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L’Unione Europea dopo le elezioni: dinamiche interne e competizione globale

Roma, 05/06/2019, Tavola rotonda Internazionale
Rassegna stampa

Una prima lettura possibile del voto parlamentare europeo si concentra sull’arretramento dei due maggiori partiti tradizionali (popolari e socialisti), sull’affermazione di altri due partiti pro-europei (liberali e verdi) che lo ha quasi compensato, e su una posizione comunque ammorbidita dei partiti euro-scettici (uno scetticismo “soft”, che sembra inserirsi nel quadro di un cambiamento dall’interno). Questi ultimi sono certamente una forza significativa, ma non appaiono in grado di condizionare pesantemente i lavori del Parlamento.

Un altro dato importante è quello della partecipazione al voto: questa è sì cresciuta, ma come effetto della polarizzazione su scala nazionale, e infatti proprio in chiave nazionale sono stati vissuti gli scontri sui maggiori temi. Si registra, comunque, una frammentazione maggiore rispetto al recente passato, con le posizioni di liberali e verdi che non facilitano la costruzione del consenso su molte questioni decisive. Da notare anche che i verdi sono stati premiati quasi soltanto nella fascia settentrionale della UE e, dunque, non possono considerarsi un fenomeno realmente pan-europeo. Un ulteriore fattore di incertezza sta nel fatto che i programmi di riforme dei partiti “centristi” non sono affatto specifici e dunque dovranno semmai concretizzarsi nelle fasi operative dei negoziati in sede parlamentare, soprattutto su singoli provvedimenti. Quanto al funzionamento del Parlamento, peraltro, è stato ricordato che questa istituzione non ha le stesse dinamiche dei parlamenti nazionali: le maggioranze sono sempre state flessibili e variabili.

Se abbiamo dunque una crisi dello status quo, è chiaramente insufficiente sostenere che non esistono alternative al consenso prevalente, ma al momento non sono emerse visioni concrete attorno a cui coagulare delle maggioranze.

Guardando alla dimensione intergovernativa a partire dai risultati nazional i c’è stato un calo del peso relativo della Germania, in parte per la prevista successione al vertice, ma anche per un certo irrigidimento delle storiche posizioni di politica economica e una minore capacità di aggregare (perfino rispetto al tradizionale asse con la Francia). Difficile prevedere se la funzione di stabilizzazione e mediazione svolta finora da Angela Merkel potrà proseguire anche senza la Cancelliera alla guida del Paese più grande dell’Unione.

Intanto, Emmanuel Macron sta preparando il terreno per svolgere in pieno il ruolo di ago della bilancia, come maggiore forza all’interno dell’ALDE in grado di sostenere una coalizione allargata. È una specifica visione del rinnovamento – che parte in termini procedurali dall’idea di superare il metodo dello Spitzenkadidat nei negoziati per la leadership della nuova Commissione. Sul piano della sostanza, tuttavia, la grande sfida è come articolare un rinnovamento che possa riscuotere consenso popolare ampio e includere le fasce più spaventate dell’elettorato; una sfida che sul piano interno francese proprio Macron sta di fatto perdendo.

Alla luce di questi trend nazionali nei maggiori Paesi membri, l’istituzione che corre i maggiori rischi di eterogeneità eccessiva è il Consiglio. In tale contesto – e rispetto al ruolo della Commissione, che sarà per forza di cose politicamente “ibrida” date appunto le designazioni governative che ne sono la base – si potrebbe consolidare una polarizzazione tra tecnocrazia e nazionalismo, altrettanto pericolosa per l’efficacia dei processi decisionali.

Guardando più specificamente alla dimensione economica, è necessario inserire le opzioni per l’Europa nel contesto globale, a cominciare dai grandi quesiti irrisolti in termini di competitività e dall’aumento delle tensioni. Sul commercio internazionale abbiamo una tendenza paradossale sia negli USA (con l’amministrazione Trump quasi ossessionata dalla bilancia commerciale) sia nella UE (con le regole che prevedono una bilancia dei pagamenti attiva come obiettivo per tutti i Paesi membri); l’uso dei dazi sta diventando la norma per ragioni chiaramente politiche, e lo stesso può dirsi per il sistema SWIFT e il ruolo del dollaro come strumento di pressione geopolitica (ad esempio nel caso iraniano); la Cina persegue sistematicamente obiettivi anche geopolitici con strumenti economici, dalla Belt&Road al ruolo strategico di aziende come Huawei; infine, va ricordato che la stabilità finanziaria non è l’obiettivo dei grandi attori privati, che spesso puntano ai profitti in un contesto di (relativa) instabilità, il che pone un problema di sostenibilità e di strumenti di intervento da parte delle autorità in caso di crisi acute.