In Asia, Pechino mostra a Washington le sue carte

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AGF

Nella gestione della crisi coreana la Cina sembra avere le idee più chiare rispetto agli USA. Pechino infatti sa bene che la Corea del Nord è un utilissimo Stato cuscinetto: una protezione per il suo territorio, come ai tempi di Mao, e oggi anche una merce di scambio in vista di negoziati con gli USA di grande importanza, quello sul commercio in primo luogo. In sostanza la Corea del Nord serve alla Cina, e serve così com’è o almeno come si vuole dare l’impressione che sia: sufficientemente ostile al blocco occidentale da indurre gli USA a chiedere a Pechino di svolgere opera di moderazione e di controllo; nel contempo sufficientemente vulnerabile e sensibile alle pressioni cinesi da cedere al momento decisivo. Serve una Corea del Nord che abbaia ma non morde, ovvero che non dia la stura a destabilizzanti avventure militari americane né diventi una “vera” potenza nucleare, con tutte le conseguenze nefaste per la Cina che potrebbero conseguirne, a partire dall’analoga trasformazione del Giappone.

A Washington, Trump deve invece ancora chiarirsi molte idee e oscilla tra denuclearizzazione della penisola coreana, unificazione o garanzia della sicurezza per l’alleato sudcoreano. Non è solo lo schema dell’America first a generare questa confusione. Perfino la politica obamiana del Pivot to Asia si è dipanata mettendo ai margini la questione nordcoreana - in nome della “prudenza strategica” ora abbandonata dalla nuova Amministrazione - senza stabilire adeguati collegamenti tra di essa e gli obiettivi prioritari, come la Trans Pacific Partnership o il contrasto alle mire espansionistiche cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Nondimeno Trump ci mette del suo anche al di là dell’incidente legato alle false informazioni sugli spostamenti della portaerei Carl Vinson. In particolare il coordinamento con la Cina prefigurato nell’incontro di Mar-a-lago, con la disponibilità a un do ut des comprendente la rinuncia ad installare il sistema antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) in Corea del Sud, ha spiazzato sia Seul sia Tokyo.

Anche la Cina comunque ha le sue gatte da pelare. La sua insistenza sul rifiuto delle armi e sul ricorso alla diplomazia ha un limite nella consapevolezza che il trascorrere del tempo parla a favore dei piani nucleari nordcoreani, che non piacciono a Pechino come a Washington. Ora si sarebbe impegnata in una trattativa “segreta” con Pyongyang, che però è di difficile decifrazione. Si punta alla rinuncia da parte di Kim Jong-un al suo programma nucleare (dato per scontato che un semplice congelamento non accontenterebbe Trump) ma senza un cambio di regime nessuno potrebbe fidarsi di tale rinuncia. E sorge allora il problema che la Cina non vuole la fine della dinastia dei Kim, senza la quale ogni evoluzione è possibile.

L’abilità diplomatica di Pechino non va mai sottovalutata. Negli ultimi mesi la Cina ha imboccato con decisione la strada delle sanzioni, approvando e adeguandosi alle risoluzioni dell’ONU, compresa la 2270 del 2 marzo  che proibisce le importazioni del carbone nordcoreano. Ma resta il dubbio che le vendite di carbone siano meno vitali per il regime di Kim di quanto i cinesi si siano premurati di fare credere. Secondo l’International Trade Centre il carbone rappresenta il 35% dell’export nordcoreano, che a sua volta fornisce il 10/20% del PIL. Ne deriva che il carbone incide per il 5/7% sul PIL, cioè è utile ma non indispensabile. E d’altra parte se le importazioni di carbone in Cina sono drasticamente diminuite (51% tra marzo 2016 e 2017) l’interscambio nello stesso periodo è aumentato del 37%. In questa ottica acquista verosimiglianza l’ipotesi che le stesse recenti provocazioni di Pyongyang non siano risultate sgradite ai cinesi, ai quali fornivano il destro per accreditarsi, a Washington e di riflesso a tutti i Paesi dell’Asia, come garanti della sicurezza e della stabilità.

La Corea del Sud fatica a raccogliere il messaggio. Quando era al potere la presidente Park Geun-hye era in corso una luna di miele con Pechino, ma nella attuale confusa fase politica la Cina appare lontanissima. Le sanzioni decretate contro Seul a marzo da Pechino per protestare contro l’installazione del THAAD (blocco del floridissimo flusso turistico) sono un atto di ostilità che ha spinto il governo guidato da Hwang Kyo-ihn – e sulle stesse posizioni era uno dei tre frontrunner per la presidenza, Ahn Cheol-soo - ad affidarsi in toto agli Usa.

