Le sfide per Macron e per la Francia

backPrinter-friendly versionSend to friend

AGF/Zumapress

La larga vittoria di Emmanuel Macron al ballottaggio presidenziale del 7 maggio – con oltre il 66% dei voti – conferisce alla sua elezione una forza particolare. La sua affermazione incarna la domanda di rinnovamento espressa dalla maggioranza dei francesi e premia l’intelligenza e il coraggio di un leader che ha sparigliato le categorie della politica transalpina. Ed è probabile che la forza elettorale dimostrata da Macron al secondo turno gli sarà utile a raggiungere la maggioranza assoluta alle elezioni legislative del prossimo giugno, grazie alla calamita del suo risultato politico. Dal 2002 in avanti, cioè da quando i due appuntamenti sono tenuti a poca distanza l’uno dall’altro, il traino dell’elezione presidenziale si è sempre dimostrato decisivo per garantire al presidente una maggioranza nelle successive elezioni legislative.

Restano tuttavia alcuni nodi che il voto di giugno – con cui si rinnovano i 577 seggi dell’Assemblea – potrà sciogliere solo in parte.

Il primo riguarda la natura del consenso a favore di Emmanuel Macron: molti sondaggi hanno dimostrato che il voto confluito sul neo-presidente al secondo turno è stato essenzialmente un “voto contro”. Contro Marine Le Pen e l’ipotesi di una presidenza frontista, innanzitutto. Da questo punto di vista, le elezioni del 2017 sono in continuità col ciclo elettorale iniziato negli anni ‘90 e caratterizzato da quella che il politologo Jean-Louis Missika ha definito “politicizzazione negativa”: si vota innanzitutto contro qualcosa piuttosto che a favore. Come nel 2012 molti francesi votarono, piuttosto che a favore di François Hollande, essenzialmente contro Nicolas Sarkozy, così nel 2017 si è votato contro l’estremista Le Pen più che a sostegno di Macron.

Insomma, il marchio di “estrema destra”, erede del neo-fascismo francese, ha rafforzato il carattere "negativo" del voto e ha limitato in maniera decisiva la capacità di espansione della Le Pen – nonostante i tentativi sempre più decisi di disfarsi di quell’etichetta. Da questo punto di vista, a differenza di altri movimenti propriamente populisti, liquidi e trasversali, il Front National sconta ancora la sua affiliazione storica all’estrema destra. Marine Le Pen è consapevole di questa vulnerabilità e pertanto ha annunciato il pensionamento del suo vecchio partito e la creazione di una nuova formazione “patriottica”. Resta da chiedersi tuttavia se anche il “marchio Le Pen” non sia un ostacolo all’allargamento dei consensi. E questa questione potrebbe forse aprire in futuro una discussione sulla leadership del fronte patriottico, finora rimasto appannaggio indiscusso della famiglia Le Pen.

Un’analisi più attenta dei numeri permette inoltre di comprendere meglio la portata della vittoria di Macron, non per sminuirla ma per coglierne meglio la fisionomia.

Se si prendono in considerazione anche le astensioni e il numero record di schede bianche e nulle, il 66% abbondante di Macron al ballottaggio significa in realtà il voto del 44% degli elettori aventi diritto. Una percentuale non altissima; in cifre, 20,7 milioni su 47,6 milioni. A titolo di esempio, Sarkozy, che vinse nel 2007 il ballottaggio con il 53% dei suffragi, raccolse in quell’occasione il 43% del voto degli elettori francesi (19 milioni di voti). A fare la differenza a sfavore di Macron, un numero maggiore di astenuti e una quantità record di schede annullate e bianche.

Questo conferma che il secondo turno, più che sancire la forza di Macron, ha decretato la debolezza di Marine Le Pen. Infatti, se il risultato del vincitore si ridimensiona se rapportato al numero totale degli elettori, ciò vale a maggior ragione per quello della Le Pen: i suoi 10,6 milioni di voti corrispondono a poco più del 22% degli aventi diritto. Tuttavia, è una debolezza relativa: la leader frontista, pur mostrandosi non competitiva per vincere l’elezione presidenziale – e il suo risultato è deludente anche rispetto ai sondaggi della vigilia – ha però cementato una significativa massa critica di sostegno.

Raccogliere quasi 11 milioni di voti non è poca cosa soprattutto se, a differenza di quelli di Macron, rivelano una notevole compattezza da un punto di vista sociologico. Marine Le Pen, a fronte della sua netta sconfitta, ha infatti la maggioranza assoluta del voto degli operai e degli impiegati. Ha inoltre un insediamento geografico omogeneo attorno ai feudi storici del Nord-Est ed in parte del Sud-Est mediterraneo. Il FN è cresciuto sulle proprie radici, che per diverse ragioni proprio in queste due parti della Francia hanno origine, e se questo da un lato ne limita l’espansione, dall’altro lo consolida e lo rende per certi versi granitico e inamovibile. In tempi di volatilità elettorale estrema e di friabilità dei blocchi politici, possedere un bacino cosi fidelizzato costituisce un valore aggiunto considerevole.Di più, dal punto di vista della battaglia delle idee, questa elezione presidenziale sancisce l’indebolimento della divisione fra sinistra e destra e l’emersione di una nuova contrapposizione fra società aperta e società chiusa, fra universalismo e chiusura identitaria, fra sostenitori della globalizzazione e suoi detrattori.

In questo si realizza l’antica intuizione di Jean-Marie Le Pen che decise di valorizzare questa linea di frattura sin dalle elezioni presidenziali del 1995. Quella contrapposizione era emersa er la prima volta con chiarezza poco prima, nel 1992, in un referendum oggi quasi dimenticato: quello con cui i francesi ratificarono di un soffio, con il 51%, il Trattato di Maastricht. La scommessa di Le Pen si è rivelata vincente e quella che nel 1995 era solo una goccia ha scavato alla fine un solco. Ora sono questi i blocchi che si contendono la preferenza dei francesi: un "gaucho-lepenismo" che monopolizza le tematiche identitarie, padroneggia la questione sociale e presidia i ceti popolari; e un nuovo centro liberale “aperturista” sul piano culturale ed economico.

Le elezioni del 7 maggio segnano l’inizio della battaglia fra queste due France. Emmanuel Macron ha stravinto la sua, sfruttando l’antilepenismo e la domanda di rinnovamento. Ma niente garantisce che in futuro questi due fattori continueranno a pesare con la stessa forza, soprattutto se l’esercizio del potere logorerà la spinta di rinnovamento di cui Macron si è fatto portatore.