Le due superpotenze complicate

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 Non c’è soltanto un’America, ma neppure soltanto una Cina. Potrebbe essere questo il dato più importante per l’evoluzione del sistema globale nel XXI secolo.

Stati Uniti: nuove tendenze mettono sotto pressione il sistema

Per parafrasare Walt Whitman, l’America contiene moltitudini (“Do I contradict myself? Very well, then I contradict myself, I am large, I contain multitudes.”). Ciò si può riferire facilmente alla diversità che caratterizza fin dalle origini la società americana; ma con la presidenza Trump è diventato più evidente quanto questa società sia divisa e frammentata. La cultura politica del grande mainstream centrista e moderato è schiacciata da forze contrastanti, mentre i due grandi partiti faticano a trovare solidi fattori unificanti perfino al loro interno. Del resto, i segnali erano forti già nell’era Obama, quando una buona fetta di elettorato non aveva mai accettato in pieno l’arrivo alla Casa Bianca di un presidente così diverso dall’America “profonda”, per esperienze personali e per atteggiamento intellettuale.

Naturalmente, le divisioni interne vengono in qualche modo ricondotte a unità – almeno superficialmente – dall’azione del governo federale, sia all’interno che in politica estera. E in fondo i giustamenti famosi checks and balances stanno assicurando una buona tenuta al sistema di governance anche sotto la pressione congiunta della globalizzazione, dei nuovi flussi di comunicazione in tempo reale, e appunto delle tensioni sociali interne. Rimane però la netta sensazione che le scelte politiche siano diventate ondivaghe, oscillanti e sempre più orientate al breve periodo. Se fosse così, avremmo una questione sistemica da affrontare.

Pur con queste incertezze, siamo tutti (europei e non) piuttosto smaliziati nel guardare alle varie componenti della superpotenza americana, anche quando esse sono dissonanti o perfino contraddittorie. Siamo abituati a vedere una scietà civile che si può contrapporre alle scelte dell’amministrazione in carica, e un Congresso che (perfino quanto è a maggioranza “presidenziale”) può non seguire alcuna disciplina di partito rispetto al volere del Comandante in capo.


Cina: un universo complesso ben oltre il partito unico

Più difficile è analizzare e comprendere a fondo il paese più popoloso del mondo, col suo sistema di potere che intreccia Partito unico e Stato.

Dall’altro lato dell’Oceano Pacifico, infatti, la Repubblica Popolare Cinese è decisamente uscita allo scoperto come potenza ambiziosa, sia sul piano macro-regionale che – pur con una certa cautela – globale. E sembra puntare tutto sulla sua granitica solidità come sistema di governo autoritario, ma sostanzialmente legittimato da una crescita economica poderosa (che continua a smentire le previsioni di rallentamento). Anzi, la leadership si considera legittimata da quel vero “sogno cinese” che il presidente Xi Jinping presenta ormai come un’alternativa al sogno americano.

Il fatto è che, sotto questa superficie, ci sono in realtà diverse “Cine” che si muovono simultaneamente: un ecosistema imprenditoriale dinamico (ma comunque incanalato dalla politica e guidato dalle grandi imprese di Stato), una società civile gradualmente più aperta al resto del mondo e capace di imparare dalle esperienze altrui (per ora disposta a concentrarsi sulle libertà economiche a discapito di quelle politiche), ma anche un rapporto Partito-Stato controverso e un grado di corruzione elevato, una struttura economica gravemente diseguale, una situazione demografica preoccupante. Insomma, il Paese è un quadro multiforme, che peraltro non può restare davvero isolato da alcuni cambiamenti indotti dalle tecnologie – cambiamenti che saranno magari diversi rispetto a quelli in atto nelle società occidentali, ma comunque massicci.

