Le paure dei tedeschi e la questione immigrazione

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Alla vigilia delle elezioni federali l'opinione pubblica tedesca pare rassegnata, ma anche rassicurata, all'idea che sarà ancora Angela Merkel a ricoprire la carica di Cancelliera per il quarto mandato consecutivo. Non stupisce allora se la campagna elettorale degli ultimi mesi abbia regalato ben pochi colpi di scena: tra la candidata uscente e il suo sfidante, l'ex Presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, regna, infatti, un clima di sostanziale collaborazione in vista del prossimo gabinetto: questo infatti, con buone probabilità continuerà a legare la CDU/CSU della signora Merkel all'SPD.

Come già accaduto alle precedenti tornati elettorali del 2009 e del 2013, le differenze programmatiche tra i due poli, i cristiano-democratici e i cristiano-sociali, da un lato, e i socialdemocratici, dall'altro, si sono notevolmente smussate. I governi di Große Koalition hanno contribuito ad accelerare questa tendenza all'omologazione, sicché ad oggi è difficile stabilire se i due grandi partiti popolari si assomiglino e per questo possano continuare a governare insieme, o se governino insieme da troppo tempo e per questa ragione si assomiglino.

Se, tuttavia, quattro anni fa la somma dei voti rosso-neri aveva ridotto l'opposizione a poco più che un manipolo di deputati, questa volta le cose dovrebbero andare diversamente, profilandosi una dieta federale a sei colori, con una lotta serratissima per il terzo posto. Oltre ad ecologisti ed estrema sinistra (Die Linke), torneranno infatti a occupare i banchi del Bundestag anche i liberali dell'FDP, orfani dell'ex Ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, e con loro si siederanno per la prima volta sugli scranni della Camera bassa anche gli euro-scettici e xenofobi dell'Alternative für Deutschland (AfD), dati in ascesa nei sondaggi degli ultimi giorni. Quali siano le conseguenze di questa inedita composizione del Parlamento per la stabilità del sistema politico è ancora presto per dirlo. Certo è che l'affollamento di partiti al Bundestag potrebbe rendere sempre più difficile la formazione di un governo stabile, tanto da doversi persino rendere necessaria un'alleanza tricolore. Tra le più gettonate allo stato attuale figura la cosiddetta Jamaika Koalition, dai colori con cui sono tradizionalmente contraddistinti i tre partiti coinvolti: il nero della CDU/CSU, il giallo dei liberali e il verde degli ecologisti.

Fino ad oggi, comunque, più che alle alleanze, gli organi di stampa hanno rivolto maggiore attenzione ai temi oggetto del dibattito politico. Se quattro anni fa la crisi della moneta unica e il salvataggio di alcuni Stati membri erano al centro delle analisi dei media, questa volta il focus si è spostato sulle politiche migratorie.

Con una costante: il dibattito politico tedesco rimane dominato dalle paure – anche se non dalle emozioni più irrazionali come sembra accadere negli Stati Uniti di questi tempi. Ciò è vero soprattutto rispetto al tema dell’immigrazione. Nel 2013 i tedeschi temevano la scomparsa dell'euro, ma erano anche preoccupati per la sorte della prosperità economica faticosamente raggiunta che gli aiuti ai Paesi dell'Europa del Sud e il quantitative easing della BCE si riteneva potessero mettere a repentaglio. Oggi, a minacciare il quieto vivere del popolo tedesco, v'è più che altro la paura di non riuscire a integrare efficacemente le centinaia di migliaia di profughi che hanno varcato i confini della Repubblica federale negli ultimi due anni. Non è certo un caso se il duello televisivo tra Merkel e Schulz, andato in onda il 3 settembre scorso, abbia dedicato ai migranti e al difficile rapporto con la Turchia più della metà del tempo.

In particolare, Angela Merkel ha rivendicato i successi del proprio governo sulla gestione dei rifugiati, confermando che, qualora tornasse indietro, rifarebbe esattamente le stesse scelte. Con un primo pacchetto di misure risalenti all'ottobre 2015 (Asylpaket I), la Germania ha, infatti, esteso a sei mesi la durata massima del soggiorno per i richiedenti asilo nei centri di accoglienza, tempo per il quale si associa anche una limitazione della libertà di circolazione nell'ambito della provincia di residenza; Albania, Montenegro e Kosovo sono stati definiti per legge Stati di provenienza sicura, mentre da quel momento le espulsioni verso i paesi d'origine possono avvenire anche senza previa comunicazione all'interessato. Accanto al taglio dei contributi in denaro ai richiedenti asilo e alla loro sostituzione, laddove possibile, con cibo e indumenti, la legge ha stabilito anche condizioni più favorevoli affinché i richiedenti possano aprire un conto corrente e ricevere agevolazioni per gli studi universitari o corsi di lingua. Nel febbraio 2016 un nuovo intervento (Asylpaket II) è stato approvato dal Bundestag, questa volta per definire Tunisia, Marocco e Algeria come Paesi sicuri – decisione poi ribaltata dal Bundesrat – e per estendere a due anni la durata del divieto di ricongiungimento familiare per i minorenni non accompagnati giunti in Germania. Il fenomeno dei minori non accompagnati è ora in diminuzione, anche se nell'anno passato ha riguardato ancora circa 36.000 giovani.

