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La riforma fiscale USA

Milano, 22/01/2018, Tavola rotonda Nazionale

La riforma fiscale approvata dall’amministrazione Trump ha un sapore di epocalità e ha  un notevole impatto sulla tassazione delle imprese: si passa da un’aliquota del 35% ad una del 21%. Decisamente più modesto l’impatto sull’imposta sul reddito delle persone fisiche, la cui aliquota impositiva è tagliata di soli 2,6 punti percentuali, passando così dal 39,6% al 37%. Inoltre, almeno astrattamente, la prima misura è a tempo indeterminato, mentre la seconda – per ragioni legate ai regolamenti parlamentari USA – si risolverà nel 2025. La legge, poi, prevede diverse altre deduzioni, agevolazioni fiscali e una revisione della tassazione sulle proprietà immobiliari e le eredità.

Ci si potrebbe legittimamente chiedere per quale motivo un Paese come gli Stati Uniti – il cui coefficiente di Gini lo pone al 144° posto in una lista di 160 Paesi sviluppati – non abbia pensato di provvedere ad una diversa distribuzione della ricchezza, facendo leva sulla fiscalità generale e, anzi, abbia (almeno apparentemente) favorito maggiormente le imprese a scapito dei cittadini. Per di più attraverso misure che comporteranno una riduzione stimata degli introiti fiscali per il governo federale pari a 1.500 miliardi di dollari, cosa che avrà un impatto notevole sul già precario welfare state statunitense.

La ragione può rinvenirsi nel fatto che, secondo le stime, una riduzione del 10% della corporate tax si traduce in un aumento medio degli stipendi dei dipendenti pari al 7%. Valutando, dunque, la riforma nel complesso, si stima che questa avrà un effetto positivo sul ceto medio, bacino elettorale per eccellenza dell’attuale Presidente.

Oltre a questi profili di carattere allocativo-distributivo, vi sono profili di interesse per le relazioni internazionali degli USA. In particolare, la misura disposta per il rimpatrio dei capitali dall’estero delle società statunitensi mediante il pagamento di un’aliquota secca si rivela molto promettente, oltre alla maggiore attrattività degli USA per la costituzione di imprese, in ragione di una corporate tax apparentemente così bassa.

Cercando di fare una prima sintesi degli effetti di questa riforma fiscale epocale è necessario tentare di comprendere chi ne beneficerà e chi, invece, sarà da questa danneggiato. Certamente le società statunitensi (non solo le big public corporations, ma anche il pulviscolo di PMI che sono l’ossatura della vera corporate America) e, per gli effetti distributivi sopra accennati, le persone fisiche saranno tra i soggetti beneficiati. Probabilmente questi vantaggi andranno a scapito del governo federale e del welfare state, a causa di un debito pubblico che tenderà a crescere. D’altro canto, le società avranno sicuramente maggior liquidità che potranno così investire in ricerca e sviluppo, ovvero utilizzare per l’acquisto di azioni proprie o per la distribuzione di utili: inoltre, i corsi azionari avranno tendenza positiva, a beneficio di tutti gli investitori, soprattutto quelli istituzionali (ad esempio, i fondi pensionistici). Le aumentate disponibilità dei cittadini, invece, si tradurranno in maggiori consumi e risparmi.

Insomma, è ancora prematuro valutare gli effetti complessivi della riforma. Ciò che è certo, invece, è che elementi quali la spinta propulsiva alla manifattura nazionale, una rinnovata forma di protezionismo e la diversa attenzione ai bisogni della classe media hanno prodotto un radicale cambiamento strategico nel sistema fiscale americano.