Bisogna abituarsi a pensare che, per il resto del mondo, quello che accadrà in Cina sarà di importanza sistemica quanto alcune future scelte della Casa Bianca o l’evoluzione della Silicon Valley o ancora l’interazione tra le politiche ambientali della California e quelle di Washington. L’ex “Impero di mezzo” non è più un paese insulare, e nemmeno teme la contaminazione del mondo esterno come negli anni di Mao. E’ dominato da una cultura politica che pone certamente l’unità e il controllo al di sopra di ogni altra considerazione, ma non può imbrigliare tutte le forze scatenate con una modernizzazione accelerata che, per ritmi e dimensioni, è senza precedenti nella storia. Anche restando al solo livello governativo, la Repubblica Popolare mostra infatti diversi volti, in parte nuovi.


Nuove vie e preconcetti da rivedere

Anzitutto, c’è la Cina che smentisce le tesi occidentali (quasi) incontestate degli anni ’90. E’ innegabile che siamo stati sorpresi dalla capacità cinese di combinare tassi di crescita “straordinari” (resi ordinari) con forti controlli interni (politici, tecnologici, bancari-valutari, imprese di stato). Il momento della verità, in cui senza vera rule of law il sistema entra in stallo, sembra spostarsi sempre più in là. Forse è il caso di rivedere le nostre teorie, se ormai sistematicamente non si accordano con una realtà macroscopica come quella della prima o seconda economia al mondo. Lo dimostra soprattutto il rapido progresso tecnologico nei settori più avanzati, cioè proprio quello che si riteneva non potesse accadere senza una forte liberalizzazione sociale e intellettuale. E ora con l’accumulazione di capitali (provenienti dal surplus commerciale) il paese sta comprando quello che non può conquistare: le compagnie occidentali, le infrastrutture, i terreni per l’agricoltura e le attività estrattive.

Un secondo volto è quello della Cina che “gioca a fare l’America”, con Xi come nuovo “uomo di Davos”. In sostanza, il passo indietro annunciato da Donald Trump rispetto ai grandi accordi multilaterali – dal TPP appena siglato da Barack Obama e non ancora operativo, fino all’accordo di Parigi sul clima – crea ovviamente uno spazio ulteriore per Pechino, che finora è stata assai prudente nell’accettare formali vincoli internazionali. Almeno a livello retorico, Xi Jinping ha comunque colto l’opportunità, facendosi perfino paladino del libero commercio globale, oltre che confermando gli obiettivi di Parigi sulla riduzione delle emissioni. Si è anzi spinto ancora più avanti, ricordando in alcune occasioni il contributo cinese alle missioni di peacekeeping sotto l’egida dell’ONU – tradizionalmente un marchio di fabbrica dell’ordine internazionale occidentale a guida americana. E’ chiaro che tutto ciò ha un senso alla luce del formidabile peso economico acquisito dalla Cina, ma di fatto il potere commerciale e industriale si sta ormai trasferendo in altri settori. Se Pechino entra più rapidamente del previsto da possibile protagonista in sfere d’azione finora dominate da Washington, il motivo va comunque ricercato soprattutto nell’atteggiamento della Casa Bianca. La presidenza Obama non ha probabilmente frenato la transizione (cercando semmai di accompagnarla), ma certo la presidenza Trump ha finora accelerato fin troppo il processo.

Infine, ci sono iniziative cinesi che quasi mettono in imbarazzo l’idea stessa di “America First” – e fanno presagire una sorta di “China First”. I progetti di Trump sulle infrastrutture in patria – peraltro rimasti quasi del tutto allo stadio delle buone intenzioni – stridono, per dimensione oltre che per (carenza di) apertura globale, con la One Belt One Road (OBOR) cinese: mentre Washington cerca di riparare le autostrade invecchiate del Midwest o gli aeroporti congestionati dei maggiori hub, Pechino costruisce la nuova Via della Seta eurasiatica. Anzi, ne costruisce due, una terrestre a l’altra marittima, andando così a sfidare l’America proprio nel settore di massima superiorità tradizionale della superpotenza marittima per eccellenza, cioè le grandi rotte navali. L’amministrazione Trump, concentrata sui fattori interni del consenso, pensa (legittimamente, sia chiaro) ai minatori americani proprio mentre la leadership guidata da Xi punta a dominare la corsa allo spazio e al cyberspazio.

