“Dio è morto”, e nessuno ha ancora preso il suo posto

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Nel 1965 Francesco Guccini compose la canzone “Dio è morto”. Il testo, divenuto immediatamente famoso nonostante la censura operata allora dalla RAI, parla ad una generazione e di una generazione, quella dei “sessantottini”, ed è infatti assurto in qualche modo a colonna sonora dei moti studenteschi che, di lì a breve, si sarebbero scatenati in Italia. La canzone parla della fine di un mondo, di una stagione, simboleggiata dalla morte di Dio come emblema di tutte le credenze, i valori e le strutture (fisiche, morali, organizzative e comportamentali) che si erano stabilizzate nel ventennio post-bellico. La facilità con cui le stesse vennero sovvertite ne evidenzia la precarietà in un mondo in evoluzione che premeva per adattarsi a quella che è stata definita la “modernità”.

Nonostante le debite distinzioni, i tratti generali dipinti nel testo musicale sono infatti facilmente estendibili alle esperienze maturate nei molti paesi in cui il ’68 ha significato qualcosa. Un grido di libertà – come è stato spesso definito – che ha scosso il mondo, senza però avviare una fase costituente degna delle sfide poste a fondamento della sua potenza distruttiva. Va qui premesso che nei paesi europei del blocco comunista – nonostante la “primavera di Praga” dello stesso anno – i processi messi in moto dal ’68 hanno vissuto una parabola ritardata e molto più rapida, che ha inoltre escluso alcuni degli elementi caratterizzanti delle rivendicazioni in Occidente.  

Fulcro delle contestazioni è stata l’autorità, da quella religiosa, a quella sociale e politica. Autorità percepita come autoritarismo, e quindi rigettata in tutte le sue forme, a favore dell’emergere della soggettività. La riflessione teorica avviata dagli studenti movimentisti non ha però tenuto conto del fatto che l’autorità è alla base della legittimazione di ogni tipo di politica (inteso come intervento politico) e che le regole sono necessarie per la vita in comunità. Gli studenti si sono quindi ribellati all’autorità di quel momento storico senza elaborarne forme nuove, al punto che sul comunitarismo sbandierato come principio guida, ha prevalso – e tutt’ora prevale – l’individualismo anarchico.

La debolezza della pars construens del movimento di rivolta e la sua eco nei decenni successivi è immediatamente evidente in ambito politico. Il potere non ammette vuoti e, in mancanza dell’individuazione di un obiettivo chiaro ed una strategia coerente con esso che individuasse “alleati e nemici”, le questioni poste in quegli anni sono rimaste irrisolte, mentre il potere ha continuato ad essere variamente esercitato.

Nell’indeterminatezza degli obiettivi e nell’esaltazione dell’individuo, appare paradossale e ingenua la lotta dichiarata dal movimento studentesco dell’Europa occidentale ai due grandi nemici: il capitalismo ed il consumismo. È infatti proprio grazie a questi, ed alla televisione come veicolo di diffusione (oltre che prodotto in sé) che gli aderenti al quel movimento si erano formati, e le loro rivendicazioni non fecero che rafforzarli. Così come, nonostante i Marx, Lenin e Mao sui murales e le bandiere di mezza Europa, la saldatura del movimento studentesco con il movimento operaio organizzato non poteva essere duratura né strutturata. Né sul piano filosofico, né su quello fattuale.

Prova ne è il successo che un buon numero degli agitatori del tempo ha successivamente perseguito in ambito giornalistico, politico, e perfino universitario, all’interno delle strutture che, con tanta veemenza, avevano denunciato. D’altronde, è attribuito a Napoleone l’adagio “nelle rivoluzioni ci sono due tipi di persone: quelli che le fanno e quelli che ne approfittano”.

Tali contraddizioni erano state magistralmente colte da Pier Paolo Pasolini, nella celebre poesia “Il PC ai giovani” sugli scontri di Valle Giulia del marzo ‘68. Nello scenario di individualismo massificato in cui si è avvitato il movimentismo sessantottino, e che l’intellettuale ucciso nel 1975 aveva prefigurato, “l’immaginazione al potere” – slogan tra i più urlati per affermare la libertà “dalle vecchie catene” – ha finito per ritorcersi su se stessa contribuendo infine, paradossalmente, a generare in Italia il fenomeno del “berlusconismo”. Il rifiuto della “politica politicante” (cioè come attività professionale) e la tensione verso la politicizzazione del privato hanno portato un imprenditore, principe del sistema delle telecomunicazioni e suo esperto manipolatore, a essere il centro di gravità della politica e della società per un ventennio (e circa nove anni complessivi di governo) – circondato, d’altronde, da molte figure con un passato sessantottino.

La parabola della politica italiana è, in questo senso, emblematica per più ragioni. In primo luogo, si tratta di uno dei paesi in cui il ’68 è stato più sentito, con strascichi di movimentismo più lunghi benché non di proporzioni importanti come nel caso francese. Ancora, l’Italia ha avuto il partito comunista più forte e radicato dell’Europa occidentale. Infine, i sindacati in Italia sono da sempre fortemente politicizzati.

