UE-Giappone: un accordo bilaterale contro il protezionismo

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The famous Wagyū beef is now exented from the EU tariff system

Un accordo di importanza strategica. Così nella dichiarazione congiunta emessa l’8 dicembre, a conclusione di un negoziato durato quattro anni, il primo ministro nipponico Abe Shinzo e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker definiscono l’EPA (Economic Partnership Agreement) tra UE e Giappone che dà corpo ad una Free Trade Area – la più grande al mondo – che ingloba il 30% della produzione mondiale e 600 milioni di consumatori ad alto reddito.

L’impatto economico è ancora ipotetico ed è calcolabile solo a grandi linee, come afferma la stessa Commissione. L’Europa, ad esempio, potrebbe usufruire di una riduzione delle tariffe doganali dell’ammontare di un miliardo di dollari l’anno. Ma quello che conta è il segnale che intendono dare al mondo europei e giapponesi, grazie all’intesa che conferisce loro una forza di convinzione – se non proprio contrattuale – che fino a ieri non avevano. L’EPA infatti dovrebbe creare un nuovo attore in grado di condizionare il confronto in corso sulla gestione della globalizzazione, che tende pericolosamente a polarizzarsi secondo gli schemi dettati dalla Amministrazione Trump e, sulla sponda opposta, da Pechino.

La volontà di essere un modello alternativo sia alla logica dell’America first con tutte le sue ricadute, sia all’ambigua interpretazione cinese del laissez faire, è evidenziata fin dalle prime righe della dichiarazione congiunta Abe-Juncker, dove si afferma che “di fronte all’ampliarsi del movimento protezionista la finalizzazione del negoziato dimostra al mondo intero la ferma volontà di UE e Giappone di tenere alta la bandiera del libero mercato e di rafforzare con decisione l’equo commercio”. L’EPA, si sottolinea, intende dimostrare la compatibilità tra apertura commerciale e alti standard per quanto riguarda le regole del lavoro, la salvaguardia della salute e dell’ambiente (cambiamenti climatici compresi), la protezione dei consumatori. Con questi presupposti e solo con essi UE e Giappone possono sperare di non essere schiacciati dai due giganti e di avere valide carte da giocare.

Già i tempi che hanno contrassegnato le due principali fasi dell’intesa sono stati scelti con attenzione. L’annuncio dell’accordo “politico”, il 6 luglio scorso, aveva immediatamente preceduto una riunione del G20, quella di Amburgo, in cui per la prima volta l’Occidente industrializzato si presentava diviso, ed era servito quanto meno ad indicare la possibilità di un’alternativa alla linea trumpiana, volta a privilegiare il bilateralismo. L’annuncio dato a Bruxelles l’8 dicembre è venuto alla vigilia della riunione ministeriale del WTO (World Trade Organization) di Buenos Aires, che era stata preceduta da preoccupanti prese di posizione della Casa Bianca, spintasi a mettere in dubbio l’utilità proprio di un organismo di controllo come il WTO in odio al multilateralismo, e dal non meno preoccupante tentativo del presidente Xi Jinping di ergersi a unico paladino del libero mercato.

Nessuna volontà di netta contrapposizione, comunque, tanto è vero che a Buenos Aires il nuovo blocco euro-nipponico ha fatto causa comune con gli americani. In una dichiarazione a tre emessa il 12 dicembre dalla capitale argentina, Tokyo, Bruxelles e Washington hanno sparato a zero contro la pratica, profondamente distorsiva, dell’eccesso di produzione, con particolare riferimento ad acciaio e alluminio. Hanno inoltre ribadito il loro impegno a combattere insieme, ovvero nelle istanze multilaterali, contro sussidi di stato, trasferimento forzato di tecnologia, violazione della proprietà intellettuale. Si è evitato di criticare esplicitamente Pechino, anche se il profilo cinese era piuttosto chiaro da quella descrizione dei problemi da affrontare. Nel contempo non si è nascosto il malumore nei confronti dei minacciati interventi “punitivi” unilaterali di Washington, che si riducono all’applicazione della legge del più forte e inducono i più deboli ad avvicinarsi alla Cina. Dunque, un ulteriore segnale di autonomia da parte di europei e giapponesi.

Al di là della difesa delle regole-base del commercio internazionale, l’intesa col Giappone costituisce per l’UE, già travagliata dalla Brexit, un significativo contrappeso alla “fuga verso la Cina” dei Paesi dell’Est europeo, attratti dalla speranza di veder affluire entro i propri confini i capitali che Pechino promette di dispensare con generosità (ma che celano spesso sgradite contropartite). Il vertice di Budapest dei cosiddetti 16+1 (con 11 membri EU e 5 non-membri dell’area balcanica, più appunto la Cina), svoltosi a novembre, è apparso un’inquietante conferma di questa linea di tendenza, che indebolisce la UE come blocco e mostra come la penetrazione cinese abbia ricadute che vanno al di là del semplice quadro economico. Il Giappone è allora il partner più adatto nell’ottico del “contenimento” della Cina, ma perché tale obiettivo si realizzi davvero occorrerà un’accurata gestione dei meccanismi dell’EPA, in modo che essa non avvantaggi solo la componente “occidentale” della UE – da cui provengono formaggi e vino ai quali viene facilitato l’ingresso in Giappone, e dove hanno sede le grandi industrie, come Siemens e Alstom, alle quali sarà ora permesso di concorrere per gli appalti nelle principali città nipponiche.

