Tutto sulla sospensione dell'autonomia della Catalogna

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Spain's PM Mariano Rajoy

Il 27 ottobre, giornata-chiave

A Barcellona, nel pomeriggio del 27, il Parlament ha votato a scrutinio segreto la mozione sul "processo costituente della repubblica catalana". I voti a favore sono stati 70 (sebbene i deputati indipendentisti fossero 72), le schede bianche 2, i contrari 10 - probabilmente provenienti dall'affiliazione catalana di Podemos, presente in aula ma contraria. Altri 53 deputati dell'opposizione, infatti (socialisti, popolari, liberali centralisti di Ciudadanos), sono usciti dall'aula. Dunque, i favorevoli sono stati 70 su 135. 

La risoluzione, lo si sapeva in anticipo, sarà presto annullata dalla Corte Costituzionale spagnola; ciononostante, nelle strade di Barcellona gli indipendentisti ieri hanno festeggiato e da alcuni municipi (come quelli di Girona, Sabadell, Vic, Figueres) è stata tolta la bandiera spagnola. 

Lo precisiamo qui: nel testo votato dal Parlamento catalano mantiene soprattutto un valore simbolico e non pratico. Al contrario che nella parte dichiarativa, nella sua parte dispositiva non si fa riferimento a nessuna dichiarazione di indipendenza né alla fondazione di uno stato repubblicano. Appare ancora una volta come una mossa di compromesso tra le anime massimaliste e quelle più prudenti del fronte indipendentista.

A Madrid, nello stesso pomeriggio del 27, il Senato spagnolo - a larga maggioranza (214 su 262) - ha ratificato l'applicazione dell'Articolo 155 richiesta dal premier Mariano Rajoy: il presidente, a seguire, ha annunciato la cessazione dei poteri della Catalogna e la data delle nuove elezioni.

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Il governo di Rajoy ha dunque deciso un'applicazione-lampo dell'articolo155 della Costituzione spagnola alla Catalogna. Ecco le principali misure decise da Madrid per "riportare ordine, legalità e sicurezza tra la cittadinanza" nella comunità autonoma il cui parlamento, sempre il 27 ottobre, ha votato una mozione per l'inizio del processo costituente della "repubblica catalana":

- ELEZIONI ANTICIPATE: Rajoy ha cambiato idea sulla durata della sospensione dell'autonomia catalana: non più 6 mesi, come paventato inizialmente, ma 53 giorni. Il 21 dicembre gli elettori potranno scegliere un nuovo parlamento e di conseguenza un nuovo governo. E' da escludere, come anche si temeva, che uno o più partiti indipendentisti possano venire messi fuori legge prima di quella data (come accaduto in passato nel Paese Basco con Herri Batasuna). "Tutti i leader politici catalani sono invitati a partecipare", ha anzi specificato il portavoce del governo.

- GOVERNO: il governo di Carles Puigdemont e del suo vice Oriol Junqueras, che ha ispirato insieme al suo alleato radicale indipendentista CUP la mozione sulla costituente delle repubblica, cessa le sue funzioni. A farne le veci sarà il governo spagnolo: fino al 21 dicembre Mariano Rajoy sarà presidente e la sua vice Soraya Sáenz de Santamaría vicepresidente della Generalitat de Catalunya. Nel concreto, comunque, sarà quest'ultima la responsabile ultima degli affari catalani. Entrambi appartengono al partito di governo a Madrid, il Partido Popular, centralista e conservatore, minoritario in Catalogna. Santamaría si è occupata fino ad oggi delle relazioni tra il governo spagnolo e la Catalogna.
Tutti i membri del governo esautorato, escluso Puigdemont, perdono anche la scorta.

- PARLAMENTO: in attesa delle nuove elezioni il Parlamento di Barcellona è sciolto. I parlamentari attuali perderanno l'immunità. Ciò significa che potranno essere giudicati per il loro voto pro-indipendenza; tuttavia, poiché la mozione è stata votata a scrutinio segreto, eventuali procedimenti non saranno di semplice elaborazione.

- STATUTO: lo Statuto della Catalogna resta in vigore.

- AMMINISTRAZIONE: l'amministrazione catalana passa sotto il controllo dei rispettivi ministeri spagnoli. Non verrà creato un organo di governo ad hoc.

- UFFICI CATALANI ALL'ESTERO: le "ambasciate" o delegazioni che la Catalogna è andata aprendo negli anni all'estero (in Francia, Regno Unito, Irlanda, Germania, USA, Canada, Messico, Austria, Italia, Portogallo e Danimarca) vengono chiuse. Compreso l'ufficio a Madrid. Resta solo la delegazione presso la UE, a Bruxelles, ma senza il suo capo, revocato.

