Lo scontro mediatico nel Golfo: parole e potere

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A cartoon linking Qatar to ISIS published on the Emirati newspaper Al Ittihad

Da quando è scoppiata «la crisi del Golfo», le notizie sulle guerre in Libia, Siria, Yemen e Iraq sono passate in secondo piano. «Il mondo arabo è sbalordito dall’interesse che i media hanno sul Qatar mentre lo Yemen, la Siria, la Libia e l’Iraq stanno bruciando». Questo si leggeva il 28 giugno nella didascalia di una vignetta pubblicata su Al Arab, il più vecchio quotidiano del Qatar. La vignetta ritraeva una stanza con al centro una televisione che trasmetteva notizie sull’embargo a Doha con dietro una finestra che si affacciava su un cumulo di macerie e di esplosioni.

Leggendo i giornali del Golfo, si ha l’impressione che si sia innescata in effetti una guerra mediatica - tra le 13 condizioni poste al Qatar per sospendere l’embargo dall’asse saudita vi era infatti la chiusura della rete televisiva al Jazeera. È uno scontro che riflette l’importanza della crisi e che viene combattuto con la pubblicazione quotidiana di inchieste diffamatorie, editoriali polemici e vignette estremamente violente per far presa sulla “pancia” dei cittadini del Golfo. Nelle vignette pubblicate sui giornali sauditi ed emiratini, il Qatar è stato spesso dipinto come un “tumore maligno” da asportare o come un pugnale insanguinato che trafigge il Golfo. 

Secondo i giornali sauditi l’Arabia Saudita, gli Emirati, il Bahrein e l’Egitto sono «i quattro Paesi contro il terrorismo» mentre il Qatar è spesso descritto come un Paese diviso: da una parte vi sarebbero i cittadini, ovvero «i nostri fratelli», e dall’altra una monarchia «goffa» e «ignorante».

Nei commenti e nei reportage si legge infatti che il motivo scatenante della crisi risiede nella politica illogica e contraddittoria che Doha conduce sostenendo l’Iran e «i movimenti estremisti», diffondendo cosi il «terrore nella regione». Il mese scorso, Al Arabiya, il competitor saudita di Al Jazeera, ha pubblicato un reportage, “Le prove dei legami tra Doha e le organizzazioni estremiste”, nel quale denunciava il ruolo ambiguo del Qatar nella lotta al terrorismo dati i suoi rapporti con «i talebani», «al Qaeda» e «i suoi simili». Il reportage sosteneva anche che «Jabaht al-Nusra ha dichiarato che una campagna di beneficienza del Qatar è stato il modo migliore per finanziare i suoi combattenti in Siria». Il 24 maggio, in un articolo pubblicato sul sito al Jazirah, uno dei quotidiani sauditi più conservatori del Paese, e intitolato “L’emiro del Qatar pugnala i suoi vicini con il pugnale iraniano!” si leggeva «L’emiro ha dichiarato che non è saggio essere ostili con l’Iran dal momento che l’Iran è un Paese islamico. Facendo questo ha negato la politica ostile del regime iraniano che ha tentato di esportare la rivoluzione di Khomeini, di esacerbare i conflitti confessionali nei Paesi della regione e di sponsorizzare il terrore». Questo articolo è stato pubblicato il giorno dopo che la Qatar News Agency (QNA) ha messo in rete delle dichiarazioni dell’attuale emiro di Doha in cui rivendicava il suo sostegno ai Fratelli Musulmani, ad Hamas e ad Hezbollah e giustificava il suo legame con Teheran. Un’ora e mezzo dopo averle rese note, la QNA ha cancellato tutto sostenendo che si era trattato di un hackeraggio per minare l’immagine del Qatar. Ma la maggior parte della stampa del Golfo ha negato questa ipotesi dando vita ad un vero e proprio attacco mediatico. 

