Trump, il dilemma dell’immigrazione e la tentazione del compromesso

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Dreamers advocates outside the Trump Tower

Se non sorprende che il presidente Trump in un momento di difficoltà torni a mettere al centro dell’agenda pubblica il tema dell’immigrazione, su cui ha costruito una parte consistente delle sue fortune elettorali, sorprende o quantomeno solleva molti interrogativi l’apparente incoerenza dei recenti passi della Casa Bianca. La gestione dei flussi migratori è da almeno un decennio un vero e proprio campo minato della politica americana.

Dopo un’estate complicata, culminata nel fallimento dell’attacco all’Affordable Care Act e fotografata da indici di popolarità precipitati al 35%, Trump lo scorso 5 settembre ha annunciato la revoca della principale iniziativa di Barack Obama sull’immigrazione, vale a dire il programma DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals). Istituito da un executive order del giugno 2012, il programma proteggeva per un periodo di almeno due anni dal rischio di espulsione quegli irregolari di età non superiore ai 31 anni che fossero arrivati negli Stati Uniti con genitori irregolari prima dei 16 anni di età, avessero risieduto negli Stati Uniti dal 2007 e non avessero commesso reati. Si tratta di circa 800.000 persone, giovani americani a tutti gli effetti di solito pienamente inseriti nel tessuto sociale ed economico, ai quali si concedeva un permesso di lavoro temporaneo, ma non la possibilità di acquisire la cittadinanza. L’iniziativa di Obama era giunta dopo che vari tentativi di riforma della legislazione sull’immigrazione erano naufragati in Congresso, principalmente a causa dell’opposizione repubblicana alla Camera dei rappresentanti. Per quanto parziale e circoscritta rispetto ad analoghi progetti di leggi precedenti, come il Dream Act (presentato nel 2001 e poi abbandonato), venne subito bollata da buona parte del partito repubblicano, e successivamente da Trump, come una sanatoria imposta dall’amministrazione Obama in violazione della Costituzione.

Questo ritorno di Trump ai toni duri della campagna elettorale era stato peraltro anticipato a fine agosto da almeno due episodi: la grazia concessa a Joe Arpaio, uno sceriffo dell’Arizona condannato per pratiche discriminatorie a danno di immigrati, e la minaccia di opporsi a qualsiasi accordo sul bilancio, e quindi di provocare uno shutdown dell’amministrazione federale, nel caso in cui il Congresso in ottobre non approvasse i fondi per la costruzione del muro con il Messico. Il fatto che questo annuncio fosse avvenuto proprio in Arizona, stato da anni al centro delle controversie sull’immigrazione, di fronte a una folla di sostenitori che accolse il presidente al grido “build that wall!” ne amplificava la valenza politica e simbolica.

Queste mosse rispondevano per Trump a molteplici esigenze: rafforzare la presa sulla propria base, rimasta largamente fedele ma bisognosa di rassicurazioni sul mantenimento delle promesse anti-immigrazione della campagna elettorale; non inimicarsi i governatori di vari stati a guida repubblicana che minacciavano di prendere la strada della Corta Suprema in merito alla costituzionalità del DACA; compattare un’amministrazione dilaniata dai conflitti interni con una presa di posizione fortemente voluta dal Segretario alla giustizia Jeff Sessions  e dall’influente consigliere Stephen Miller; e infine continuare quell’opera di smantellamento dell’eredità obamiana che pare essere fino a oggi l’unico coerente motivo ispiratore dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Subito dopo però Trump ha iniziato mandare segnali in parziale controtendenza, ad esempio chiedendo perentoriamente al Congresso di “legalizzare il DACA”, vale a dire di inserirne i contenuti in un pacchetto di riforme da approvare entro sei mesi, ed esprimendosi in termini lusinghieri sui “dreamers”, termine che comunemente identifica proprio i beneficiari del programma. Ma la notizia che si è impadronita rapidamente della scena mediatica è arrivata una settimana dopo, quando i leader democratici al Senato, Chuck Schumer, e alla Camera, Nancy Pelosi, la sera del 13 settembre  hanno annunciato di aver raggiunto un “accordo” con il presidente che prevede da un lato la trasformazione in legge delle tutela dei giovani irregolari prevista dal DACA e dall’altra l’inasprimento delle misure di contrasto dell’immigrazione irregolare alla frontiera con il Messico, senza però prevedere il fatidico muro. E a poco sono valsi i distinguo e le prese di distanza provenienti dalla Casa Bianca, visto che lo stesso Trump ha poi confermato che il muro si farà, ma più tardi.

