Migrazioni, globalizzazione e Mediterraneo: verso un obiettivo di sostenibilità

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Rescued migrants

Una delle più note conseguenze delle “Primavere Arabe” è stata quella di riaprire le porte dell’Europa ai flussi migratori provenienti dall’Africa sub-sahariana. Dopo anni in cui l’Italia prima e l’Unione Europea poi avevano incaricato il regime di Mu’ammar Gheddafi di bloccare a qualunque costo i migranti prima che si affacciassero sul Mediterraneo, dal 2011 il corridoio libico si è improvvisamente riaperto: di conseguenza, sono aumentate sia le morti in mare che gli arrivi sulle coste italiane.

È giusto ricordare che la strategia di pagare la Libia affinché agisse da imbuto, quella che in gergo si chiama ‘esternalizzazione delle frontiere’, non era limitata all’ex-colonia italiana. Basti pensare alle ingenti somme pagate ai governi del Marocco e dell’Algeria tramite gli accordi EUROMED e MEDA per bloccare e rimpatriare gli arrivi dal “Mediterraneo di sabbia”, cioè il deserto del Sahara (altrettanto difficile da attraversare), dove è in corso un’altra crisi umanitaria fatta di viaggi interminabili e di prigioni infernali. Oggi il corridoio libico rimane percorribile, nonostante i tentativi di cooperazione con la Guardia Costiera libica ed il nuovo accordo con il governo di unità nazionale di Fayez al Sarraj siglato nel febbraio scorso.

Dunque il Nord Africa è stato trasformato, dal punto di vista delle politiche migratorie europee, in una serie di stati cuscinetto. In questa nuova fase della sua storia è tornato a ricoprire un ruolo funzionale ai bisogni dell’Europa. Nell’Ottocento e fino ai primi decenni del Novecento il Maghreb serviva ad assorbire la crescita demografica dei paesi europei, dalla Spagna a Malta passando per la Francia e l’Italia, fungendo da valvola di sfogo migratorio. Dopo la Seconda guerra mondiale invece i popoli maghrebini diedero il loro contributo all’ennesima industrializzazione dell’Europa continentale. Oggi, viene chiesto loro di agire da tappo per reprimere l’emigrazione economica di un continente avversato dall’eredità coloniale, da corruzione, guerre civili e povertà diffusa.

Non solo però i paesi del Maghreb non sono allineati all’UE dal punto di vista della legislazione sull’immigrazione e sui diritti umani – per esempio la giurisprudenza algerina non prevede le richieste d’asilo; anche da questi territori parte una forte emigrazione indigena, soprattutto di giovani uomini, verso il ‘nord globale’. Il tutto si regge sulla stabilità politica delle ‘élite’ nel Maghreb che, non risentendo direttamente delle conseguenze di queste politiche migratorie, agiscono secondo la propria convenienza. Nel frattempo in Europa va crescendo il consenso attorno all’idea che la ‘crisi migratoria’ vada in tutti modi ‘gestita’ anzitutto all’esterno, ovvero arginata. Come nel Maghreb la classe politica in Europa non aspira ad un’ideale di sostenibilità nella gestione delle migrazioni, ma punta semplicemente ad allontanare il problema nel breve termine reprimendo i flussi migratori ‘quanto basta’ e guardando dall’altra parte.

La politica infatti continua in gran parte ad ignorare le basi strutturali di questo problema: finché la disponibilità di una forza lavoro a basso costo rimarrà uno dei presupposti fondamentali per la crescita in Europa la domanda economica di immigrati non diminuirà. E finché ci saranno reti, strumenti e mezzi di trasporto capaci di collegare società povere con paesi più benestanti, la prospettiva di un viaggio lungo e pericoloso non basterà a scoraggiare le persone dal tentare la sorte. Non soltanto aumenteranno le migrazioni, ma probabilmente lo faranno in modo esponenziale, come spiega l’economista Paul Collier nel libro Exodus facendo rifermento alla ‘tabella di marcia delle diaspore’ (‘diaspora schedule’), secondo cui più è grande una diaspora, più essa è destinata ad aumentare tramite nuovi arrivi. Tutto ciò senza tenere conto del possibile effetto di cataclismi climatici sul numero totale dei migranti, che secondo autorevoli studi potrebbero portare il numero di ‘climate refugees’ a quota 200 milioni, più o meno pari all’attuale numero di migranti (profughi e non) nel mondo (oggi il totale dei rifugiati nel mondo ammonta a poco più di 20 milioni).

