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Come cambia il potere globale: la posta in gioco e le priorità per l'Italia

Roma, 18/04/2018, Seminario

Il sistema internazionale, sia sul piano economico che su quello politico e di sicurezza, è in una fase di transizione molto incerta. Dopo le accelerazioni della crescita e degli scambi (in parte certamente positive) impresse dalla globalizzazione soprattutto negli anni ’90, una serie di tensioni si sono manifestate sia in chiave di crisi regionali che di instabilità globale. Cambiamenti profondi di tipo tecnologico – macroscopici nel settore finanziario ma non soltanto – hanno effetti diretti sulla struttura sociale dei singoli Stati e sui rapporti di forza. Esiste anche una dimensione militare della globalizzazione che ha modificato in parte i fattori di potenza su cui si misurano gli equilibri politici. Oltre alle tradizionali considerazioni geopolitiche si deve guardare alla “connettografia”, cioè ai flussi digitali e alle varie altre connessioni che determinano le capacità dei vari attori, statuali e non statuali.

La Cina è un protagonista assoluto dei nuovi equilibri emergenti, mentre gli Stati Uniti attraversano una fase prolungata di aggiustamento che si è intensificata con la presidenza di Donald Trump. L’espansione dell’influenza cinese non è però in grado di dare forma a un nuovo sistema globale, sia per l’azione di contenimento svolta dalla rete di alleanze a guida americana, sia per seri problemi interni (modello di crescita, debito pubblico elevatissimo e così via) che il regime di Pechino non ha ancora saputo superare.

Intanto, le grandi istituzioni internazionali hanno mostrato le loro carenze, sia rispetto alle questioni di sicurezza sia alla recessione (e alle sue vaste implicazioni) dell’ultimo decennio. In campo economico, i meccanismi della crescita e dell’innovazione sono cambiati radicalmente, con mercati fortemente integrati e maggiore volatilità; ne sono derivate diffuse spinte verso una rinegoziazione delle regole in chiave di “fair trade” e non soltanto di “free trade”;  tuttavia, i contrasti commerciali – se gestiti nel modo sbagliato o con insufficiente cautela – rischiano di erodere ulteriormente le basi del sistema globale degli scambi.

Su questo sfondo, l’Europa è stretta tra pressioni competitive globali e inefficienze interne, mentre vari fattori centripeti ne limitano le capacità di azione. La sua vicinanza geografica al Medio Oriente la pone a diretto contatto con un lungo “arco di instabilità” che si spinge fino all’India, ma la dimensione delle sfide regionali è enorme e di lungo periodo – come evidenziato dalla crisi siriana, epicentro di una serie di contrasti e tensioni irrisolte. La relativa riduzione dell’impegno diretto degli Stati Uniti in vari teatri regionali lascia spazio ad altre potenze, ma nell’insieme non apre opportunità per un più forte ruolo europeo.

In tale quadro, ci sono dei rischi anche per la tenuta dello stesso rapporto transatlantico, in particolare rispetto all’arco di crisi mediorientale (con Iran e Siria come punti focali) e rispetto al ruolo della Russia – che sfrutta con opportunismo le sue risorse, in buona parte eredità del periodo sovietico, per compensare notevoli carenze strutturali.

Le sfide per l’Italia in un contesto così turbolento sono più complesse che nel recente passato, quando il quadro di riferimento – quello euro-atlantico e delle maggiori istituzioni multilaterali – era relativamente stabile e solido. Ora la definizione degli interessi nazionali prioritari richiede un’articolazione più precisa e l’assunzione di responsabilità più dirette, naturalmente in modo compatibile con le risorse disponibili e il consenso politico interno. Si deve anche evitare una doppia tentazione: quella del multilateralismo di maniera (che in qualche modo aggira gli interessi nazionali), ma anche quella di una sorta di unilateralismo o di un’astensione complessiva – nella speranza ben poco fondata di potersi così proteggere dalle fonti di instabilità. È necessario uno sforzo costante per preparare l'opinione pubblica al fatto che per problemi difficili e complessi non esistono soluzioni semplici e prive di costi.

Un paese come l’Italia, soprattutto in virtù della forza delle sue esportazioni manifatturiere, trae grande beneficio dall’integrazione dei mercati internazionali, ma deve saper tutelare i propri interessi con continuità e lungimiranza, con priorità regionali e una consapevolezza globale. Dal Nord Africa all’Iran, dai Balcani alla Russia, dal parziale riassetto europeo al rapporto transatlantico, la proiezione esterna dell’Italia deve combinare al meglio le responsabilità nazionali e la collaborazione con i partner, facendo leva sugli organismi multilaterali in modo pragmatico.