Lo Zar e il Sultano: le poche analogie, le molte differenze

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Lo Zar e il Sultano è un’ottima soluzione per un titolo giornalistico, a patto di non farsi ingabbiare nella sineddoche, nel confronto tra due uomini di stato che hanno tentato più di altri l’identificazione tra loro stessi e la nazione. Le analogie in realtà sono poche e invece molte le differenze che emergono analizzando più da vicino le personalità, i percorsi e le strategie di Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan.

Le differenze tra i due costituiscono in effetti un lungo elenco. Putin incarna la perfetta sintesi tra presente e passato della Russia. La sua trasposizione di un celebre aforisma “chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, chi non lo rimpiange è senza cuore” esprime al meglio questo concetto, personificato dall’ex tenente colonnello del KGB da quasi vent’anni ai vertici dello stato. Erdoğan è al contrario il protagonista dell’islamizzazione della politica turca: un’inversione rispetto ai principi laici del padre della patria Kemal Ataturk. Il consenso personale di Putin è risultato sinora largamente maggioritario alle elezioni, mentre quello di Erdoğan, come dimostra il risultato dell’ultimo referendum sull’ampliamento dei poteri presidenziali, vale appena la metà dell’elettorato turco, e anzi il suo partito (AKP) ha perso la maggioranza assoluta in parlamento che conservava ininterrottamente dal 2002.

Putin, per rispettare la costituzione russa, escogitò nel 2008 la staffetta con Dmitrij Medvedev “retrocedendo” da Presidente a Primo Ministro per quattro anni, mentre Erdoğan ha indetto un referendum sull’ampliamento dei suoi poteri di dubbia costituzionalità e addirittura di quasi certa irregolarità negli spogli. Laureato in diritto internazionale il primo e in economia e commercio il secondo, Putin, nonostante la contrapposizione tedesca sulla questione ucraina, per educazione istituzionale mai si sognerebbe si dare ai tedeschi dei nazisti come ha grossolanamente fatto Erdoğan, dopo il rifiuto di Berlino di accogliere sul suo territorio comizi per il Sì al referendum indetti da ministri del governo turco.

La posizione, o meglio l’opposizione, di Putin nella lotta all’estremismo islamico – esplicitata nelle campagne militari dalla Cecenia alla Siria attuale – è netta. L’ambiguità di Erdoğan e i suoi rapporti con le enigmatiche sigle sunnite agitano all’opposto sia il quadro interno turco, sia il teatro siriano.

Se Putin, infine, dal giorno della sua ascesa al potere nel 1999 ha dato una sostanziale continuità alla propria politica senza cambi di rotta significativi, Erdoğan ha radicalmente mutato la propria linea trasformando il suo partito da forza riformista, quale era nel 2002, a forza conservatrice oggi. L’abolizione della pena di morte, i diritti concessi alla minoranza curda, un certo liberismo in economia e un indirizzo laico, anche nei confronti della forza militare, sono tutti pallidi ricordi, sepolti dalla svolta autoritaria culminata nell’ultimo referendum.

Certo l’immagine di uno Zar e di un Sultano si rafforza quando i due leader, nei reciproci rapporti bilaterali, passano dal gelo assoluto alla più stretta collaborazione nel volgere di poche ore. Ciò è accaduto in nome di un comune pragmatismo presidenziale al quale i lunghi tempi parlamentari stanno evidentemente stretti, così come il dialogo con la stampa non allineata.

In ogni caso, dimostrare la scarsa pertinenza delle iperboli di Zar e Sultano rimane un esercizio sterile se non aiuta a porci qualche interrogativo empatico. In parole povere: a metterci nei panni di questi uomini di stato.

Capovolgendo la prospettiva potremmo quindi chiederci se l’Occidente abbia avuto un ruolo significativo nell’assecondare i loro atteggiamenti autoritari o, indirettamente, addirittura ad incoraggiarli. La questione dei rifugiati siriani e il conflitto ucraino rappresentano due fattori non trascurabili per questa suggestione.

