Prima e dopo il golpe fallito: la continuità della linea Erdogan

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Zumapress/AGF

President Recep Tayyip Erdoğan

Quello che è accaduto in Turchia dopo il tentato golpe del 15 luglio ha colpito l’opinione pubblica di tutto il mondo; considerarlo soltanto un effetto o una reazione al tentativo di colpo di stato oscurerebbe tuttavia la realtà.

Gli avvenimenti di questi giorni sono infatti in sostanziale continuità con una serie di processi in atto almeno dal 2010: il progressivo accentramento del potere e del processo decisionale nelle mani del presidente e di pochi fedelissimi; le purghe, in tutti gli ambiti della pubblica amministrazione, di coloro che sono ritenuti oppositori del regime; l’allontanamento dalle stanze del potere persino di alcuni leader dell’AKP ritenuti troppo indipendenti, come l’ex presidente della repubblica Abdullah Gül e l’ex primo ministro Ahmet Davutoglu; una gestione disinvolta e ondivaga della politica estera. L’autoritarismo e la radicalizzazione che il paese sta vivendo hanno dunque radici molto più profonde.


Una svolta programmata da tempo 

Gli eventi che hanno seguito il tentato colpo di stato rappresentano una recrudescenza di quei processi, e un allargamento della loro portata - come sembrerebbe dimostrare anche il fatto che molti dei militari golpisti erano già inseriti in liste di proscrizione da rendere operative a breve, anche in assenza del tentativo di golpe. Per esempio, mentre nei mesi scorsi i provvedimenti contro gli accademici riguardavano persone specificamente coinvolte in appelli contro le politiche del governo turco, oppure facenti parte di organizzazioni ritenute nemiche del governo, oggi vanno a colpire anche persone non specificamente coinvolte nell’opposizione. Costoro sono solo ‘colpevoli’, spesso, di avere criticato il governo sui social media; e le epurazioni si estendono anche oltre il settore pubblico, per colpire persone impiegate in atenei privati.

Questo vale, in particolare, per gli aderenti al movimento Hizmet di Fethullah Gülen, indicato dal regime come la mente dietro il tentativo di colpo di stato. Anche in questo caso, il predicatore residente negli USA era dipinto da Erdogan come il principale nemico già da alcuni anni, dopo la rottura dell’alleanza tra i due consumatasi dopo Gezi Park nel maggio 2013. Hizmet era così stato oggetto di una significativa repressione, che però si indirizzava prevalentemente alle sue istituzioni culturali ed educative, in gran parte già chiuse o commissariate dal governo: il quotidiano Zaman, le scuole preparatorie, l’università Fatih. Oggi la repressione passa invece a colpire più direttamente i singoli aderenti, con diffuse incarcerazioni e licenziamenti. E si estende anche a settori dell’intellighenzia laica e di sinistra, che negli ultimi anni si era avvicinata molto al movimento.

La vera novità di questi giorni non sta quindi nel trattamento degli oppositori, o presunti tali, del regime – che è cambiato solo per portata e intensità – ma nel rapporto con la stessa base che sostiene il governo (e che rappresenta tuttora, è bene ricordarlo, una larga fetta della popolazione turca). Da questo punto di vista, se prima il paese sembrava orientato verso una quieta deriva autoritaria, con una sostanziale diffidenza verso qualsiasi manifestazione di piazza, oggi questa tendenza sembra essersi invertita.

Dunque, dopo l’appello alla mobilitazione di popolo lanciato da Erdogan la notte stessa del golpe attraverso un collegamento di emergenza - quasi ironicamente, proprio via social media -,  il presidente e gli esponenti del suo partito hanno continuato a richiedere un appoggio popolare effettivo, con quotidiane manifestazioni e marce a favore del governo. Una richiesta di ‘mobilitazione alta e continua’, che è in genere considerata dagli studiosi indice di tendenze populiste e totalitarie, orientate verso un rapporto diretto tra la leadership e le masse, e un controllo della vita dei cittadini che si estende anche alla sfera privata.