Appare allora evidente un forte divario nel livello di ambizione e di visione propositiva: l’America “profonda” che sostiene l’attuale presidente vuole recuperare un senso di identità guardando a se stessa, laddove la Cina allarga i suoi orizzonti avendo acquistato una nuova autostima. Entrambi i fenomeni hanno certamente radici storiche profonde in esperienze continentali e imperiali, ma nella fase attuale spiccano le grandi differenze verso il futuro: gli USA sembrano avere interessi secondari un po’ ovunque (perseguiti quasi controvoglia) e non definiscono con chiarezza quali siano quelli primari, mentre la Repubblica Popolare amplia deliberatamente i propri interessi in modo selettivo (con cautela e caratteristico senso dei tempi lunghi). Questa può essere la sintesi estrema anche del lungo tour asiatico di Donald Trump tra il 5 e il 13 novembre.


Possibili chiavi di interpretazione

In effetti il quadro è più complicato e meno definito nei contorni, appunto perché parliamo di due grandi potenze con situazioni interne non del tutto stabili, e non del tutto prevedibili – Trump come “cigno nero”? Il famigerato hard landing dell’economia cinese che non arriva mai? A maggior ragione per queste incertezze, non è affatto già scritto che assisteremo a uno scontro tra i due titani del Pacifico.

Quella tra conflitto e cooperazione è quasi certamente una dicotomia fuorviante nel caso dei rapporti sino-americani. La ragione principale sta nell’interdipendenza economica – che pur non essendo certo garanzia di pace e stabilità è pur sempre un forte correttivo alle tendenze conflittuali. C’è una dialettica competitiva, questo è fuor di dubbio, ma non tanto di tipo diretto (visto che gli interessi frontalmente contrastanti sono pochi) quanto piuttosto di tipo indiretto per la definizione delle regole del gioco globale.

E’ possibile dare una valutazione su chi è avvantaggiato in questa corsa verso un nuovo equilibrio mondiale?

Secondo Joseph Nye – il politologo che ha teorizzato il “soft power” e poi lo “smart power” come fattori decisivi del secolo in corso – l’America ha ancora dei grandi vantaggi comparati, difficilmente colmabili dalla Cina anche nel medio periodo (“America still holds the aces in its poker game with China”, Financial Times, 3 November 2017). Sono quattro “assi nella manica” secondo Nye: la geografia (continentale ma anche più insulare e dunque meno esposta per gli USA rispetto alla Cina); le risorse energetiche (abbondanti negli USA, scarse in Cina); il commercio (assai meno importante per gli USA, a fronte della forte dipendenza cinese dall’export); il dollaro (valuta di riserva internazionale, a differenza dello yuan-renminbi, nonostante gli sforzi di Pechino).

Il politologo del “soft power” ha certamente ragione nel medio termine, ma forse sottovaluta un aspetto per ora perfino più cruciale di tutti gli altri: il fattore istituzionale, che ad esempio autori come James Robinson e Daron Acemoglu (“Why nations fail: The origins of power, prosperity and poverty”, del 2012) hanno identificato come la chiave di volta della crescita economica non solo sostenuta ma soprattutto sostenibile nel lungo termine. Ciò non significa affatto che le istituzioni statunitensi siano perfette, ma ci ricorda che quelle della Repubblica Popolare hanno molti gravi difetti anche in termini comparati – nonostante la dimostrazione di forza e compattezza offerta da Xi Jinping con l’ultimo Congresso del Partito più grande del mondo. Pur con le sue distorsioni e le sue procedure per certi versi un po’ invecchiate (si pensi al Collegio elettorale per la presidenza), la democrazia americana rimane probabilmente più attraente del dirigismo neo-confuciano di Pechino, almeno per molti ovunque nel mondo.

Si deve sempre guardare oltre la superficie, per scovare i volti molteplici di una superpotenza. 




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