L'accelerazione della questione curda in Iraq

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Masoud Barzani Twitter profile picture

Il presidente della Regione autonoma curda dell’Iraq, Masoud Barzani, ha annunciato che il prossimo 25 settembre si terrà l’atteso e a lungo rinviato referendum sull’indipendenza da Baghdad. La decisione è arrivata in pieno Ramadan e mentre Mosul, città formalmente fuori dai confini della regione curda, deve essere ancora interamente liberata dallo Stato Islamico, contro le cui forze la Regione autonoma non si è risparmiata. Al contrario del governo di Baghdad, i curdi in Iraq sono riusciti a resistere all’avanzata dell’ISIS sin dalle prime fasi della guerra.

L’annuncio segue a un accordo con quindici partiti curdi dal quale è stato, ancora una volta, escluso Gorran, Cambiamento (e il Gruppo islamico curdo). Gorran ha definito il referendum «illegale» per via del blocco, che ormai dura da tempo, dei lavori del Parlamento regionale e della proroga (incostituzionale per Gorran) proprio del mandato di Barzani.

Gorran, che è attualmente il più importante partito di opposizione al Presidente Barzani, ma deve fare i conti con la morte nel maggio scorso del suo carismatico leader Nawshirwan Mustafa, aveva chiesto che all’accordo si facesse precedere la riattivazione del parlamento che avrebbe poi potuto indire il referendum. La richiesta è stata respinta e al momento Barzani ha preferito un accordo extraparlamentare tra i principali partiti curdi: il mancato coinvolgimento di Gorran al referendum mette una seria ipoteca sulla stabilità politica della regione nei prossimi mesi e conferma i dubbi di un uso eccessivamente disinvolto della questione nazionale da parte dell’attuale leadership curda. La riapertura del Parlamento garantirebbe una maggiore coesione delle forze politiche al referendum e rappresenterebbe un segnale di forza per i curdi in Iraq.

Il Presidente punta a vincere il referendum per poi far partire le trattative con Baghdad per negoziare i termini e le modalità dell’indipendenza: negli ambienti vicini a Barzani si ammette che le trattative saranno simili a quelle per la Brexit, quasi a sottolineare che per l’indipendenza vera e propria ci vorrà comune del tempo. Il referendum, qualunque sia l’esito – un’affermazione dei favorevoli all’indipendenza è scontata, ma andrà valutata la partecipazione al voto, soprattutto nelle aree con consistenti minoranze etniche – non avrà, dunque, effetti immediati.

Barzani potrebbe, però, giovarsi degli effetti indiretti del referendum, più uno strumento di politica interna che di affermazione dell’identità nazionale curda. La tempistica scelta garantirebbe, infatti, al presidente curdo di mettere nell’angolo i suoi avversari politici interni (i quali certamente non potrebbero sperare di boicottare direttamente il referendum, ma al più appellarsi a ragioni di stretta legalità costituzionale) e di arrivare alle prossime elezioni (che dovrebbero tenersi già entro la fine del 2017) per il Parlamento della Regione autonoma da un’evidente posizione di forza. Potrebbe così ambire anche a superare l’impasse costituzionale nella quale da tempo si trova: Barzani, il cui mandato è scaduto da anni, non può, infatti, ricandidarsi come presidente della Regione autonoma, ma potrebbe ambire a diventare il primo presidente di un Kurdistan indipendente.

Inoltre, la questione dell’indipendenza nazionale consente di congelare, almeno per altri mesi, i problemi economici e sociali che da tempo strangolano la popolazione della Regione autonoma e che, con la fine della guerra allo Stato islamico (ovvero con la formale liberazione di Mosul), dovranno essere affrontati. Il collasso economico della Regione è evidente: la trattativa con Baghdad potrebbe anche inasprirsi per via della storica vicenda della quota regionale dei fondi federali che secondo Arbil non sarebbe mai arrivata nelle proprie casse; il Governo centrale sostiene che il governo della regione autonoma vende il petrolio senza dividerne gli utili con il resto dell’Iraq. Nel clima referendario si potrebbero celare i limiti dell’azione del governo sin qui intrapresa e di addossare al governo centrale le responsabilità della crisi.

