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Costruire il dopo e rinnovare la leadership del Paese

Roma, 08/10/2009, Interesse Nazionale

Essere leader vuol dire non solo gestire il presente, ma anche immaginare e costruire il "dopo".  In questo complesso processo si incontrano però una serie di ostacoli: un atteggiamento “antagonista” molto diffuso in politica, ma presente anche in altri campi; la retorica del futuro impregnata di parole  - innovazione, ricerca, qualità, merito -  spesso auspicate, ma raramente sostanziate con scelte efficaci. Infine, l’ultima ostica difficoltà: si è venuta esaurendo la cosiddetta “spinta esterna” molto presente in passato e fatta di ideali, passioni e visione strategica. Nella costruzione del futuro il leader non può dimenticare che da decenni la società italiana si muove sempre secondo modelli similari che negli anni si ripresentano regolarmente, dando vita ad una sorta di “società replicante”, per lo più ferma e ingessata, con cronici problemi insoluti e lontana da quelle caratteristiche di innovazione che l’era della globalizzazione ormai impone.

Esercitare la leadership nella società della conoscenza non consente immobilismi e rendite di posizione, ma implica processi innovativi e creatività. Si è molto discusso, quindi, su cosa voglia dire innovazione e quali debbano essere le caratteristiche dell’innovatore.  C’è chi ha sotenuto che l’innovatore debba in primo luogo essere un trasgressore, colui che rompe gli schemi e scompiglia circolarità consolidate. Così accade soprattuto nel mondo della ricerca, della medicina e della scienza in generale: nei centri di ricerca eccellenti conta non la rendita e l’immobilismo, ma l’intuizione intellettuale, non la mera osservanza di codici di comportamento consolidati e ripetitivi, ma la capacità di studio e di analisi.

Per alcuni, invece, se è vero che l’innovazione richiede una certa dose di trasgressione è altrettanto vero che - senza una costante accumulazione di conoscenze - l’innovatore stesso può facilmente diventare un semplice “stravagante”. Essere un leader innovatore – nella ricerca come in azienda e in politica - vuol dire innanzi tutto possedere quella continuità di conoscenza, frutto di anni di lavoro. Da qui si parte per innovare. Un leader responsabile è innanzi tutto consapevole di quanto il processo della “costruzione del dopo” debba e possa dipendere dalla conoscenza e dalla gestione del processo nel presente.

C’è però chi la pensa diversamente: non c’è esigenza di “costruire il dopo” perché il futuro è nel suo farsi, a volte anarchico e a volte più coerente, ma sempre in divenire e non regolato. Anzi sono proprio gli shock e i mutamenti ad innescare loro stessi i processi di cambiamento che il vero leader sa gestire proprio nel momento in cui accadono. Un leader si giudica poi non certo secondo il discriminante dell’ età, ma secondo criteri di merito e capacità di intuire e gestire il cambiamento.

Una leadership del "dopo" deve quindi saper gestire i processi di rinnovamento. Sul fronte istituzionale è stata da alcuni richiesta una revisione della Costituzione, il superamento del bicameralismo e un  riequilbrio tra i poteri dello Stato. Sul fronte economico la recente gravissima crisi finanziaria rischia di accentuare il modello di un’Italia duale: un Nord ricco e prospero e un Sud in deficit di modernizzazione. S’impone dunque una strategia perché questo divario sia colmato piuttosto che accentuato. Sempre la crisi ha avuto come effetto un ritorno a modelli economico sociali consolidati: la famiglia, il territorio, i servizi bancari locali e quant’altro. Sembra un ritorno al passato, ma non lo è in senso stretto: serve allora una capacità di interpretazione e lettura dei processi in atto che tenga conto dei cambiamenti indotti dalla globalizzazione e dalle sue conseguenze.