Per scelte pubbliche migliori: guardiamo i dati

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A classic example of nudging

Come valutare utilmente possibili interventi di politica economica nelle economie complesse del XXI secolo? In Italia forse più che altrove, il dibattito è troppo spesso ideologico: poco attento cioè agli effetti misurabili degli interventi adottati.

Eppure, negli Stati Uniti, in Inghilterra, Danimarca, Norvegia e Australia (e ben presto in Francia, Germania, Canada, Arabia Saudita, Singapore) sono state create delle vere task force preposte al vaglio delle principali proposte di interventi pubblici promossi da parlamenti e governi, affinché questi smettano di presumere di sapere cosa stanno facendo, e comincino a verificare l’efficacia di quello che presumono. Sono spesso denominate “nudge units”, dall’influente “Nudge. La Spinta gentile” di Cass Sunstein e Richard Thaler - 750.000 copie vendute, traduzioni in trentadue lingue. Importante ricordare anche che Sunstein è stato tra l’altro consigliere economico di Barack Obama.

Come si realizzano queste valutazioni per migliorare l’efficacia dell’azione? Primo, progettando interventi che facciano leva sui processi mentali e i comportamenti reali che presiedono alle scelte e alle decisioni del cittadino. Secondo, controllando che gli interventi che ipotizziamo essere incisivi, calati nel mondo, sortiscano davvero l’effetto desiderato. Terzo, traducendo le scelte generali in pratica tramite opportuni provvedimenti legislativi.

Dopotutto, chi si sentirebbe tranquillo a prendere una medicina la cui efficacia non sia stata rigorosamente provata? Perché dovremmo pensarla in modo diverso rispetto alle politiche pubbliche? Anche quelle influenzano il benessere di milioni di persone e, proprio come per la ricerca clinica e farmaceutica, occorre verificare nei fatti la validità dei tipi di «trattamento» possibili. Il prodotto di questa ricerca sul campo saranno politiche basate sull’evidenza e non sui preconcetti o la convenienza di qualcuno. «Prescrizioni di medicinali per la democrazia» li ha definiti Heather Smith, presidente di Rock, un’influente associazione indipendente americana di mobilitazione politica con la missione di dare rappresentanza politica alle nuove generazioni. La definizione è calzante, e non si può negare che di medicinali la nostra democrazia abbia un certo bisogno.

Incisività politica e crescita economica sono legate: la qualità e l’efficacia delle politiche pubbliche sono la chiave della competitività dei Paesi e della loro capacità di attrarre investimenti. Si tratti di beni comuni, ridurre il consumo energetico, pagare le tasse, oppure di prevenire comportamenti contro il proprio interesse personale, come mangiare troppo, fumare, eccedere con gli alcolici o giocare d’azzardo, la chiave del successo di ogni iniziativa di policy è prevedere correttamente il comportamento degli individui.

Negli ultimi anni, un numero sempre maggiore di discipline ha incoraggiato l’applicazione del metodo sperimentale al policymaking. In questo modo è possibile capire quali progetti funzionino e diminuire il grado di incertezza che caratterizza ogni intervento calato nella complessità del mondo sociale. L’evidence-based policy basa la pratica del policymaking sulla provata efficacia. Questo rinnovamento è dovuto sia alla trasformazione dell’economia, molto più aperta ad approcci sperimentali, sia al successo ottenuto dalle scienze mediche. Sulla metodologia dei Randomized Controlled Trials (RCT) si fonda infatti la valutazione sperimentale della maggior parte delle ricerche fino ad oggi condotte nell’ambito degli approcci comportamentali, tra cui particolarmente degne di nota sono quelle implementate dal Behavioral Insights Team in Gran Bretagna (nota a tutti come la "Nudge Unit" al numero 10 di Downing Street – anche se di recente si è privatizzata e offre consulenze anche al di fuori del paese).

