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Beyond GDP: quantity and quality of growth

Roma, 14/01/2010, Workshop Internazionale
Rassegna audio-video

La riflessione su come misurare l’economia e la società è molto maturata negli ultimi anni, spingendosi oltre il concetto di Prodotto Interno Lordo. Ciò è vero al livello degli istituti nazionali di statistica, delle maggiori organizzazioni internazionali, e del mondo accademico e della ricerca: esiste oggi una vasta rete di conoscenze e di dati che consentono una visione assai più completa delle attività economiche e del loro effettivo valore. In sostanza, si tratta di ridefinire e misurare il benessere, inteso come insieme di fattori che vanno oltre il “prodotto” e la stessa ricchezza comunque definita.

In questo contesto si colloca anche il lavoro svolto dalla “Commissione Stiglitz”, che ha elaborato proposte puntuali in proposito.

Il punto di partenza è comunque il fondamentale ruolo della statistica nel processo decisionale della politica: il dibattito pubblico e le decisioni di policy hanno naturalmente maggiori possibilità di produrre gli effetti desiderati quanto migliore è la comprensione dei dati e delle tendenze.

Esiste anzi una stretta relazione tra la legittimità politica e la fiducia dell’opinione pubblica nelle statistiche, ma ciò a sua volta dipende dalla capacità degli indicatori di rappresentare e riflettere adeguatamente l’esperienza delle persone. Se viene percepito uno scarto eccessivo, ne soffrirà l’efficacia stessa di qualunque iniziativa pubblica.

Il PIL è di gran lunga l’indicatore principale della ricchezza, in grado di misurare con una buona precisione sia il potenziale di un’economia sia le probabili conseguenze di un aumento o di un calo della produzione. Fermo restando che questo indicatore conserva dunque la sua utilità analitica e pratica, è ormai indispensabile sviluppare altri strumenti per valutare ricchezza e benessere – degli individui, delle famiglie, delle grandi comunità.

E’ altrettanto chiaro, tuttavia, che il PIL presenza alcuni importanti limiti. Anzitutto si concentra sui flussi – beni e servizi prodotti – ma non sugli stock esistenti, sottovalutando così la condizione di partenza in cui si trova l’economia e dunque alcune conseguenze di un dato utilizzo delle risorse. In questa prospettiva si sta molto lavorando sull’integrazione dei fattori ambientali e naturali negli indici della ricchezza da trasferire alle future generazioni, che rimandano al concetto di sostenibilità.

Vi è poi la questione del lavoro non retribuito o “non di mercato” – che nella gestione della famiglia e dei figli riguarda soprattutto ma non soltanto le donne – e comprende anche le attività ricreative: questo ha notevoli implicazioni per il reddito disponibile, per i consumi, per le relazioni sociali.

In altre parole, l’approccio al problema della misurazione si sta necessariamente spostando verso il concetto di progresso, e dunque di qualità della vita.

In particolare, una visione più ampia deve includere, tra l’altro, la distribuzione (dei redditi, dei consumi, del benessere) oltre alla misura media; i rapporti tra generazioni diverse; la salute e l’istruzione; le reali opportunità di partecipazione attiva alla vita pubblica; fattori soggettivi oltre che oggettivi.

E’ chiaro che  una discussione “oltre il PIL” non può esimersi da alcune considerazioni culturali ed etiche. Stiamo vivendo un vero cambiamento di paradigma culturale per cui, quantomeno nei paesi ad economia più avanzata, la crescita economica diventa esplicitamente soltanto una delle condizione del progresso – in parte un ritorno alla tradizione ma certamente un mutamento significativo rispetto agli ultimi anni. Nel procedere lungo questa strada sarà essenziale il contributo degli strumenti statistici, pur tenendo conto del fatto che le ragioni culturali dei paesi più avanzati non saranno automaticamente o del tutto condivise da società che stanno tuttora sperimentando tassi di crescita molto rapidi. Anche per questa ragione si rende necessario rafforzare i network internazionali impegnati nell’elaborazione di nuovi indicatori e nuove metodologie: non soltanto un’esigenza operativa per massimizzare la circolazione di informazioni, ma un più complesso esercizio culturale.