 2018. Anche se questo ottimismo è stato smorzato dal ministro dello sviluppo economico, Maksim Oreshkin, durante la recente conferenza annuale del Forum di Gaidar, rimane il dato di fatto che nel 2017 il Pil russo è cresciuto dell’1,4%. Sulla stessa lunghezza d’onda sono le agenzie internazionali di rating, che nel 2015 avevano declassato il credito russo a “spazzatura” con outlook negativo, mentre nelle settimane scorse hanno rivisto al rialzo le loro valutazioni. Moody’s ha emesso un giudzio pari a Ba1, un gradino sotto il grado di investimento e fuori dal livello di guardia, mentre l’outlook positivo sul paese potrebbe protare la Russia fuori dalla fascia “spazzatura” entro 12-18 mesi. Questo perché, secondo Moody’s, le necessità del governo di finanziare la spesa pubblica sono ridotte talmente al minimo che la raccolta fondi è possibile sul mercato interno o, in caso di prestiti in valuta estera, sul mercato internazionale al di là degli Stati Uniti.

Il prezzo del petrolio e quello dei suoi derivati, che incidono per quasi la metà delle esportazioni russe, hanno sempre funzionato come termometro della salute dell’economia. Tradizionalmente, a periodi di quotazioni basse sono corrisposte aperture del sistema economico, dalla perestrojka di Gorbacev alla flat tax degli inizi del secondo millennio, mentre i prezzi alle stelle sono stati portatori di politiche più aggressive, dalla guerra in Afghanistan nel 1979 fino agli interventi in Georgia nel 2008 e in Ucraina nel 2014. Secondo questo trend, il periodo che avrebbe dovuto portare la Russia ad allinearsi con le posizioni euroatlantiche sui principali dossier internazionali, dalla Siria al conflitto ucraino, è invece coinciso con una posizione sempre più decisa del Cremlino. Questo è stato possibile grazie alla stabilità macroeconomica: fiscalità contenuta, libera fluttuazione del rublo e contenimento dell’inflazione, che nel 2017 è stata in media del 3,7%. Sempre da un punto di vista macroeconomico, la valuta forte che la Russia incassa dalla vendita di materie prime sui mercati globali è fondamentale per mantenere stabilità e accumulare riserve su larga scala.

Nel momento di difficoltà quindi il Cremlino è riuscito a tenere il timone saldo grazie a una rinnovata solidità istituzionale e a un approccio molto più pragmatico in termini di scelte politiche. Se prima la parola di Putin era condizione necessaria e sufficiente per dirimere ogni problema, la gestione del potere è diventata ora più tecnica, e questo ha permesso il sorgere di iniziative indipendenti in politica interna. Cartina di tornasole di questo nuovo approccio è il modus operandi della Banca centrale, che ha fatto un ottimo lavoro per tamponare la crisi proprio grazie a una relativa autonomia.

A differenza del 2008-2009, quando furono utilizzati un paio di centinaia di miliardi di liquidità per arginare la fuga selvaggia di capitali e non far deprezzare il rublo, negli ultimi anni la Banca centrale russa ha cambiato registro: libera fluttuazione della moneta, messaggi rassicuranti a fondi pensionistici e investitori istituzionali per evitare fughe, utilizzo strategico e chirurgico dei fondi per ripagare il debito, senza toccare quello sovrano dedicato al pagamento delle pensioni. Inoltre, la responsabile della banca centrale, Elvira Nabiullina, nominata nel 2017 “governatrice dell’anno” dalla rivista The Banker edita dal Financial Times, ha saputo ripulire il settore bancario facendo chiudere una serie di istituti di credito poco trasparenti che contribuivano alla fuga di capitali, con il risultato che ora la corsa verso l’estero è contenuta non solo per le sanzioni, ma anche per una politica monetaria più virtuosa.

La svalutazione del rublo e l’inevitabile perdita di potere d’acquisto non hanno portato a proteste di massa, come era lecito attendersi. Al netto della censura e del controllo della “verticale del potere” (vertikal’ vlasti), il Cremlino ha saputo creare uno spirito di unione patriottica contro un nemico economico esterno, rappresentato dalle sanzioni imposte per l’annessione della Crimea. Anche se i russi non hanno più gli stessi soldi che avevano prima della crisi, la ripresa inizia a intravedersi, con segnali di soddisfazione anche per aver arginato gli effetti negativi delle sanzioni. Il tutto avendo preservato l’orgoglio nazionale. L’economia rimane sospesa fra isolamento e ripetuti tentativi di aperture da parte di alcuni partner europei, Germania in primis, che si scontrano con la volontà americana di tenere il punto fermo sulle sanzioni. Gli imprenditori – europei e non – aspettano solo un segnale per poter tornare in un mercato che, pur tra mille difficoltà e bloccato dalle sanzioni, rimane ricco di opportunità: i russi sono oltre 140 milioni.

Le ombre tuttavia rimangono, perché i margini si sono ridotti e i comportamenti predatori persistono. Può sembrare un paradosso, ma in Russia si verificano meno casi di persecuzione politica che non di procedimenti giudiziari senza fondamento nei confronti di imprenditori e professionisti; molti di loro perdono la propria attività pur senza essere mai entrati in conflitto con le élite dominanti, semplicemente per ragioni predatorie. Come ha notato Bloomberg in un recente reportage, si sta addirittura sviluppando un’industria di servizi rivolta a businessmen russi e stranieri che intendono difendersi dall’illegalità e dall’assalto giudziario motivato solo dall’esproprio.

Secondo una recente ricerca del Centro di ricerca sull’opinione pubblica russa (VCIOM), quasi due terzi dei cittadini temono che l’instabilità economica possa aumentare la disparità sociale, memori delle difficoltà degli anni Novanta cui proprio Putin, secondo la maggioranza dei russi, ha posto rimedio. È anche per queste ragioni che lo riconfermeranno al Cremlino alle elezioni presidenziali di marzo: colui che è considerato il garante della stabilità economica avrà il mandato implicito di garantire una transizione ordinata del potere e assicurare la sopravvivenza del sistema putiniano senza Putin.




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