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Come massimizzare il patrimonio energetico dell'Italia?

quarta edizione
Roma, 06/11/2019, Interesse Nazionale

Creazione di ricchezza, domanda energetica ed emissioni di CO2 hanno proseguito la loro corsa anche nel 2018, accentuando le tendenze dell’anno precedente. Ogni giorno che passa il problema della limitazione delle emissioni diventa più stringente, mostrando sempre più chiaramente tutta la sua complessità. Complessità che emerge sin dalla fase di determinazione dello stesso: la misurazione delle emissioni per Paese su base annua non restituisce una visione olistica del fenomeno. Infatti, per arrivare ad una concertazione internazionale efficace, occorrerebbe considerare altri punti di vista, quali le emissioni pro-capite, quelle storiche, quelle stimolate dalla domanda di un’economia nazionale sui mercati esteri.

Problema complesso che può essere risolto solo congiungendo le forze ed apprezzando il ruolo che le major petrolifere possono giocare nella fase di transizione, sia in riferimento alla creazione di ricchezza (da impiegare anche alimentando la transizione), sia negli investimenti diretti per la decarbonizzazione. Cruciale in questa lunga fase è il ruolo del gas, e dunque la promozione di misure a favore della produzione nazionale.

La portata della transizione energetica è tale che gli investimenti nel settore dovrebbero aumentare considerevolmente, mentre nella realtà, a livello globale, essi sono praticamente fermi. Sembra che l’incertezza sul futuro delle fonti tradizionali controbilanci i rendimenti che sono comunque interessanti per l’investitore, il quale esita rispetto alle fonti alternative poiché normalmente offrono minori ritorni sul capitale investito. In questo scenario, un compito dell’Unione Europea dovrebbe essere quello di regolare tale meccanismo in modo da compensare i minori ritorni degli investimenti nell’ambito della decarbonizzazione.

Importante anche il ruolo degli operatori cosidetti “energivori”, ovvero la grande industria che può anch’essa svolgere un ruolo importante per traghettare il Paese verso gli obiettivi di decarbonizzazione, sia grazie a una maggiore efficienza dei processi, sia grazie al ricorso a tecnologie avanzate. Del resto, difendere il sistema industriale europeo è un modo efficace anche per tutelare l’ambiente, visto che l’Europa è caratterizzata dai più elevati standard ambientali.

In Italia la strategia è disegnata dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima. Se storicamente il Paese ha messo a segno risultati ragguardevoli nel campo della decarbonizzazione, è altresì vero che gli obiettivi al 2030 sono particolarmente ambiziosi, specialmente per quanto concerne la crescita delle fonti rinnovabili, che dovranno essere in grado di attrarre investimenti cospicui. Anche il settore idrocarburi è previsto in crescita, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da mercati esteri di cinque punti percentuali.

Contradditorio, dunque, l’atteggiamento del decision maker che sembra voler ostacolare in ogni modo lo sviluppo di fonti energetiche tradizionali, le quali soddisfano oltre i due terzi della domanda energetica nazionale. Esiste un problema di politica energetica, che si riflette sulla competitività nazionale nei confronti degli altri Paesi europei: non viene considerato il fatto che produrre di meno non significa consumare di meno, ma importare di più, e ciò non permette di sviluppare completamente il potenziale ruolo dell’Italia come hub energetico del Mediterraneo.

L’altro attore fondamentale, il cittadino-consumatore, sembra essere sempre più attento ai problemi climatici, ma anche non sufficientemente informato sul significato, i tempi, i meccanismi e i costi della transizione. Non vi è stato, negli ultimi 20 anni, un investimento infrastrutturale in una fonte energetica che non sia stato contestato. C’è un tema legato al consenso che non può essere ignorato e che le istituzioni dovrebbero governare, con interventi meno incentrati sul tema della regolazione e più a livello culturale.

La serietà e la competenza nell’elaborare scelte ponderate è fondamentale, soprattutto perché  il tempo stringe. La global carbon tax, per quanto lontana, potrebbe essere una soluzione efficace. Il sistema di garanzia applicato ai PPA (Power Purchase Agreement) a livello europeo potrebbe essere davvero lo strumento chiave per rendere gli investimenti rinnovabili bancabili e, quindi, realizzabili, combinato a sua volta con un solido sistema infrastrutturale e di produzione energetica tradizionale.