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Industrial renaissance: digital disruption and the post 4.0 economy

Torino, 27/10/2017 - 28/10/2017, Conferenza Internazionale

In occasione dell’incontro è stato presentato il Rapporto “Digital Disruption and the Transformation of Italian Manufacturing” (che dedica particolare attenzione al caso del Piemonte nel contesto dell’Italia settentrionale), come punto di partenza per un’analisi della “digital disruption”, guardando naturalmente sia alle grandi opportunità che ai rischi e ai costi sociali che ne derivano.

In Italia come altrove, l’introduzione massiccia del digitale nei processi produttivi ha molte implicazioni per le aziende, ma anche per i consumatori, e dunque per i regolatori del mercato. Il digitale è un ingrediente essenziale per la competitività e la produttività – dunque anche per servizi migliori e innovativi – e ha nettamente abbassato le barriere tecnologiche per l’ingresso nei mercati. Ne ha beneficiato il diffusissimo fenomeno delle startup, che però ha bisogno di un ecosistema adeguato e costantemente rinnovato, sia in termini di infrastrutture (anche fisiche), sia in termini di capitali (in particolare venture capital) e di legislazione.

I rischi – reali e percepiti – di queste forme di innovazione continua sono comunque una sfida per le politiche economiche e fiscali, ma più ampiamente per i processi democratici, visto che i consumatori sono anche elettori e possono esprimere con forza le proprie paure e insoddisfazioni. Si può generare allora un circolo vizioso di scelte governative orientate al breve termine, dettate più dal timore per le perdita di consenso che da una vera comprensione delle esigenze socio-economiche di medio e lungo termine. In ogni caso, misure di protezione e sostegno per le fasce più esposte della cittadinanza – soprattutto non lasciando l’individuo isolato nel gestire l’impatto di grandi cambiamenti impersonali – sono indispensabili a fronte dell’instabilità creata dalle forze di mercato nel mondo del lavoro. Al contempo, è necessario sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla digitalizzazione nelle sue varie dimensioni, in chiave di competitività e ulteriore innovazione. Una tensione specifica che si è manifestata nelle società più avanzate è di tipo generazionale, con la sfida della disoccupazione giovanile in un contesto di invecchiamento complessivo della popolazione. Le questioni demografiche sono strettamente connesse alla sostenibilità di nuovi modelli di capitalismo rispetto alle esigenze delle democrazie liberali.

È stato sottolineato come una innovazione più equa e sostenibile deve tradursi in reali benefici sociali nella qualità della vita. Sono in corso molti tentativi soprattutto nei maggiori centri urbani – dove peraltro si concentra spesso l’expertise tecnologica – per migliorare la mobilità e favorire reti interpersonali dense grazie alla iper-connettività. Ci sono però forze di mercato che, proprio in ragione dei nuovi modelli produttivi e di business, spingono decisamente nella direzione delle diseguaglianza, del reddito e, dunque, delle abitudini di vita. Si deve guardare con attenzione alla collocazione fisica delle infrastrutture, delle competenze (dunque anche ai centri per l’istruzione specialistica) e dei “nodi” nei grandi network: in sostanza, non è affatto vero che la geografia sia stata superata o resa irrilevante dai vari processi di globalizzazione e dalle catene transnazionali del valore. Ciò è particolarmente chiaro nel caso dei cluster industriali, che restano una componente importante dell’innovazione anche quando questa è applicata a settori relativamente tradizionali. La contaminazione tra startup, grandi aziende, e capitale umano è anzi essenziale per il successo di un sistema economico, e deve coinvolgere sempre più anche la Pubblica Amministrazione nello sforzo verso la piena digitalizzazione.

I progetti che si stanno perseguendo in Italia in tutti questi settori, racchiusi nel concetto di “Industria 4.0”, muovono nella giusta direzione, ma scontano ritardi e inefficienze sia da parte delle istituzioni che del mondo imprenditoriale. La consapevolezza di una complessa transizione è ormai molto diffusa, come anche la constatazione che molti interventi devono avvenire a livello europeo o comunque con un orizzonte continentale e internazionale: gli standard e le best practices sono ben noti per poter trarre in pieno i vantaggi su una scala europea, anche se la responsabilità degli adeguamenti necessari resta anzitutto nazionale. Il sistema-paese deve puntare sui propri fattori di forza e correggere i punti di debolezza.

Una specifica difficoltà per le scelte istituzionali (sia a livello europeo, che nazionale e locale) sta nella selezione dei settori in cui investire maggiori risorse: la rapidità e le modalità del cambiamento tecnologico richiedono ampio spazio per la sperimentazione, mentre vi è spesso la tentazione di puntare su singoli “campioni” per concentrare gli sforzi. Si tratta di un equilibrio non facile da trovare. Analogamente, è necessario un buon equilibrio anche nel campo delle politiche culturali, per salvaguardare e valorizzare le tradizioni e le radici storiche delle comunità, pur rinnovando i modi di fruizione e produzione della cultura. Vi sono esempi virtuosi di questo tipo in Italia, che possono fare da traino per un’applicazione più ampia di modelli di successo.