Roberto Menotti is Scientific Coordinator of Aspenia and...
Nella campagna presidenziale del 2008, il giovane candidato democratico Barack Obama dovette (probabilmente controvoglia) prendere posizione su una controversa questione di politica estera - l'Iran – differenziandosi dalla linea molto dura scelta da Hillary Clinton. Anche oggi la questione iraniana si impone come uno dei punti ineludibili nei dibattiti delle primarie - in questo caso repubblicane.
In numerose dichiarazioni nel corso del 2008, Obama cercò un difficile equilibrio tra disponibilità al negoziato con Teheran e sanzioni, tra diplomazia e opzione militare. Si disse così a favore di un “dialogo aperto” e senza precondizioni, pur riconoscendo che un Iran nucleare sarebbe una seria minaccia agli Stati Uniti e alla regione e che l’uso della forza come ultima istanza era un’ipotesi da non scartare. Sottolineò che è importante per Washington “parlare con i propri nemici” almeno quanto “parlare con gli amici”, e promise di impegnarsi, se fosse stato eletto, in uno sforzo di “dura diplomazia presidenziale”.
In risposta a questa presa di posizione, la grande favorita per la nomination democratica di allora, Hillary Clinton, accusò Obama di essere “ingenuo” sulla linea diplomatica verso Teheran. L’esito di quella battaglia elettorale è ormai storia, con la svolta nel campo democratico in giugno e il voto per la presidenza in novembre. Da allora molte cose sono successe sia in America che nel resto del mondo, ma la questione iraniana non ha visto radicali mutamenti - pur con un intensificarsi degli scontri interni al regime di Teheran e un parallelo inasprimento delle sanzioni internazionali, fino all’aumento della tensione nello stretto di Hormuz a cavallo di fine anno.
Nel complesso, si può comunque dire che Obama abbia mantenuto le promesse sull’irrisolta questione iraniana: ha fatto gesti distensivi nei primi mesi del suo mandato per verificare l’indisponibilità della controparte, e si è astenuto da mosse provocatorie. Intanto, è assai probabile che varie attività di sabotaggio siano andate a segno, sebbene i progressi del programma nucleare non siano stati fermati.
La campagna presidenziale del 2012 non potrà evitare il problema iraniano, come del resto altre questioni internazionali che quasi certamente i candidati repubblicani lascerebbero volentieri da parte. Obama non è molto vulnerabile in politica estera, visto che l’atteggiamento prudente assunto su ogni singolo dossier rende quasi inafferrabili le sue scelte internazionali: i suoi avversari non possono facilmente attaccarlo. Gli stretti vincoli di bilancio, anche per la difesa, creano un dilemma aggiuntivo per i candidati conservatori, tradizionalmente più favorevoli a spendere sulla sicurezza nazionale rispetto ai democratici.
Non c’è dubbio che i leader iraniani, come ad esempio anche le varie fazioni irachene o la galassia talebana in Afghanistan, conoscano bene l’agenda elettorale americana; cercheranno dunque di approfittare di una fase in cui l’amministrazione in carica sarà ancora più cauta del normale. Anche gli avversari politici del presidente, del resto, dovranno soppesare le parole: qualcuno potrà chiedere loro conto, un giorno, di dichiarazioni spregiudicate.
È su questo sfondo che osserviamo con curiosità il grande spettacolo delle primarie. La vecchia e potente democrazia americana, con tutti i suoi bizzarri meccanismi di selezione dei leader, sta oggi sperimentando ancora una volta la commistione inevitabile tra politica interna e affari internazionali. Nelle condizioni del 2012, sarà arduo per i repubblicani avvantaggiarsi sui temi di sicurezza nazionale che solitamente sono un loro punto di forza. Romney & Co. potranno quindi non gradire l’intreccio tra “locale” e “globale”. Prepariamoci invece a molti intrecci del genere fino al voto finale del 4 novembre.
