Un nuovo quadro politico per la Turchia

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Le elezioni per il parlamento turco del 7 giugno hanno segnato una parziale battuta di arresto per il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) del Presidente Recep Tayyip Erdoğan e del Primo Ministro Ahmet Davutoğlu: nonostante l’AKP si sia confermato largamente come primo partito del paese, ha perso circa il 9% rispetto alle precedenti consultazioni, fermandosi al 40,7% e a 254 seggi, e non è riuscito a confermare la maggioranza assoluta in parlamento. Questi risultati non sono una sorpresa, dato che Erdoğan si è presentato alle elezioni in una posizione complicata: da un lato forte del consenso popolare che lo scorso anno gli ha consegnato la Presidenza della Repubblica con la maggioranza assoluta dei voti; dall’altro con un’immagine fiaccata dalle contestazioni interne, dai problemi in politica estera (a partire dalla Siria), dalle inchieste per corruzione e dagli scontri con ex alleati come il movimento del predicatore Fethullah Gülen. La sua decisione di gettare il proprio peso in questa campagna a favore di Davutoğlu e dell’AKP ha poi suscitato ulteriori controversie dovute al fatto che il Presidente dovrebbe avere secondo la Costituzione un atteggiamento imparziale.

L’obiettivo di Erdoğan era appunto quello di ottenere in questa elezione i 330 seggi necessari per poter trasformare la Costituzione rendendo la Turchia una repubblica presidenziale: una prospettiva mostrata come sempre più improbabile già dai sondaggi precedenti le elezioni.

La perdita della maggioranza assoluta da parte dell’AKP è stata anche dovuta al successo (con il 13% dei voti e 82 seggi) del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che fonde in un ambizioso progetto due diverse tradizioni politiche: quella dei partiti politici curdi, da sempre emarginati nella vita politica della Turchia, e spesso oggetto di provvedimenti restrittivi a causa della loro identità etnica; e quella della sinistra socialista, ecologista e libertaria, un’area politica per lungo tempo azzerata dai colpi di stato militari (in particolare quello del 1980), che ha ritrovato poi una voce con le proteste di Gezi Parki del 2013. Questa alleanza – facilitata dal tradizionale orientamento di sinistra dei partiti curdi – si è posta l’esplicito obiettivo di superare la soglia del 10% a livello nazionale, ora pienamente raggiunto. Lo ha fatto con una piattaforma estremamente innovativa per la Turchia: sia per proposte politiche attente alla giustizia sociale e all’ambiente; sia per l’orientamento libertario che rifiuta ogni discriminazione non solo etnica e religiosa, ma anche di genere (con l’introduzione di una quota rosa del 50% e di una quota LGBT del 10% per le liste del partito). Tale proposta politica ha rappresentato una sfida anche per il principale partito di opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP), che ha a propria volta accentuato la propria componente “di sinistra” a scapito del tradizionale orientamento che poneva l’accento soprattutto su laicità e nazionalismo. Questa posizione è valsa al partito una sostanziale tenuta, con il 25,1% dei voti e 132 seggi, mentre è cresciuta fino al 16,5% e a 82 seggi la quarta formazione presente nel prossimo parlamento, l’ultranazionalista Partito del Movimento Nazionalista (MHP).

Con questi risultati, si presenta il quadro di un parlamento bloccato, che non offre un percorso facile verso la costruzione di un governo stabile: il che non fa escludere la possibilità che l’AKP formi un esecutivo di minoranza con l’obiettivo di ritornare presto alle urne. Nell’ipotesi che si realizzi invece un governo “politico” di coalizione, gli scenari sono diversi. Tra quelli meno credibili vi sono la formazione di una grande coalizione tra AKP e CHP, o una coalizione anti-AKP che comprenda tutte le altre forze politiche in parlamento (entrambi resi difficili dall’estrema eterogeneità ideologica dei potenziali partner di coalizione). Piuttosto improbabile è anche un’alleanza dell’AKP con l’HDP – che pure ha in comune con Erdoğan il desiderio di trovare una soluzione per la questione curda – a causa dalla distanza ideologica tra i due partiti: filo-religioso e conservatore l’AHP, laico e socialista l’HDP.

Più fattibile è invece per l’AKP l’alleanza con gli ultranazionalisti del MHP (che pure hanno negato questa possibilità sia durante la campagna sia immediatamente dopo il voto), dato che già in altre occasioni il partito ha mostrato disponibilità verso Erdoğan. Questo scenario comporterebbe una battuta d’arresto per il processo di pace con i curdi, e una probabile accentuazione del carattere paternalista e autoritario già presente nel governo uscente. Con il MHP come partner di governo è infatti probabile che Erdoğan possa procedere con la sua agenda accentratrice e conservatrice portata avanti negli ultimi anni, riducendo ulteriormente gli spazi di espressione democratica e di dissenso e aumentando ancora il peso della religione nella sua piattaforma politica. Resta invece da vedere se gli eventuali alleati saranno disposti ad assecondarlo nei suoi progetti di modifica della Costituzione in senso presidenzialista.

Il proseguimento del progetto politico di Erdoğan dipende anche, tuttavia, dalla tenuta del suo stesso partito, l’AKP, per il quale questo risultato elettorale potrebbe avviare una fase di dissenso interno, con l’eventuale ritorno sulla scena dell’ex Presidente della Repubblica Abdullah Gül (in disparte negli ultimi mesi, così come altri esponenti dell’AKP non del tutto allineati con le posizioni del Presidente). Questa figura  potrebbe mettere in discussione l’attuale leadership del partito legata a doppio filo a Erdoğan.

Quanto all’opposizione emersa nel 2013 con le vicende di Gezi, con l’HDP essa ora dispone di una rappresentanza in parlamento: è quindi probabile che, pur con le limitazioni per la libera espressione dei media che Erdoğan sta imponendo, le possibilità di far sentire la propria voce si accrescano, sia a livello istituzionale, sia nelle piazze. Da un lato, quindi, c’è da aspettarsi un rinnovamento dei temi del dibattito politico, da troppo tempo ingessato dallo scontro tra AKP e kemalisti; dall’altro, tuttavia, è probabile che la polarizzazione che ha contraddistinto in questi anni la politica e la società turche sia destinata a non ridursi. Anzi, la tensione è probabilmente destinata ad aumentare. Bisogna tuttavia osservare che la democrazia turca, nonostante i problemi incontrati negli ultimi anni, ha mostrato in queste elezioni una forse inaspettata resilienza e solidità, che rappresenta un elemento positivo di speranza per il futuro, accresciuto dall’ingresso in parlamento di nuovi orientamenti politici finora sottorappresentati.