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Tumori al cervello: scoperto il gene killer. Intervista ad Antonio Iavarone

Tumori al cervello: scoperto il gene killer. Intervista ad Antonio Iavarone

21/09/2012

Una terapia mirata per combattere un tumore fino ad oggi incurabile: Antonio Iavarone, professore al dipartimento di Neurologia del Columbia University Medical Center, è riuscito, insieme al proprio team di ricerca, ad effettuare una scoperta che può cambiare la lotta al cancro. In uno studio, pubblicato a luglio dalla rivista Science, si spiega come il laboratorio di Iavarone sia riuscito ad individuare una nuova alterazione genetica che causa un sottogruppo dei tumori più maligni del cervello, identificando al contempo una terapia mirata che affronti efficacemente questi casi. “È solo la punta dell’iceberg” ha spiegato Iavarone al sito di Aspen: lo studio, infatti, proseguirà con la ricerca di nuove cure per altri tipi di cancro.

Il suo laboratorio ha appena pubblicato uno studio in cui si identifica una mutazione genetica all'origine di alcuni tumori del cervello. Che conseguenze cliniche ha questa scoperta?
Ci siamo occupati di uno dei tumori più maligni per gli umani, quello al cervello, che rappresenta ad oggi un problema completamente insoluto. Mentre negli ultimi 10-15 anni sono stati fatti progressi negli altri tumori, nel cancro al cervello è mancata completamente la possibilità di avere a disposizione nuovi bersagli terapeutici. Mi spiego: la ricerca sul cancro è riuscita negli ultimi tempi a individuare alterazioni molecolari importanti che causano uno stato di dipendenza in alcuni tipi di tumore; queste alterazioni, presenti solo nelle cellule malate, possono diventare un bersaglio per la terapia. Adesso, finalmente, abbiamo un bersaglio anche per alcune forme di tumore al cervello. I farmaci sono già disponibili: si tratta di capire quali utilizzare per ciascun paziente.

Come prosegue il vostro lavoro?
La ricerca ha come obiettivo quello di trovare nuovi tipi di alterazioni molecolari in altri pazienti. Il lavoro preparatorio, del resto, non è stato così lungo e l’intero percorso di studio sui topi non ha richiesto più un anno. La scoperta che abbiamo effettuato, però, è solo la punta dell’iceberg: si tratta del 3% circa dei pazienti affetti da tumore al cervello. Il contributo fondamentale del nostro studio è aver scoperto le interazioni fra geni che causano alterazioni molecolari in alcuni tipi di malati, un approccio che è in linea con la personalized medicine. Ogni paziente presenta, infatti, un corredo di alterazioni molecolari che bisogna studiare per mettere in campo le cure adeguate. Dobbiamo proseguire su questa strada.

Cosa ha reso possibile questa scoperta?
Le possibilità di identificare queste alterazioni ci vengono fornire da nuove tecniche sperimentali che permettono di studiare l’intero genoma del tumore. Se le prime mappature del genoma umano richiedevano tempi molto lunghi, oggi si può procedere in 24/48 ore. Questa è la base da cui siamo partiti. È grazie alla genomic revolution, insomma, che si possono affrontare tumori come quello al cervello che non rispondono a terapie standard. Una volta si pensava che tutti i tipi di cancro  potessero essere trattati con terapie standard dello stesso tipo. Non è così.

Alla ricerca hanno contribuito anche ricercatori e istituzioni italiane. Qual è stato il loro ruolo? Come valorizzare queste eccellenze?
Dobbiamo dire che è stata la collaborazione di molti studiosi e centri italiani a rendere possibile questa ricerca. L'istituto neurologico Besta di Milano, in particolare, è stato indispensabile, perché ci ha fornito il materiale tumorale su cui lavorare: ad oggi il Besta è, infatti, all’avanguardia a livello mondiale, perché congela e conserva tutti i tumori che vengono operati.
Io credo che per valorizzare le eccellenze esistenti, ma soprattutto per crearne di nuove, servano progetti ambiziosi: nuovi centri di ricerca che permettano di attrarre anche investimenti privati, mettendo l’Italia in grado di competere con gli altri paesi in diversi campi della ricerca medica. Investire su questi progetti produce ritorni significativi, ma soprattutto permette una migliore qualità della formazione. Abbiamo molti giovani validi che vengono formati dalle istituzioni italiane: bisogna creare per loro nuove opportunità in Italia, magari attraverso una road map che trasformi le tante proposte in campo in misure concrete.