USA-Nord Corea: il prezzo strategico dell’incertezza

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 Qualunque cosa si pensi di Donald Trump (specchio dei tempi, utile correttivo agli eccessi liberal dell’era Obama, potenziale nuovo Reagan tuttora incompreso…), con il suo uso delle parole il Presidente sta prendendo grandi rischi. E a volte sembra agire in modo controproducente rispetto ai suoi stessi obiettivi dichiarati.

L’imprevedibilità – che questo presidente ha sempre affermato di voler sfruttare come calcolata arma negoziale – ha debordato, diventando un problema strategico invece di una possibile risorsa. Oltre ai tweet presidenziali, ben altro è diventato imprevedibile, infatti: come gli altri attori interpretano la posizione americana. L’incertezza si sta ritorcendo contro l’America. E’ l’amministrazione Trump che ora trova imprevedibile il comportamento dei suoi avversari, e che dunque rischia di non comprendere gli eventi e di essere perfino manipolata.

In effetti, c’erano ragioni di fondo per immaginare che qualcosa del genere potesse accadere: la più grande potenza mondiale ha ovviamente una tendenza a preservare molti elementi dello status quo (potrà non essere del tutto soddisfatta dei rapporti commerciali bilaterali, ad esempio, ma riconoscerà che il sistema globale degli scambi la vede al centro di una grande rete, in posizione molto vantaggiosa); dunque, non è suo interesse creare instabilità e incertezza a livello sistemico. Sono semmai gli attori (statuali e anche non statuali) “revisionisti” che hanno interesse a cambiare gli equilibri esistenti. E lo faranno non tanto sfidando apertamente la maggiore potenza (cosa che potrebbe mettere solo in evidenza la loro inferiorità), ma piuttosto testando “a margine” la sua tenuta, cioè anzitutto la sua reale volontà di mantenere gli impegni assunti con gli alleati. Lo si è visto in tutta evidenza nella crisi in corso con la Nord Corea.

Se osservata in questi termini, la collocazione degli Stati Uniti nel sistema internazionale è chiaramente danneggiata quando il “metodo Trump” viene applicato fino in fondo: restando al caso nordcoreano, minacciare l’uso di una forza soverchiante in modo colorito ma assai generico (“fire and fury”) crea incertezza e lascia ulteriore spazio di manovra a un “risk taker” come Kim Jong Un. Proprio ciò che l’America e ancor più i suoi alleati asiatici più esposti dovrebbero evitare.

Il quadro che abbiamo di fronte nella complicata vicenda coreana – in cui oggettivamente vi sono soltanto “cattive opzioni” tra cui scegliere – vede ormai un’America incerta e sorpresa, non un’America che sfrutta una dose di imprevedibilità a suo vantaggio. Il presidente, i diplomatici e i militari devono rapidamente trovare un nuovo bilanciamento tra le rispettive funzioni. Ciò significa fare un passo indietro e rinunciare alla retorica del “tutto o niente”, per cui il tempo delle parole sarebbe finito (non lo è mai, a maggior ragione per Donald Trump) e la forza dovrebbe sostituire la diplomazia. Sono affermazioni che non corrispondono affatto all’esperienza storica: anche l’uso della forza implica un costante e parallelo lavoro diplomatico, sia verso gli alleati che verso gli stessi avversari e i nemici giurati. Nuovi canali negoziali possono scaturire proprio da una prova di forza, a patto di saper usare la coercizione militare per raggiungere obiettivi realistici e limitati.

In sostanza, rispetto alla penisola coreana (come a molte altre questioni scottanti) l’amministrazione Trump non può che ripartire dal punto in cui le precedenti amministrazioni erano arrivate, a loro volta controvoglia e in mancanza di “buone opzioni”.

In senso più ampio, c’è da sperare che una fondamentale lezione sia stata finalmente acquisita: il governo degli Stati Uniti – chiunque ne sia a capo – non potrà minacciare in ogni situazione di far saltare il tavolo. Anzitutto perché quando il tavolo salta qualcuno può farsi male (certamente quando si tratta di armi nucleari), e in secondo luogo perché le regole del gioco di quel tavolo le ha spesso fissate e (magari parzialmente) fatte rispettare proprio Washington. Se il gioco cambia, le regole potrebbero deciderle altri.