L’adesione alle UE, vista da Ankara, è un dialogo (ormai di lungo corso) con un partner multipolare il quale da una parte chiede il rispetto di alcuni standard che potremmo definire “di civiltà”, ma dall’altro negozia (cioè concretamente paga cash) un accordo miliardario sui migranti col solo scopo di allontanare dai propri confini i flussi problematici.

Ankara insomma da una parte soffre il peso della sua posizione geografica rispetto alla Siria, ma dall’altra incassa dall’Europa, in virtù della medesima posizione, un accordo economicamente assai favorevole sui rifugiati. È un doppio standard che entrambe le parti perpetuano prosaicamente, chi in nome dell’emergenza e chi in nome di vantaggi economici, e rimanda sine die il processo d’inclusione turca all’Unione, che a dire il vero mai ha trovato unanimità nei partner europei.

Qualsiasi leader, non solo Erdoğan, vede una corenza nel rimanere al comando raforzando il proprio potere secondo logiche e modus operandi personali e non secondo gli standard etici graditi a Bruxelles. D’altronde, la UE ha dimostrato di poter negoziare sui “principi” quando questi si fanno troppo stringenti (si veda il tema diritto d’asilo e accoglienza rifugiati).

Lo stesso valga per l’Ucraina e in genere per tutti i territori dell’ex blocco sovietico interessati dall’allargamento della NATO (recentissimo l’ingresso del Montenegro). L’Ucraina soprattutto è oggetto di un’omissione da parte dei leader occidentali, e in questo gioca un ruolo rilevante la Germania a guida Angela Merkel, rispetto alla sua importanza simbolica per la Russia.

Il vasto mondo russofono è prima di tutto un’entità culturale ben definita, con una tradizione specifica. Il suo retaggio imperiale è incardinato sulla fede ortodossa e le sue forme di governo possono essere molto diverse tra loro (zarismo, comunismo, plutocrazia elstiniana, democrazia sovranista), ma sono tutte transitorie nella percezione metastorica di un popolo che da secoli s’identifica col concetto di Madre Russia, al quale spetta il primato assoluto.

Questa forza identitaria, ha origine esattamente nel cuore dell’attuale Ucraina, e coincide con la Rus’ di Kiev. Ecco perché l’ingerenza occidentale sul conflitto tra Kiev e Mosca è quanto di più inconcepibile per la mentalità russa. Sostenere l’Ucraina affinché graviti attorno all’Occidente e alle sue espressioni, come la NATO, è una pretesa assurda vista da Mosca e non ha nulla a che vedere con il diritto all’autodeterminazione del popolo ucraino che, detto per inciso, Putin considera tutt’uno col popolo russo.

Nessun re-setting nelle relazioni tra l’Occidente e la Russia potrà mai funzionare se questo problema resterà insoluto. È inutile illudersi del contrario: a confronto con la crisi del Donbass, l’unità d’intenti contro l’ISIS è un punto assolutamente secondario per l’agenda di Mosca. L’atteggiamento di Putin, visto in questa luce, non è quindi un retaggio zarista, ma la logica attitudine di un leader identitario che poggia il suo potere proprio sulla concezione che i russi hanno della loro patria.

Allo stesso modo la parabola dell’AKP di Erdoğan, trasfigurato negli ultimi anni da partito moderato riformista e liberale in partito autoritario, è forse l’indicatore dei tremendi attriti mediorientali (non ultimo il sedicente Califfato) che premono alle porte della Turchia e spesso, come si tende a dimenticare, la colpiscono in modo sanguinoso. Se l’AKP di Erdoğan nel 2005 era stato ammesso con lo status di osservatore nel Partito Popolare Europeo e oggi invece attua scientemente l’involuzione illiberale dello Stato turco, i primi a doversi fare una domanda, scomoda quanto si vuole, sono quelle istituzioni come UE e NATO che hanno i loro quartier generali a Bruxelles.