A differenza di altri aspetti della globalizzazione, come possono essere l’innovazione tecnologica o il sistema bancario globale, le migrazioni non sono ritenute necessarie o indispensabili alla vita della nostra società e quindi non godono della protezione positiva del mainstream culturale. Benché siano il motore reale della globalizzazione in termini di forza lavoro, le migrazioni calamitano tutta la paura di chi risente dell’accelerazione della storia e dell’avvicinamento di un mondo sconosciuto che ormai appare alle porte. Come hanno dimostrato varie tornate elettorali in Europa degli ultimi anni, è probabile che continueremo a parlare di migrazioni anche per discutere di globalizzazione. Sia nel caso in cui l’Europa dovesse decidere di isolarsi sempre di più, sia che scelga invece di tentare un percorso diverso, bisogna augurarsi che la scelta sarà consapevole e la classe politica sarà in grado di articolare le due visioni chiaramente. Le sempre più numerose discipline accademiche che studiano i fenomeni migratori possono offrire utili spunti in tal senso.

Il primo è che le politiche migratorie andrebbero analizzate in modo complessivo rispetto all’evoluzione della società, emancipandoci quindi dall’ossessione presente di valutarle principalmente in base ai veri o presunti effetti negativi dell’immigrazione. Per esempio, quando parliamo di politiche migratorie ‘liberali’ lo facciamo in rapporto all’immigrazione, l’emigrazione o le migrazioni di transito? Quali sono i modelli alternativi? Fino a che punto e in base a quali criteri teniamo conto del nostro tasso d’emigrazione quando scegliamo di limitare l’immigrazione? Quanto pesa l’emigrazione nell’impoverimento del nostro capitale sociale e culturale?

La storia ci insegna che i controlli migratori non si sono sviluppati soltanto per esigenze protezionistiche o secondo logiche xenofobe, ma anche per garantire lo sviluppo dei trasporti, per governare le epidemie di malattie infettive, per favorire il rientro dei capitali piuttosto che per tenere dentro ai confini nazionali la forza lavoro. Per citare un esempio dalla storia italiana: il primo passaporto nazionale fu frutto di una legge del 1901 che aveva come obiettivo la regolamentazione dell’emigrazione, non dell’immigrazione di stranieri in patria o di italiani all’estero (gli Stati Uniti avrebbero cominciato a ridurre notevolmente gli arrivi dall’Italia, come da altri paesi del Sud Europa e del Mediterraneo, compresa la Siria, soltanto a partire dal 1907).

Il secondo spunto è che nel pensare le politiche d’immigrazione dovremmo occuparci meno di confini e frontiere e concentrarci di più invece sull’itinerario migratorio. Ciò vorrebbe dire prima di tutto garantire la sicurezza negli spostamenti dei migranti indipendentemente dall’esito del loro tentativo (ovvero se verranno accettati o rimpatriati). Così si limiterebbero tragedie umanitarie che, come vediamo, non servono comunque a disincentivare le partenze. In tal modo potremmo anche azzoppare la criminalità che sfrutta i flussi non autorizzati, sottraendo agli individui risorse non indifferenti e spingendoli verso il mondo dell’illegalità anche all’arrivo: secondo i dati Europol il traffico di migranti in Europe è un business che vale diversi miliardi di euro e che coinvolge più di 40.000 persone. Potremmo anche eseguire le procedure di richieste d’asilo più vicino ai luoghi di origine, in modo tale da ridurre ulteriormente il numero di partenze. Concentrarsi sul viaggio dei migranti necessiterebbe però prendere atto del carattere internazionale dei controlli dei flussi migratori che avvengono al di fuori dei nostri confini e quindi della loro dimensione geopolitica.

Guardando specificamente al Mediterraneo, è auspicabile che il rapporto tra Europa e Nord Africa possa andare al di là della semplice funzionalità degli ‘stati cuscinetto’. Per esempio, si parla molto dell’ammodernamento delle infrastrutture marittime del Mediterraneo come parte della ‘Belt and Road Initiative’ cinese – il mega-progetto infrastrutturale in fase di realizzazione, con un’importante dimensione mediterranea. A metà dell’Ottocento la costruzione del canale di Suez da parte della compagnia di Ferdinand di Lesseps comprese anche la creazione di strutture per la ‘canalizzazione’ dei flussi migratori e delle mobilità di massa, come l’impianto di quarantena e disinfezione a El Tor, e non soltanto per i flussi commerciali. Non si potrebbe prevedere in modo parallelo al BRI anche la creazione di strutture consone all’accoglienza e al trasporto dei migranti? Anche questa sarebbe ‘globalizzazione’.




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