Creando specifiche corsie preferenziali, quest'ultimo pacchetto di misure avrebbe infine dovuto anche porre le condizioni per accelerare i tempi di esame del gran numero di domande di asilo. Anche sul punto, nel dibattito televisivo, la signora Merkel ha rivendicato con orgoglio il lavoro fatto dal proprio governo per ridurre l'arretrato. In realtà, nell'ultimo anno, nonostante gli sforzi dell'Ufficio federale per le migrazioni e i rifugiati (Bamf), la durata media dei procedimenti è perfino aumentata: se nell'ultimo trimestre del 2016 per una pronuncia sullo status di asilo occorreva aspettare circa otto mesi, nel primo trimestre del 2017 i mesi sono diventati addirittura dieci.

Tale insieme di misure sottolinea un graduale indurimento dell'approccio merkeliano al problema delle migrazioni, maturato a seguito delle proteste delle opposizioni, in particolare quelle extra-parlamentari, che la accusavano di aver aperto le porte del Paese all'immigrazione incontrollata.

Problematico e fonte di tensioni e paure è anche il rapporto con la Turchia, Paese dal quale provengono molti dei Gastarbeiter trasferitisi in Germania dopo la II guerra mondiale. Da circa un anno, infatti, i rapporti diplomatici tra Berlino e Ankara si sono parecchio raffreddati. All'origine dei dissapori non c'è soltanto il giro di vite ordinato dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ai danni dei presunti golpisti del luglio 2016, bensì anche l'ingerenza del governo di Ankara nella vita delle comunità turche in Germania, in particolar modo attraverso predicatori di odio tra gli imam turchi o l'organizzazione di eventi di campagna elettorale in territorio tedesco, senza contare i frequenti arresti sul suolo anatolico di cittadini della Repubblica federale.

Nel dibattito televisivo la Turchia è stata uno dei pochi elementi di divisione tra due candidati altrimenti sempre molto concilianti. Martin Schulz è, infatti, andato all'attacco soltanto quando si è trattato di esprimersi sul conto del Presidente Erdogan, definito pericoloso autocrate dinanzi al quale non ci si può inginocchiare. In questo contesto, Schulz è arrivato persino a proporre l'interruzione dei negoziati per l'adesione della Turchia all'Unione Europea: un'affermazione che ha colto tutti di sorpresa, Merkel inclusa, visto che l'ex-Presidente del Parlamento europeo è sempre stato uno dei più fervidi sostenitori dell'ingresso della Turchia in Europa.

La signora Merkel, apparsa più equilibrata, ha chiarito che, per interrompere i negoziati con la Turchia non basta certo la decisione unilaterale del Cancelliere tedesco, ma occorre trovare l'unanimità dei ventotto Capi di Stato o di governo in sede di Consiglio europeo. Per questa ragione, secondo Merkel sarebbe più efficace concentrarsi in un primo tempo sulla sospensione dei flussi finanziari collegati allo status di Paese candidato, proposta intorno alla quale sarebbe più facile ottenere il via libera dagli altri colleghi europei. “In un momento nel quale ci sono ben quattordici cittadini tedeschi reclusi nelle carceri turche non mi sembra il caso di scatenare una crisi diplomatica”, ha soggiunto la Cancelliera, che ha rivendicato la prudenza della diplomazia tedesca nei confronti della Turchia, verso la quale il governo di Berlino vuole lasciare una porta aperta anche per evitare che Ankara si butti nelle braccia di Russia e Cina.

Anche per questa ragione, infatti, né Merkel, né Schulz hanno messo in discussione l'accordo UE-Turchia sui migranti, grazie al quale un anno fa la rotta anatolica è stata chiusa e l'afflusso di profughi entro i confini europei sensibilmente ridotto. Per le sorti delle politiche migratorie del prossimo decennio il dialogo con Ankara resta insomma imprescindibile, sicché anche il prossimo governo federale non fomenterà comunque alcuno scontro con Erdogan.