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Women in Peace Operations

Roma, 13/02/2018, Tavola rotonda Internazionale

Cresce il ruolo delle donne nelle Forze Armate, nel delicato settore della sicurezza nonché delle operazioni di mantenimento della pace. E la questione di genere – il ruolo e il potere delle donne - sarà anche al centro dell’agenda del prossimo G7 in Canada. Successo politico, questo, dovuto all’impegno italiano che al G7 di Taormina ottenne di rendere stabile la discussione sull’uguaglianza di genere in questo tipo di consesso internazionale.  

Anche per Harjit Singh Sajjan, Ministro della Difesa Canadese in visita in questi giorni in Italia e ospite d’onore della tavola rotonda del programma Aspen Initiative for Europe l’uguaglianza di genere è certamente un importante obiettivo politico. Nei prossimi dieci anni si dovrà puntare al 25% di partecipazione delle donne attive nel settore militare, della sicurezza e del peace–keeping: una sorta di base di partenza su cui ulteriormente lavorare per traguardi più ambiziosi.

Al tempo stesso sarà necessario rafforzare il network creato per promuovere il ruolo delle donne nelle operazioni militari e nei processi di peace–keeping dove, e gli esempi sono molti, sono sempre più in grado di portare maggiore eccellenza ed efficienza. Altro obiettivo strategico è quello di incrementare il numero delle donne in posizioni di comando sia all’interno delle forze armate che in posti chiave della compagini ministeriali e degli alti vertici della dirigenza statale.  

Per molti il Canada, che ha da poco approvato il Second National Action Plan, è senza dubbio un modello di politiche atte a colmare la disuguaglianza di genere. E gli altri Paesi del G7 dovrebbero avere proprio il Canada come esempio. Sarà necessario che il tema dell’uguaglianza di genere diventi sempre più popolare e seguito anche dall’opinione pubblica. Tre i punti fondamentali da promuovere: colmare il divario nelle remunerazioni tra uomini e donne; l’annosa questione per le donne della conciliazione tra carriera e lavoro e il problema dell’equipaggiamento.  Non esiste in realtà – è stato detto – una questione di “pay gap” nelle forze armate. E passi in avanti sono stati fatti anche sul problema della conciliazione tra lavoro e carriera. Le donne sono fondamentali nelle post crisis operations e nella gestione per la protezione dei diritti umani. Anche in un settore innovativo come la cyber security le donne stanno via via acquisendo competenze e posizioni importanti. Hanno inoltre un ruolo strategico quali mediatori nei rapporti con la società civile e nella complessa relazione – nelle situazioni post-crisi - tra istituzioni e società. Qualche difficoltà la si incontra ancora nell’aggiornamento dell’equipaggiamento, ma molti sono i progressi fatti in questo senso.

Resta strategico il concetto dello “starting from girls”, ovvero mettere a punto fin dalla più tenera età un progetto educativo che coinvolga le bambine a indirizzare i loro desideri di futuro verso questo tipo di carriere. Le donne nelle varie armi sono sempre più numerose e sono molti i progetti che prevedono un ulteriore reclutamento. Sono affidabili e preparate e anche capaci di operazioni militari di terra: la loro prova “boots on the ground” ha dato, nella maggioranza dei casi, esiti positivi. Comincia a crescere anche il numero di donne nei posti di comando – donne con i gradi di generale – nonché in posizioni intermedie. È stato anche ribadito l’impegno italiano nel Consiglio di Sicurezza ONU per un rafforzato ruolo delle donne nei processi di peace keeping. Particolarmente importante è il ruolo delle donne nella fasi post- crisi, nelle operazioni di riconciliazione e nel faticoso e prezioso lavoro di mediazione culturale.  

La gestione delle operazioni militari nel complesso sta quindi cambiando e il ruolo delle donne diventa sempre più attivo. Anche in un teatro così delicato come l‘Afghanistan è stato fatto un buon lavoro. L’esercito nella sua componente di uomini e donne è stato ben addestrato. Non sono certo terminati gli attacchi terroristici: ma almeno adesso si è in grado di ribattere colpo su colpo. Cosa impensabile nell’era di Al Qaeda.