Dall’utilizzo di messaggi sociali per la riscossione delle tasse al tentativo di creare nuovi programmi per il reinserimento del mondo del lavoro, tutto si basa sull’idea di isolare due gruppi, applicando l’intervento a uno  e non all’altro. I risultati raccolti, se differenti, vanno imputati alla variabile manipolata, all’applicazione di un "nudge", cioè di una sollecitazione non coercitiva. Le “spinte gentili” sono piccoli indizi, aiutini, suggerimenti, pungoli, incentivi, “spintarelle”, ma anche “esche” (se non vere e proprie trappole), che orientano la nostra mente a prendere certe decisioni invece che altre. È ovvio che, se gli esseri umani fossero perfettamente razionali, questi pungoli sarebbero solo un’inutile perdita di tempo. Invece i pungoli che riceviamo nella vita di ogni giorno sono straordinariamente efficaci. Possono influenzare le nostre decisioni sulla salute (se sempre più bambini e adolescenti sono obesi è opportuno che l’architetto delle scelte della mensa scolastica si premuri a disporre in primo piano l’insalata o la macedonia invece delle patatine fritte o una torta al cioccolato), come anche l’istruzione, i piani di assicurazione e di investimento. In particolar modo, le “spinte gentili” risultano condizionanti in quelle circostanze – come l’acquisto di una casa, o la sottoscrizione di un mutuo – in cui il problema di scelta è complesso, e possiamo trovarci in difetto di esperienza, informazioni e di un immediato feedback che ci consenta di imparare strada facendo.

È importante ricordare che simili metodologie sono già applicate da decenni nel marketing dalle aziende private: i consumatori non vengono considerati secondo una “razionalità economica”, ma sfruttati abilmente proprio per la loro “razionalità limitata”. È per questa ragione, per esempio, che nei supermercati le caramelle e i cioccolatini sono alla cassa e gli scaffali abbondano di offerte “tre per due”.  La presenza di una “spinta gentile” risulta condizionante specialmente quando siamo dilettanti allo sbaraglio che devono affrontare un esercito di professionisti – come accade appunto al consumatore di fronte a prodotti presentati secondo criteri rigorosi.

Proprio perché la nostra vita sociale è già ricchissima di “spinte gentili”, l’intervento delle istituzioni può rendersi necessario affinché l’ architettura delle scelte accresca il benessere di coloro che scelgono – quantomeno come aggregato – e non di coloro che traggono vantaggio particolaristico ed egoistico dalle debolezze umane e dall’opacità dei contesti decisionali.

Innovare è un obiettivo ambizioso. Figuriamoci se in gioco ci sono le politiche pubbliche. E il primo passo è spesso il più impegnativo: mettere in discussione il presupposto secondo cui le persone prendono decisioni in modo (esclusivamente) razionale. Se risparmiamo poco, ci indebitiamo molto, mangiamo troppo e inquiniamo di più, come si può credere che stiamo solo analizzando costi e benefici delle nostre scelte? Eppure lo assume ogni azione di governo che mira a imporre comportamenti attraverso divieti, regole e leggi.

Che una burocrazia del ventesimo secolo possa farci vincere le sfide del ventunesimo non è più credibile. Allora perché non tentare un'altra via, insieme più  empiricamente fondata e dunque più “umana”? Volete che le persone facciano qualcosa? Benissimo, rendetela semplice, attraente e sociale. Per esempio: il Behavioural Insights Team britannico ha controllato l'effetto di comunicazioni semplificate per la riscossione fiscale. Lettere scritte in un linguaggio colloquiale con una richiesta chiara ed esplicita si sono rivelate 300 volte più efficaci dei vecchi originali (in burocratese). In questi casi, inoltre, "meno è di più": un testo corto e snello può significare, secondo alcune stime, il 40% di risposte in più (come dovremmo ricordarci quando scriviamo un’email). L'effetto più spettacolare si deve al confronto sociale. Quando non sappiamo che cosa sia giusto fare, tendiamo a fare quello che fanno gli altri. Spingete a pagare le tasse, magari con una costosissima campagna di sensibilizzazione, e otterrete scarsi risultati. Dite alla gente come si comportano i loro vicini di casa e avrete risultati spettacolari. In un caso che ha fatto scuola,  nell’anno fiscale 2012-13 è stata realizzata un'azione concertata con Her Majesty’s Revenue & Customs, l’equivalente della nostra Agenzia delle Entrate: il BIT stima di aver contribuito alla raccolta di 210 milioni altrimenti evasi. Il costo di questo intervento di provata efficacia? Economicissime missive, una riga d'inchiostro ben scritta. (Vedi David Halper, Inside the Nudge Unit. How Small Changes Can Make a Big Difference, WH Allen London, 2015).

