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L'Economia del Mare: portualità integrata e sviluppo economico

Napoli, 27/05/2018 - 28/05/2018, Conferenza Nazionale

L’Italia è una “banchina continentale” adagiata nel mezzo del Mediterraneo che vede nell’economia del mare una importante risorsa economica: la cantieristica produce 7 miliardi di euro di valore aggiunto; il trasporto marittimo 8 miliardi  di euro e il turismo collegato al mare produce oltre 13 miliardi di euro. A fianco di questi tre pilastri (che corrispondono al 64% della filiera) esistono altre componenti a essa collegate, che contribuiscono a far raggiungere alla “blue economy” nazionale un valore aggiunto prodotto di oltre 44 miliardi di euro.

A tutto ciò si aggiunge il ruolo economico e strategico dei porti nella movimentazione delle merci importate ed esportate, saldando così l’economia del mare all’industria. Per compiere questo passo è necessario, però, guardare con attenzione ai retroterra regionali e nazionali in cui le strutture portuali si inseriscono. I porti, come snodi di una rete globale, sono funzionali al contesto economico che li accoglie. Lo sviluppo e la ricchezza del retroterra economico dettano, ad esempio, il successo di porti come Rotterdam e Amburgo, grandi concorrenti degli scali italiani.

Lavorare sul contesto in cui operano i porti significa anche considerare tutti gli aspetti della filiera di grande peso economico e occupazionale che animano l’economia del mare. Si tratta di una filiera ricca, ma con collegamenti tutti da pensare per mettere a sistema le attività turistiche con quelle più industriali come la cantieristica. A questo proposito è fondamentale uno sforzo che faccia lavorare insieme operatori pubblici e iniziativa (cioè capitali e creatività) privata. L’Italia, in questo ambito, presenta, infatti, ancora grandi margini di miglioramento e ha bisogno di politiche efficaci, mirate e coordinate.

Solo così si possono intercettare i benefici derivanti dai tanti progetti infrastrutturali internazionali: dal raddoppio del Canale di Suez all’attuazione del progetto “one belt road” Cinese. Si tratta di opportunità strategiche che potrebbero conferire al Mediterraneo un nuovo ruolo sia verso l’Europa che verso l’Atlantico. Per coglierle l’Italia deve immaginare una politica portuale efficace, ma segmentata per funzioni. Capace cioè di iscrivere gli scali italiani in un unico e coerente quadro nazionale, rispettando però la pluralità di funzioni e di prospettive di sviluppo presenti nel Paese.