Autoritarismo a tempo indeterminato

Una tendenza poi confermata dallo stato di emergenza e la proposta di reintrodurre la pena di morte. Per quanto riguarda il primo, è significativo il fatto che Erdogan abbia sottolineato che i tre mesi della sua durata potrebbero essere estesi se il governo lo riterrà opportuno, mentre altre figure nell’amministrazione dichiaravano di auspicare una durata anche minore. Per quanto riguarda la seconda proposta, della quale non è ancora confermata l’attuazione, è indicativo invece che il presidente abbia indicato come esempio, oltre agli USA, la Russia e la Cina. Anche questi indizi, quindi, sembrerebbero confermare un orientamento verso modelli non necessariamente democratici e una mobilitazione del paese a tempo indefinito.

In questo quadro rientra ovviamente anche una emersione di tendenze religiose radicali che fino agli ultimi anni erano rimaste in uno stato di latenza, e che ora possono essere legittimate anche grazie allo stato di mobilitazione. È quindi probabile che ci si possa aspettare anche una Turchia meno laica nel prossimo futuro. Ma questo, più che essere l’obiettivo primario dell’operato di Erdogan, rappresenta piuttosto un portato secondario dei processi di accentramento del potere e mobilitazione messi in atto, e di sintonizzazione del potere con le masse conservatrici che rappresentano il suo zoccolo duro nel paese. Per esempio, per quanto riguarda la questione dell’abbigliamento, è credibile che se ci saranno pressioni sulle donne non velate, queste emergano a livello sociale e nelle strade, più che attraverso espliciti provvedimenti legislativi.

In questo scenario, gli spazi di manovra per l’opposizione politica sembrano sempre più ridotti, e peggiorati dal definitivo ridimensionamento del contropotere dell’esercito. come mostratoLo dimostra l’incapacità di porre in atto iniziative concrete di critica all’operato post-golpe del governo, quando invece tutti i partiti di opposizione avevano duramente condannato il golpe stesso.. Anche da questo punto di vista, è una situazione che rappresenta solo il consolidamento delle tendenze già emerse almeno a partire dal doppio turno elettorale giugno-novembre 2015, quando il partito di Erdogan prima perse, e poi dopo un rapido scioglimento della Camera ordinato dal presidente e il ritorno alle urne riconquistò la maggioranza assoluta. In quelle occasioni, oltre alle dubbie dubbie condizioni di regolarità, già il governo minacciava di togliere l’immunità parlamentare agli esponenti del partito curdo HDP.


Una nuova Turchia 

Il risultato di tale evoluzione complessiva sarà anche una Turchia più povera dal punto di vista economico. In primo luogo per le ricadute sul turismo e sugli investimenti dall’estero - che si stanno ridimensionando a causa degli eventi degli ultimi mesi- dannose per un’economia che già sembrava crescere a ritmi meno sostenuti che negli anni 2000. Inoltre, con l’attuale campagna di licenziamenti, il paese si sta privando di una parte significativa della sua élite intellettuale; possiamo dunque attenderci un esodo di manodopera qualificata dal paese, a partire dai docenti universitari – una delle categorie più colpite dai recenti provvedimenti.

Per quanto riguarda la politica estera, è difficile fare previsioni, date le molte svolte nei rapporti internazionali della Turchia degli ultimi anni. La sensazione è quella di una tendenza al realismo e all’enfasi sulla dimensione securitaria dei rapporti internazionali, che correggerebbe le tendenze identitarie degli anni scorsi. Pare in atto un tentativo di avvicinarsi a partner interessati a sostenere la Turchia nel contenimento delle minacce terroriste e secessioniste, senza essere eccessivamente critici in termini di democrazia e diritti umani. La prima della lista è la Russia, con cui Erdogan ha operato un riavvicinamento dopo il gelo degli ultimi mesi. Verso l’Europa, le prospettive non sono invece incoraggianti, con un probabile definitivo stop all'integrazione di Ankara nella UE. Per quanto riguarda gli USA – al di là del problema posto dalla richiesta turca di estradizione di Gülen, che Washington difficilmente accetterà – molto dipenderà probabilmente dagli esiti delle prossime elezioni presidenziali.

Nel complesso, quello che emergerà probabilmente dagli eventi di questi giorni sarà quindi un paese molto diverso dalla Turchia dei primi anni 2000 (quando proprio l’AKP si era reso protagonista di una fase di apertura, democratizzazione e sviluppo economico): meno pluralista, più connotato in senso identitario, più povero dal punto di vista materiale e intellettuale, meno orientato verso l’Europa e rivolto invece verso altri modelli meno democratici. Un paese caratterizzato da un forte legame tra la maggioranza credente e conservatrice e il suo leader, e con poco spazio per la diversità e il dissenso.