Il 12 luglio invece, il giorno dopo che il Qatar ha respinto le 13 condizioni poste dall’asse saudita, al-Sharq al-Awsat – il giornale in lingua araba più letto al mondo e di proprietà della famiglia reale – ha pubblicato un editoriale dal titolo Qatar, siamo alla separazione. Qui l’autore spiegava che le dichiarazioni dell’attuale emiro non sono altro che l’espressione di una «politica allo sbaraglio» che il Qatar conduce dal ‘95, ovvero da quando il precedente emiro Hamad bin Khalifa al-Thani ha deposto suo padre dal trono. «Purtroppo bisogna sempre ricordare che l’obiettivo della dottrina del Qatar è la destabilizzazione e la divisione dell’Arabia Saudita. Questo era il sogno del precedente emiro (ndr, Hamad bin Khalifa al-Thani) […] Senza evocare l’obiettivo distruttivo del Qatar non saremmo mai capaci di analizzare la sua politica. Loro stanno cercando di semplificare la disputa riducendola all’Iran o ad al-Jazeera. Ma questi sono solo gli strumenti di un progetto più grande, che da due decenni non può fare a meno di tessere relazioni sospette».

Ancora più aggressivo è il tono della stampa emiratina, che può essere riassunto dall’editoriale “La politica del Qatar è stata disastrosa dal 1995 e il suo obiettivo è l’estremismo” pubblicato il 12 luglio su al Bayan, quotidiano dello sceicco di Dubai. Nell’articolo si legge che sostenendo Teheran il Qatar sta ignorando «il progetto espansionistico iraniano» che andrebbe dal Golfo – dove parti dell’Iraq, dello Yemen, della Siria e del Libano stanno diventando «provincie iraniane» - fino all’Egitto, l’Algeria e il Marocco. In linea con gli alleati sauditi, l’articolo sostiene che il vero problema risiederebbe nell’attuale monarchia del Qatar fondata sul tradimento e sul sostegno ai Fratelli Musulmani: la stessa sceicca Mozha, moglie del precedente emiro, è infatti la figlia del fondatore dei Fratelli Musulmani in Qatar. «Dal colpo di stato» continua l'articolo «il Qatar si è seduto nella trincea dei nemici delle nazioni arabe, ha tradito gli Arabi e ha spiato alcuni di questi regimi, come è successo recentemente negli Emirati e in Egitto […] Invitiamo il Qatar a ritornare alle sue radici religiose e politiche nel cuore del Golfo, degli Arabi e dell’Islam prima che sia troppo tardi e prima che si ritrovi isolato politicamente, economicamente e militarmente».

I toni della stampa del Qatar sono invece più miti nonostante le diverse pubblicazioni di inchieste diffamatorie e interviste a esponenti politici di rilievo internazionale. Secondo Al Watan, uno dei tre maggiori quotidiani politici qatarini, l’embargo è «l’espressione di una politica misera che tenta di soggiogare uno Stato sovrano» che però ha dimostrato di «saper superare il boicottaggio e di avere tutte le carte per ribaltare la situazione a suo favore» grazie ad una «struttura istituzionale forte e l’esistenza di piani alternativi». Ad innervosire terribilmente gli avversari sauditi è stata invece la pubblicazione di un’intervista a Moncef Marzouki, l’ex Presidente tunisino, sul quotidiano Al Sharq nella quale Marzouki sosteneva che l’embargo è l’ultima arma a disposizione di regimi che per anni hanno tentato di limitare il ruolo politico del Qatar e che Doha ha il sostegno della maggior parte dei Paesi arabi e africani.

Secondo la versione araba di al Jazeera l’embargo invece altro non sarebbe se non la dimostrazione del disprezzo per la libertà di espressione da parte di Paesi come gli Emirati che «negano i diritti umani» e che, da quando sono scoppiate le primavere arabe, hanno messo in atto «arresti, rapimenti, sparizioni forzate e torture nei confronti di centinaia di cittadini. Molti arabi, egiziani, giordani, siriani, libici e tunisini sono spariti nel nulla». Sempre secondo al Jazeera, la scusa iraniana è utilizzata dall'asse saudita per scopi precisi come la «normalizzazione dei rapporti con Israele» e l’Iran trarrà enormi benefici da questo conflitto: la crisi avrebbe infatti dimostrato che l’asse anti-iraniano condotto dai Sauditi non è così forte e che Teheran è diventata la capitale più potente della regione.

Leggendo la stampa araba si ha quindi l’impressione che la crisi del Golfo va oltre la rottura dei rapporti diplomatici, commerciali, aerei e terrestri. I governi dei Paesi coinvolti utilizzano quotidianamente giornali, canali televisivi e siti web per rivendicare le proprie posizioni e colpire l’avversario, innescando così una guerra mediatica che alcuni hanno definito “senza precedenti”.