- FUNZIONARI REGIONALI: tra i più importanti, vengono destituiti il capo dell'ufficio per gli Interni e quello dei Mossos d'Esquadra (la polizia locale). Sono circa 150 i funzionari di alto livello che verranno revocati.

- POLIZIA: i Mossos perdono anche il loro comandante, Josep Lluís Trapero, accusato di sedizione in relazione al referendum del 1° ottobre (per non aver obbedito agli ordini di sgombero dei seggi). Il ministero degli Interni ha però deciso che sarà il suo numero due, Ferran López, a sostituirlo, rispettando la successione gerarchica. Trapero ha scritto per lettera che accetta con serenità la decisione e ha invitato alla lealtà verso il nuovo comandante. Il nuovo comandante è già proceduto al ritiro delle fotografie del destituito Puigdemont da tutti i commissariati.

- FINANZE: le Finanze della Catalogna erano state già messe sotto controllo in settembre da Madrid, dopo il rifiuto di Barcellona (in particolare del vicepresidente indipendentista Oriol Junqueras) a inviare rendiconti settimanali sulle spese della Regione. Il governo di Madrid accusava la Catalogna di organizzare il referendum dell'1 ottobre con soldi pubblici.

- SICUREZZA e COMUNICAZIONI: il governo assume il controllo di tutti i servizi informativi e di sicurezza della Catalogna. Tuttavia, non toccherà l'emittente pubblica catalana, TV3 (su suggerimento del partito socialista).

- SISTEMA EDUCATIVO e ALTRE ARTICOLAZIONI DELL'AUTONOMIA CATALANA: l'imminenza della scadenza elettorale decisa da Rajoy suggerisce che non saranno toccate.

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Contesto e reazioni

L'approccio soft deciso da Mariano Rajoy delude una parte del Partido Popular, che sognava con la presa della Catalogna, ossia con un intervento pesante, profondo, indeterminato nel tempo: una lezione esemplare ai "ribelli catalani" che toccasse appunto anche il sistema educativo, la radio e la televisione catalani (tutti accusati di "indottrinare" e "fabbricare indipendentisti"). In ogni caso è la prima volta dalla sua rinascita (1977) dopo la morte di Francisco Franco che la Generalitat de Catalunya (la struttura di governo locale) cessa le sue funzioni, seppur temporaneamente.

Puigdemont ha comunque fatto sapere, nel pomeriggio di sabato 28 ottobre, di non considerarsi destituito - senza precisare però se accetta o no le misure decise a Madrid - e ha invitato i catalani a "un'opposizione democratica" - senza però accennare all'indipendenza o alla repubblica. Non ha parlato dal suo ufficio (che quindi è vuoto), ma da Girona, la sua città. Simili dichiarazioni, a titolo personale, anche da Junqueras, che ha invitato la cittadinanza alla "perseveranza".

Non va dimenticato in effetti che anche il fronte indipendentista non avrebbe disdegnato - in termini strategici - un approccio hard del governo spagnolo. Quale occasione migliore per chiamare i tantissimi funzionari e dipendenti pubblici (circa 200.000) alla resistenza passiva, utilizzare la propria grande forza organizzativa per lanciare una specie di Maidan nelle piazze di Barcellona, e raccogliere infine nelle urne un risultato plebiscitario per l'indipendenza?

Il tentativo avrebbe probabilmente funzionato, aumentando le simpatie per la causa indipendentista sia in Catalogna (dove l'opinione pubblica resta spaccata a metà, secondo i sondaggi), sia all'estero. Dall'estero, nel frattempo, nessun Paese dell'Unione Europea, né gli Stati Uniti, né il Canada, né Israele, né altri hanno riconosciuto l'indipendenza della Catalogna votata a Barcellona. L'unica apertura è arrivata dall'Ossezia del Sud, stato caucasico manovrato dal presidente russo Vladimir Putin - interessato a creare le condizioni per legittimare l'annessione della Crimea e del Donbass a Mosca.

Il fronte indipendentista - cioè il cartello JxS formato da una forza di centrodestra e una di sinistra, più gli anticapitalisti della CUP - deve ora decidere come porsi di fronte alla data elettorale individuata da Rajoy. Partecipare non sarebbe implicitamente ammettere che l'idea di "repubblica catalana" è stata già accantonata? D'altro canto una non-partecipazione o un boicottaggio - come già annunciato dalla CUP - rischiano di trasformarsi in un boomerang.

Ancora non c'è una posizione ufficiale delle forze politiche indipendentiste al riguardo; ma i partiti dovranno decidere entro una settimana se parteciperanno al voto, e in quale formazione. Intanto, sono ormai oltre 1.700 le imprese che dall'inizio del mese hanno spostato la loro sede sociale fuori dalla Catalogna.




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Riccardo Pennisi