Per il Giappone il successo è ancora più evidente. L’EPA infatti costituisce un’indubbia spinta verso un’intesa sul TPP (Trans Pacific Partnership) con i suoi attuali 11 membri, cioè quel che ne resta dopo che Trump ha deciso di uscirne. A novembre, nella riunione svoltasi a Danang da cui ci si aspettava la chiusura del negoziato sul TPP senza Stati Uniti (ridefinito Comprehensive and Progressive Agreement for the TPP) sono insorte inattese divergenze, manifestate soprattutto dal Canada. L’accordo definitivo è stato rimandato a febbraio, ma ora Abe, per il quale la nuova versione del TPP è un appiglio imprescindibile, sa di muoversi da una posizione di forza per convincere i suoi interlocutori esterni. Quanto a quelli interni, identificabili con gli ambienti più conservatori, difensori dei settori arretrati dell’agricoltura, ormai sembrano rassegnati e dovranno accontentarsi degli ammortizzatori già promessi in vista dell’EPA con gli europei. Questa d’altra parte consente a Tokyo di impostare i negoziati con gli Stati Uniti per la creazione di una FTA – bilaterali, come ha imposto Trump – con maggiore calma.  Lo stesso vale per i rapporti commerciali con la Cina, che non si inquadreranno in una FTA (resta al palo l’area di libero scambio a tre comprendente anche Seul), ma si preannunciano sempre più intensi. Nelle ultime settimane, in chiara controtendenza col passato, Tokyo ha addirittura aperto un canale di comunicazione con Pechino per individuare le modalità di partecipazione al megaprogetto cinese di Nuova via della seta.

Quanto alle clausole dell’accordo euro-giapponese, per Tokyo l’aspetto più significativo è l’eliminazione delle tariffe sull’export di automobili (610mila nel 2016) con un periodo transitorio di sette anni: più in generale l’esenzione dalle tariffe UE riguarda il 99% dei prodotti giapponesi, tra cui sake, the verde e carne bovina wagyu. L’UE invece ha ottenuto il libero accesso in Giappone, con periodo transitorio di 15 anni, per vino e formaggi a pasta dura (come il parmigiano), carne bovina e suina. Tariffe azzerate per il 94% dell’export europeo in Giappone e per l’82% dei prodotti agricoli (resta la chiusura totale a riso e zucchero). Vengono abbattute le barriere non tariffarie grazie al mutuo riconoscimento di standard e dei processi di fabbricazione. Inoltre Tokyo riconosce 205 denominazioni di origine protetta di cui 130 riguardano i vini. Per il Commissario europeo allo sviluppo rurale Phil Hogan, si tratta del “più significativo accordo mai raggiunto dalla UE in campo agricolo, una garanzia di grande espansione delle esportazioni agricole in un mercato molto ampio, maturo e sofisticato”.

Resta qualche punto oscuro. Innanzitutto all’interno della UE si dovrà rintuzzare l’opposizione di coloro che ritengono simili accordi (così come quello in gestazione con gli Stati Uniti prima dell’avvento di Trump), un regalo fatto alle multinazionali. Poi non è sicuro come procederà la ratifica. Per il Giappone nessun problema, visto che il governo Abe gode di un’ampia maggioranza in Parlamento. Per la UE, invece, non è stato ancora chiarito se basterà l’approvazione da parte del Parlamento europeo o se dovranno intervenire tutti i Parlamenti degli Stati membri. In tal caso le cose potrebbero andare per le lunghe, senza contare che potrebbero ripetersi intoppi simili a quelli provocati dai valloni nell’ottobre 2016, quando in gioco c’era la FTA con il Canada. Inoltre è stata rinviata a data da destinarsi un’intesa sugli investimenti.

Le parti infatti restano lontane sulla determinazione del modo di risolvere gli eventuali contenziosi tra Stati e multinazionali. Bruxelles vorrebbe un sistema di arbitrato indipendente come già deciso con il Canada. Il Giappone insiste per rimanere al vecchio sistema, ovvero alla possibilità di ricorrere a qualunque tribunale. Essendo gli investimenti una materia-chiave, se ne può dedurre che l’EPA zoppica, ma anche che – in nome di una precisa volontà politica – si è voluto bruciare le tappe in modo da tenere alta la bandiera dell’antiprotezionismo.




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