Naturalmente ciò che vale per il Regno Unito non è detto funzioni altrettanto bene altrove.  Ogni Paese è diverso, ma tutti possono trovare le "spinte gentili" più efficaci affidandosi proprio all’evidenza e al rigore della valutazione statistica. Un approccio pienamente condiviso dall'ex-Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. In un giorno glorioso per gli scienziati cognitivi di tutto il mondo, il 15 settembre 2016, la Casa Bianca ha diramato un Executive Order dal titolo che è un programma: "Using Behavioral Sciences to Better Serve the American People".

Eppure, la linea di confine tra spinta gentile e manipolazione pura e semplice non sempre è ben marcata come potremmo desiderare. Il fatto che Richard Thaler sia solito autografare le copie del libro con l’esortazione “NUDGE FOR GOOD!”, significa che esiste un potenziale per "pungolare" anche a fin di male. Ritenere che il ricorso all’evidenza, al dato neutro, offra invariabilmente la soluzione “giusta” può facilmente rivelarsi un’illusione (positivistica). E poi, giusta per chi? può legittimamente obiettare un liberalista autentico appellandosi a John Stuart Mill. D’accordo, le persone si fanno male con le proprie mani (siamo sempre più grassi e indebitati, consumiamo e inquiniamo troppo, non andiamo abbastanza in palestra), ma possiamo lasciare che siano lo Stato e le sue leggi a regolamentare cosa è meglio per noi? E quindi addestrare una nuova leva di tecnocrati neurocognitivi che si prenda cura delle nostre scelte? Meglio adottare una certa prudenza quando in gioco c’è la libertà individuale.

Al netto delle critiche e dei rischi, però, e nella piena consapevolezza che si debba stare allerta rispetto alle tecniche di persuasione di nuova generazione, occorre ammettere che le spinte, più o meno gentili, arrivano tutti i giorni da tutte le parti e che, più o meno visibili, impattano sulle scelte di ciascuno. Allora, perché dovremmo lasciare che a spingerci (non così 'gentilmente') sia sempre e soltanto chi vuole massimizzare i propri profitti o interessi particolari?

È difficile pensare che la nostra libertà e il nostro potere decisionale siano limitati, per esempio, dal fatto che nelle mense scolastiche l’insalata e la macedonia siano disposte in prima fila; che nel registrarmi per la patente di guida la donazione degli organi sia l’opzione default; che quando sottoscrivo un mutuo questo sia comprensibile in tutte le sue parti; che le carte di credito non mi giochino trucchetti di vario tipo per farmi spendere sempre di più e incorrere in costosissime penali; che le bollette siano semplici, trasparenti e comparative; che compilare il modello F24 e calcolare la TASI sia facile e intuitivo (per cominciare, dandogli magari un altro nome).

Se "nudge revolution" significa tutto questo, e anche la possibilità di rendere trasparenti ed espliciti gli stessi condizionamenti psicoeconomici, spesso occulti, che influenzano prevedibilmente le nostre scelte, da parte di aziende, organi d’informazione, pubblicità, politici e dallo stesso Stato, allora questa rivoluzione comportamentale della scienza economica e della politica pubblica che si profila all’orizzonte potrebbe farci vivere in un mondo più semplice, libero e democratico. Qualcuno a questo punto osserverà che progettare, sperimentare e controllare l’efficacia degli interventi di policy costa; vero, ma che prezzo dovremo pagare per continuare a non farlo?