La mancanza di un’adeguata pars contruens delle rivolte sessantottine ha avuto conseguenze cruciali. Una volta caduta l’URSS, i partiti di sinistra eredi del PCI e i sindacati non sono stati in grado di trovare risposte e proporre soluzioni alternative al liberismo, tornato fortissimamente in auge a partire dagli anni ‘80. Dal punto di vista politico, la popolazione ha quindi continuamente rincorso tutto ciò che fosse presentato come “nuovo” ed affermasse la centralità dell’individuo – nell’illusione di trovarle, queste risposte. In questa luce si spiegano i successi tanto di Silvio Berlusconi quanto di Matteo Renzi, come il fatto che entrambi hanno perso allure nel momento in cui sono stati percepiti come “parte del sistema corrotto”, ed è arrivato qualcuno di più nuovo di loro.  

La continua ricerca di risposte alle profonde questioni poste dal ‘68 non è però evidente solo nel sistema politico inteso in senso stretto; la “società civile” come soggetto politico riconosciuto è figlia di questa ricerca, come lo sono, dall’inizio del millennio in poi, vari movimenti di protesta politico-sociale cresciuti un po’ in tutto il mondo, sia prima che dopo la grande crisi.

Nel nuovo millennio, il deflagrare della crisi economica ha riportato al centro del dibattito bisogni che si pensava essere sopiti, o comunque destinati progressivamente all’estinzione. Questo ha scatenato un’improvvisa richiesta di reti di solidarietà e, in un contesto di crisi dei corpi intermedi della società – iniziata nel ’68 e la cui demonizzazione è stato uno dei tratti distintivi degli anni successivi-, sono nati nuovi movimenti in tutta Europa. La maggior parte di questi sono davvero la riproposizione in chiave aggiornata (ed evoluta attraverso percorsi differenti) dei moti sessantottini, e spesso hanno contribuito alla nascita dei nuovi partiti di sinistra nei diversi Paesi europei.

Anche se il Movimento 5 Stelle si differenzia dagli altri in quanto si autoproclama come nuovo dal punto di vista delle categorie politiche, “né di destra, né di sinistra”, ha in sé almeno un seme di quella comune radice. Il suo rifiuto delle categorie è fedele all’eredità profonda del ’68, e si appoggia sull’ultimo livello di innovazione della comunicazione: internet. Questo esalta il soggettivismo e costituisce anche uno strumento di sostegno alla distruzione di strutture di pensiero e organizzative ritenute – sempre e ancora – inadeguate. Il mantra di derivazione dantesca “a riveder le stelle” richiama, anche semanticamente, all’uscita da uno stato di buio e confusione, ad uno di chiarezza ed ordine (nuovo).

Da un punto di vista sociologico, poi, internet costituisce lo strumento che, dando l’illusione di poter conoscere tutto e quindi non aver bisogno di guide di nessun tipo, porta a compimento il processo di messa in discussione di qualsiasi tipo di autorità, comprese – inferisce, a ragione, Paolo Pombeni in “Che cosa resta del ’68” – la scienza e, in ultima analisi, la razionalità. Se poi Pasolini fosse vivo, con buone probabilità riterrebbe i social network espressione emblematica dell’individualismo massificato.

Ad onor del vero, va qui ricordato che l’anelito comunitarista e solidarista sessantottino ha trovato qualche (sporadicissima) applicazione nella realtà. Il principale esperimento sociale di autogoverno è probabilmente quello della comunità di Christiania a Copenaghen. Tali esperienze, geograficamente lontane dalla matrice centrale del ’68, negano però la vocazione – propria dei sessantottini – ad incidere sulla società nel suo complesso.

L’analisi sull’eredità del Sessantotto in Europa sarebbe però fortemente parziale ed incompleta se non se ne riconoscessero gli effetti positivi e quasi immediati sulla società dell’epoca. L’apertura delle menti e l’irruzione di nuovi gusti e idee hanno condotto all’irruzione sulla scena politica dei diritti civili, alla laicizzazione della società (si pensi a divorzio e aborto), all’avvio di una più ampia discussione sul ruolo della donna, ma anche all’ottenimento di maggiori diritti da parte dei lavoratori (lo Statuto dei lavoratori italiano risale al 1970), anche grazie alla coincidenza delle lotte degli operai con le mobilitazioni degli studenti. Il fatto poi che, nel prosieguo, l’attenzione ai diritti civili abbia talvolta distolto forse troppo l’attenzione da quelli più sociali non è imputabile a coloro che hanno combattuto quelle battaglie.

Il ’68 ha costituito in ogni caso un momento di cesura, di messa in discussione – necessaria - di tutte le vecchie regole, ma non ne ha indicate di nuove. L’assenza di qualsiasi obiettività riconosciuta ha spesso impedito riforme necessarie nelle società europee ed ha lasciato in eredità uno smarrimento valoriale che è degenerato in uno stato di anarchia soggettivista. Per usare un’espressione popolare colorita, il ’68 ha insomma gettato via il bambino con l’acqua sporca. 

“Nel mondo che faremo Dio è risorto” è l’ultimo verso della canzone di Guccini. Ci credevano davvero i Sessantottini, ma, ad oggi, ancora si brancola nel buio.