Anche il ritorno di fiamma della alleanza con Washington, però, potrebbe avere vita breve. La visita del vice presidente americano Mike Pence ha mostrato che i rapporti con gli USA sono solidi e non li intacca la richiesta americana di rivedere il Trattato commerciale del 2007. Tuttavia Moon Jae-in, eletto Presidente il 9 maggio, ha protestato contro l’avvio della installazione del THAAD ed ha provocato confusione la polemica su chi, tra americani e coreani, debba pagarne i costi. Inoltre ha fatto sensazione la scoperta che l’invio della “armada” americana nelle acque coreane era un bluff. Il resto lo ha fatto l’intervista in cui il presidente americano ha dato l’impressione di aderire alla tesi cinese secondo cui tutta la Corea sia stata “parte della Cina”: un insulto all’orgoglio nazionale. D’altra parte nessuno approva l’idea di un attacco preventivo americano che scatenerebbe devastanti rappresaglie.

Anche per i Paesi dell’ASEAN uno showdown in Corea del Nord sarebbe lo scenario peggiore. Essi semmai sono tentati di svolgere opera di mediazione, magari riesumando il trattato di amicizia del 2008. Le pretese di Pechino sul Mar Cinese Meridionale sono percepite come una aggressione e gli USA restano un indispensabile punto di appoggio. Ma la Cina è un partner insostituibile. Lo stesso Vietnam che, come le Filippine, aveva chiesto un supporto militare americano (e giapponese), è dovuto scendere a compromessi con Pechino. Il temuto isolazionismo di Trump, spinge in questa direzione. Anzi, il fatto che quattro Paesi dell’ASEAN - Malaysia, Vietnam, Indonesia e Thailandia che vantano complessivamente un surplus commerciale di 90 miliardi di dollari con gli USA - siano stati inseriti nella lista nera dei 16 Paesi accusati di truffe commerciali fa temere perfino misure punitiva da parte della nuova Amministrazione. Ora Pence, giunto in Indonesia il 20 aprile con un ramo di ulivo, ha cercato di ricreare un clima di fiducia, promettendo passi concreti per rafforzare la partnership. Inoltre Trump ha sentito la necessità di contattare al telefono  i leader di Filippine, Singapore e Thailandi e il Dipartimento di Stato ha annunciato la ripresa delle operazioni “libertà di navigazione” nel Mar Cinese Meridionale. È presto per dire che si torna alla linea di Obama ma nel Sud Est asiatico ci si augura che alla casa Bianca maturi, dopo le estemporanee scelte di questi giorni, una più ponderata politica dell’Asia first.

Si muove in modo diverso il Giappone, il Paese dell’area che più di ogni altro (Australia esclusa) ha apprezzato la conversione internazionalista di Trump, dalla Siria alla Corea del Nord. Non poteva essere altrimenti, visto che a stretto giro di posta è giunta la rassicurazione circa la saldezza della alleanza tra Tokyo e Washington – definita da Pence pietra miliare della pace e della sicurezza in Asia orientale – e si è aperta una nuova pagina nelle relazioni commerciali con gli USA. Anche l’ormai certo reinserimento da parte di Washington della Corea del Nord nella lista dei paesi sponsor del terrorismo è un segnale che piace a Tokyo, dove per terrorismo si intende un ampio raggio di “provocazioni”, lancio di missili compreso.

Tuttavia il Giappone non può non essere preoccupato dei venti di guerra che spirano dalla penisola coreana per il rischio rappresaglie. Se il Giappone non può essere bersaglio delle artiglierie di Kim come Seul, nondimeno può essere raggiunto dai missili (i quattro caduti a marzo nelle acque territoriali nipponiche sono apparsi un avvertimento preciso). Ci vuole ancora tempo per avere un apparato anti missile efficiente o una forza di attacco (in chiave di first strike o di deterrenza). Questa peraltro andrebbe nella direzione della maggiore presenza regionale cui Abe aspira e che è auspicata dagli americani, ma non diminuirebbe i rischi, anzi li aumenterebbe perché sarebbe la Corea del Nord ad essere tentata da un attacco preventivo.

Non resta pertanto che affidarsi a quel tipo di pressione che va dalle sanzioni alle manovre militari congiunte (come quelle con la Carl Vinson, cominciate a fine aprile vicino alle Filippine e proseguite quando la portaerei è arrivata nelle acque di Okinawa). Quanto alla diplomazia, cooperare con la Cina, per esempio in nome di una penisola coreana denuclearizzata, va bene solo a condizione che Washington non dia credito alle rivendicazioni territoriali cinesi ed anzi – come Pence ha ribadito – copra col suo ombrello militare anche i lembi più remoti del Giappone.