Migranti e diritti umani: una sfida giuridica aperta

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Migrants being rescued off the Libyan coast

Il dibattito europeo sulla “gestione dei migranti” tende a confondere due piani distinti del problema, quello politico e quello giuridico. Ben lontano dall’essere puramente tecnico e astratto, è proprio questo secondo aspetto a rivelarsi potenzialmente il più delicato, ed importante, in tema di diritti umani.

La polemica che ha portato da qualche settimana all’attenzione dell’opinione pubblica il ruolo del Ministro degli Interni del Governo italiano, è un aspetto narrativo della vicenda, che ha molto di emozionale e poco di sostanziale. In altre parole, se alla politica è lecito proporre le ricette che ritiene più opportune per gestire l’emergenza, alle istituzioni è concessa molta meno libertà. Se la prima può permettersi di rispondere (anche) solo alla propaganda del mercato elettorale, le seconde non devono mai perdere la bussola delle norme giuridico-amministrative che ne regolano l’operato e, in senso morale, la missione.

Ma è quello che è successo o sta succedendo? In parte sì. Ma occorre anche sottolineare come alcune forze istituzionali si stiano muovendo su una delicata linea di confine.

Quando la UE, nei propri documenti ufficiali, per la prima volta nella sua storia scoraggia esplicitamente le politiche di accoglienza, segna un punto di svolta. Ogni stato membro a questo punto è invitato a interpretare il principio generale secondo linee specifiche. L’Italia, ad esempio, ha in questi anni sempre adempiuto agli obblighi sanciti dal diritto internazionale sul soccorso in mare (Convenzioni SAR, SOLAS, UNCLOS), dal diritto internazionale dei rifugiati e dagli strumenti di tutela dei diritti fondamentali previsti anche dal diritto comunitario (Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea). Il punto giuridico è sempre stato chiarissimo a tutti: chi viene soccorso in mare non attraversa irregolarmente la frontiera. Ecco perché le persone tratte in salvo non possono essere definite immigrati irregolari, almeno non come chiunque altro che eluda i controlli di frontiera.

Cos’è cambiato dunque, per spingere i Paesi dell’Unione Europea a rivedere i loro principi? Semplice: il regolamento di Dublino del 2014 (anche noto come “Dublino III”), cioè lo strumento giuridico europeo che regola le richieste di asilo alla UE, non è stato concepito per disciplinare la situazione attuale di afflusso massiccio e continuo di persone. Si aggiungano alcuni compromessi politico-giuridici che complicano molto l’applicazione in una situazione come quella attuale. Ad esempio l’art. 13 par. 1 del regolamento considera irregolare l’ingresso degli stessi potenziali richiedenti asilo, anche quando questo avviene in seguito ad una traversata in mare che impone (per lo stesso regolamento!) agli Stati “costieri” di intervenire con un’operazione di ricerca e soccorso in mare.

La situazione straordinaria degli ultimi tre anni ha evidenziato quindi la mancanza di strumenti giuridici efficaci a gestire la situazione attuale. Situazione aggravata oramai anche dalle manovre dei molti tribuni “dell’invasione etnica”; la crescita delle forze politiche che centrano la propria narrativa sull’immigrazione è un altro fattore che spiega il cambiamento di rotta deciso dai partiti che governano a Bruxelles. Di fronte a questa minorità delle regole vigenti gli Stati nazionali sono infatti passati, come dire, a gestire la crisi per le “vie brevi”.

Il cosiddetto codice Minniti per le ONG, non ratificato dal Consiglio dei Ministri, è esemplare di questa evoluzione. Il processo decisionale è stato guidato dall’esigenza di tamponare il fenomeno con alcune drastiche norme, quando la grande migrazione in corso avrebbe bisogno di ben altro approccio giuridico e di visione morale.

A Bruxelles vige ormai la linea che s’ispira al modello dell’accordo UE-Turchia, formalizzata ora nel Nuovo quadro di partenariato coi Paesi terzi, strettamente connesso al Migration compact licenziato a suo tempo dal Governo Renzi. L’intento è di convogliare tutte le risorse destinate ai Paesi di origine e transito dei flussi migratori (cooperazione allo sviluppo e cooperazione commerciale) verso l’obiettivo del contenimento dei flussi. Ma queste norme da sole non possono bastare.

Ecco allora il proliferare di singoli accordi conclusi con specifici Paesi o entità. E’ ciò che ha appena fatto l’Italia con la Libia o con le ONG. Si deve però prestare attenzione a un punto: il Codice di condotta “Minniti” con le ONG non ha alcuna valenza giuridica internazionale, essendo un accordo per le parti che lo sottoscrivono: nella fattispecie, il Ministero dell’Interno e le ONG medesime.

Ma questo cosa c’entra coi diritti umani? Molto. Dal momento che l’obiettivo è stato quello di ridurre drasticamente l’attività delle ONG, soprattutto quelle più attive nella fase di ricerca oltre che nella fase di soccorso. Non è una differenza da poco: ricordiamoci sempre del piccolo Aylan Kurdi, trovato senza vita nel settembre 2015 sulle coste turche. Se la morte di quel bambino di tre anni commuoveva allora, deve commuovere anche oggi perché di lui, e di migliaia come lui, stiamo parlando dal momento che distinguere tra “ricerca” e “soccorso” significa distinguere chi sta per annegare e chi sta annegando. Il diritto del mare obbliga alla ricerca e soccorso, ma finora non si era mai sottolineato con dovizia quanta ricerca o quanto soccorso. Oggi, con il codice sulle ONG, si è drasticamente ridotta la parte relativa alla ricerca.

Insomma c’è una vera e sostanziale domanda che dovremmo porci. L’accordo UE-Turchia non ha alcun valore giuridico, come non lo ha l’accordo tra Italia e tribù libiche che al momento garantisce lo stop alle partenze dei barconi, e lo stesso codice Minniti è un accordo che può essere volontariamente sottoscritto da attori privati ma che non crea un vincolo giuridico: ora,, in questo contesto dettato da un estremo pragmatismo, c’è ancora spazio per i diritti umani e per il “diritto” in quanto tale, cioè la norma che tutela il debole rispetto al forte o chi si trova, anche transitoriamente, in condizione di svantaggio?

I vari populismi emersi in Europa sono certamente un fenomeno preoccupante, ma restano, per quanto portatori di propagande divisive e grevi, nel novero della libertà di pensiero e di opinione. La vera sfida è quella al nucleo giuridico europeo e nazionale, che dovrebbe essere impermeabile a queste pulsioni irrazionali, perché esse minano il primato del diritto attraverso una serie di scorciatoie operative; così facendo, il contratto sociale rischia il cortocircuito e i diritti umani un terribile regresso.

E’ certamente un fatto che l’attuale approccio “virile” al tema migranti paga in termini di consenso: politico, probabilmente elettorale, e in parte editoriale (buona parte della stampa si è schierata a favore). Vedremo se questo fronte della fermezza non si disperderà per l’Italia al primo voltafaccia delle tribù libiche (accadeva già a singhiozzo sino al 2011 con l’ex dittatore Muammar Gheddafi). Migliaia di esseri umani non cessano infatti di esistere e di soffrire per il semplice fatto che noi non li vediamo più arrivare sulle nostre coste.