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Le nuove città stato tra potere, crescita e disuguaglianze

Milano, 21/01/2019, Aspenia

Nel 2050 l’urbanizzazione a livello mondiale raggiungerà, secondo l’Onu, il 65% della popolazione, con il conseguente aumento di consumi, di fabbisogno di energia e di opportunità di sviluppo. E tutte le grandi metropoli coprono già oggi circa il 3% delle terre emerse: attorno a Pechino si sta formando una “città” di 103 milioni di abitanti con grandi problemi di gestione, a cominciare da quello dei trasporti. Se da una parte le città saranno sempre di più motore di crescita e forniranno la metà del PIL mondiale, dall’altra sono e saranno anche in futuro produttori di disuguaglianze. In anni recenti la classe media urbana di molti Paesi occidentali è stata, di fatto, espulsa dai centri delle metropoli e ha subito, con la globalizzazione, un peggioramento delle proprie condizioni di vita: nel 2008, durante la crisi dei mutui subprime, sono stati oltre trenta milioni i cittadini americani che hanno perso la casa.

Le grandi metropoli – come ad esempio New York, Parigi e Londra - erano nel secolo scorso città sostanzialmente più povere. Poi l’arrivo della new economy, della tecnologia e della finanza le ha rese ricche. Oggi molte metropoli riescono ad offrire molti vantaggi: e Milano ne è un buon esempio. Il piano strategico della città prevede la ricerca di autonomia amministrativa, di investimenti in tecnologia, life sciences e manifattura, per non parlare di quanto il progetto di Human Technopole sta contribuendo al periodo molto positivo che Milano sta vivendo. Al tempo stesso il tessuto industriale milanese e lombardo deve fare ulteriori sforzi per diventare ancor di più attrattiva e cuore pulsante dell’industria: se Boston, infatti, ha 13.000 brevetti industriali Milano si ferma a 2.000. Da citare anche l’esempio di Barcellona che, dal canto suo, è riuscita a mettere insieme un piano sinergico che coinvolge industria, amministrazione digitale, università  e trasporti.

L’impatto ambientale sul fabbisogno di energia e sui rifiuti delle metropoli resta, e continuerà ad essere, dirompente. Ecco perché la strada da percorrere sarà quella dell’economia circolare e dello sviluppo sostenibile, con un impatto ad emissioni zero. Combattere il cambiamento climatico è un obiettivo globale: serve quindi una consapevolezza comune e se alcuni si sottraggono il problema non si risolve. Una grande novità è quella delle reti esistenti tra le varie metropoli che mettono insieme le forze per combattere problemi condivisi: all’interno del Commonwealth, ad esempio, esiste una costante collaborazione tra le varie metropoli per sconfiggere proprio il cambiamento climatico.

Una strada obbligata questa anche per il resto del mondo dato che, secondo molti studi, molte metropoli costiere - e quindi circa 50 milioni di cittadini nel mondo - potrebbero subire inondazioni tra cui la stessa New York o Shanghai. Per combattere le conseguenze del climate change il governo cinese ha varato in tempi brevi un gigantesco piano di riforestazione di 60 milioni di alberi.

Nelle metropoli è importante recuperare il senso di comunità e valorizzarne il patrimonio cognitivo: L’offerta culturale può dare un grande contributo in questa direzione e, con questo obiettivo, è stato messo a punto nel 2013 il piano strategico di Milano per la cultura, un progetto pubblico-privato caratterizzato da accessibilità economica dell’offerta culturale e accessibilità urbana, con una importante razionalizzazione dei trasporti. Anche le città europee, con la loro storia millenaria, hanno una grande occasione di rilancio se saranno in grado di mettere insieme una grande storia culturale, una straordinaria tradizione di umanità e un importante sviluppo industriale.  

In una strategia coerente della risoluzione dei problemi non va dimenticata l’importanza dei territori: tessuto sociale, rapporto con il potere centrale, sviluppo industriale e culturale. Dimenticare, infatti, i territori e puntare solo sulle megalopoli può voler dire, a livello politico, trovarsi addosso problemi come Brexit – votata dai centri più piccoli e periferici che hanno battuto la megalopoli Londra – o come la rivolta dei gilet gialli che si riversano a Parigi per manifestare il loro scontento non solo al governo francese, ma anche ai cittadini di un’altra grande metropoli.