Si tratta appunto di un annuncio, la cui importanza non va sovrastimata. I contenuti del possibile accordo sono ancora tutti da precisare: quante risorse andranno al rafforzamento dei controlli lungo la frontiera, e come andranno utilizzate? La regolarizzazione  dei “dreamers” comprenderà, almeno per alcuni, la possibilità di acquisire la cittadinanza? Si tratta di dettagli non secondari, su cui negli ultimi vent’anni sono franati progetti ben più ambiziosi di “immigration reform”. Va inoltre ricordato che l’amministrazione Trump non è nuova a improvvisi e apparentemente incoerenti cambi di direzione, dettati da un miscela di opportunismo e incompetenza che sembra essere per ora la sua principale cifra distintiva.  La portata di questa sterzata è tuttavia innegabile e sta nei fattori che l’hanno determinata, nelle modalità con cui è maturata, e infine dalle sue possibili conseguenze.

Cosa ha indotto il presidente a questo apparente voltafaccia? In primo luogo, il rischio dell’impopolarità. La reazione alla revoca del DACA è stata tanto forte da destare forti preoccupazioni alla Casa Bianca. Alla netta condanna di Mark Zuckerberg e di altre figure di spicco della new economy, oltre che di un numero imprecisato di celebrities, si è accompagnata la capacità di mobilitazione degli stessi “dreamers”, grazie ad esempio al successo di “United We Dream” – la più grande organizzazione americana di giovani immigrati. Sin dalle settimane successive all’insediamento di Trump la stretta sugli irregolari voluta da Trump aveva di fatto messo a rischio espulsione molti potenziali fruitori del DACA, e ora la revoca del programma veniva disapprovata da una maggioranza dell’opinione pubblica (73% secondo un sondaggio Politico/Morning Consult, con un 54% favorevole alla concessione della cittadinanza). Una diffusa impopolarità che si intreccia alle perplessità di molti per l’inazione di Trump, rivelatosi finora assai poco efficace come “deal maker”.  E proprio l’esigenza di portare finalmente a casa qualche successo sul piano legislativo sarebbe il secondo motivo alla base della sterzata.

Una sterzata invero assai brusca anche nelle modalità: non è sfuggito a nessuno che il dialogo con i leader democratici, spesso dileggiati nei mesi scorsi, sia avvenuto senza il coinvolgimento dei vertici repubblicani in Congresso, a partire dallo speaker della Camera Paul Ryan e dal leader del GOP al Senato Mitch McConnell, ai quali Trump continua a imputare buona parte degli insuccessi fin qui raccolti. Già proiettato verso la riforma fiscale, che avrebbe potuto coagulare le molte anime del partito e portare alla prima grande vittoria in Congresso, l’establishment repubblicano si è così ritrovato nuovamente nel pantano della riforma delle leggi sull’immigrazione e stenta a nascondere la propria frustrazione.

Anche perché le possibili conseguenze di un passo falso su questo terreno non sono di poco conto. Da un lato un legge sulla falsariga dell’intesa informale di metà settembre, con tanto di rinvio sine die della costruzione del muro, potrebbe alienare i consensi di una parte considerevole dell’elettorato trumpiano, come si evince dalla diffusa ostilità all’accordo proveniente da Breitbart News e dalla galassia radiofonica della destra radicale. D’altra parte un ennesimo cambio di rotta e il ritorno alla linea dura farebbero saltare l’accordo bipartisan in tema di bilancio federale raggiunto poco prima del dialogo sul DACA, a cui Trump tiene particolarmente in quanto permetterebbe di alzare il livello della spesa pubblica.

In tempi di consensi calanti, la tentazione del compromesso con i nemici liberal prefigura anche in politica interna l’avvento di quell’idea di politica come “transazione”, tendenzialmente a-ideologica e a-morale, che finora sembrava confinata alla dimensione internazionale.



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