Prevedibile la reazione del governo di Baghdad, che non intende riconoscere il referendum, considerato un atto «unilaterale» e contrario al carattere «federale» della costituzione irachena. Ancor più problematica è la questione delle cosiddette ‘aree contese’: quelle zone, cioè, attualmente sotto il controllo del governo di Baghdad (nel nordest e nel sudovest del paese) ma storicamente rivendicate dal governo di Arbil. Sono aree a maggioranza araba perché forzatamente ‘arabizzate’ dal 1991, per prevenire ipotesi di secessione.


Le aree contese tra Kurdistan e Iraq.

La questione più importante riguarda Kirkuk, la grande città tra Arbil e Baghdad, ricchissima di petrolio: stando alla dichiarazione della Presidenza, il referendum si terrà anche in queste zone contese, alcune delle quali sono effettivamente tornate sotto il controllo curdo in ragione della guerra allo Stato islamico. Il Governo curdo ritiene che dopo il referendum, non si potrà più nemmeno parlare di disputed territories e si dice fiducioso che nella stessa Kirkuk anche le altre nazionalità, come gli arabi, saranno a favore dell’indipendenza. Si tratta con tutta evidenza di un azzardo: secondo la costituzione irachena le modifiche ai confini della Regione autonoma vanno concordate con il governo centrale il quale ha già chiarito la propria indisponibilità a trattare su Kirkuk. Anche un referendum, ovviamente non per l’autonomia ma ‘soltanto’ per la modifica dei confini della Regione, che la costituzione non esclude, dovrebbe essere comunque indetto insieme a Baghdad.

Alla prevedibile contrarietà di Baghdad si è associata la reazione del governo turco (che parla di «grande errore») e di quello iraniano. Ankara e Teheran, che ospitano cospicue minoranze curde, sono storicamente ostili alla nascita di uno Stato curdo e preferiscono mantenere relazioni economiche e politiche con la regione autonoma (la Turchia è in ottimi rapporti con il presidente Barzani ed esercita la sua influenza soprattutto nelle due province di Arbil e Dohuk, l’Iran invece prevalentemente a Sulaymaniyya).

Tuttavia, le opposizioni delle due potenze regionali appaiono più apparenti che sostanziali. In particolare, Erdoğan si è comunque detto contrario al referendum ma ha aggiunto sibillinamente che la questione andrebbe decisa tramite una trattativa tra Arbil e Baghdad; il leader turco potrebbe addirittura tollerare uno Stato curdo ai suoi confini (di fatto, dipendente economicamente dalla Turchia) qualora fosse disponibile a contrastare le pretese degli ‘altri’ curdi in Turchia e Siria.

Anche le potenze esterne sono ovviamente interessate alla vicenda: per ora, Stati Uniti e Russia (come peraltro la Germania) si sono limitati a segnalare che nell’area ci sono altre priorità da affrontare, tra cui, con tutta evidenza, la minaccia dello Stato Islamico, e che è indispensabile evitare misure unilaterali. Il governo curdo si dice al momento tranquillo per come è stato accolto il referendum all’estero ed è sicuro di ottenere l’appoggio statunitense: Washington ha, a più livelli, indirettamente avallato la scelta del referendum, puntando comunque a contenerne gli effetti in una trattativa da condurre insieme al governo di Baghdad.

Non va sottovalutata, in ogni caso la scelta stessa di tenere questo referendum: per molti curdi si tratta di un momento fondamentale, che potrebbe in teoria condurre alla nascita del primo Stato curdo, atteso da oltre cent’anni. Resta da vedere se e quanto la condizione della popolazione curda – e anche degli ‘altri’ curdi, soprattutto di quelli in Siria e in Turchia – possa cambiare in meglio: tanti dubbi restano sulle prospettive e le conseguenze della via intrapresa. Su tutti, segnaliamo il carattere necessariamente federale del nuovo Stato, se vorrà davvero ambire a rappresentare le minoranze nazionali che pure sono massicciamente presenti sul territorio, come pure una chiara separazione tra tutti i soggetti costituzionali, tra cui i partiti politici e le forze armate.