Le dinamiche incerte di una Catalogna divisa

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A view of Barcelona

La Catalogna è andata alle urne il 21 dicembre al termine di un autunno più che caldo: assolutamente da infarto. Vale la pena ricordarne le tappe più significative, in un esercizio necessario a comprendere meglio il complesso risultato elettorale, e gli eventi che seguiranno.

Mesi vissuti pericolosamente

Il 17 agosto – ancora alla fine dell’estate – un terrible attentato jihadista insanguinava la Rambla di Barcellona. Quindici morti, e poi la “liquidazione” della cellula da parte della polizia catalana. Invece di essere un momento di unità, le polemiche fra i governi catalano e spagnolo (sul ruolo delle rispettive polizie, sul ruolo dei servizi di sicurezza), riempivano giornali e reti sociali. La tensione si palesò nella grande manifestazione in ricordo delle vittime: una parte del corteo, munita di bandiere indipendentiste, decise di fischiare il Re Felipe VI, che il premier Mariano Rajoy aveva voluto a Barcellona proprio per dare un segnale della presenza dello stato.

Neanche tre settimane dopo, all’inizio di settembre, la maggioranza independentista del parlamento catalano iniziava a consumare la rottura definitiva verso la secessione approvando le cosiddette “leggi di disconnessione”, che di fatto derogavano lo statuto regionale e la costituzione spagnola. L’immagine del mezzo emiciclo vuoto (buona parte dell’opposizione uscí dall’aula, la maggioranza indipendentista era assai risicata) fu un autogol clamoroso per i promotori, che avrebbe influito sulla tradizionale evento dell’11 settembre: la manifestazione organizzata dagli indipendentisti per la festa nazionale catalana fu nel 2017 sempre imponente, ma meno partecipata del solito.

Proprio quando la marea secessionista sembrava destinata a calare, però, l’irruzione della polizia spagnola negli edifici dell’assessorato catalano all’Economia, per acquisire documentazione sulle cause aperte contro gli indipendentisti, cambiò tutto: manifestazioni, cortei, presidi. E affollati non solo da partigiani dell’indipendenza.

Nei giorni successivi, l’accelerazione definitiva: il referendum inconstituzionale dell’1 di ottobre e le cariche della polizia, riprodotte in mondovisione. Altre manifestazioni, di tutti i colori: degli indipendentisti, di quelli che hanno sempre chiesto il dialogo, e anche dei cosidetti “costituzionalisti”. Quest’ultimo gruppo - favorevole all'unità della Spagna - fino ad allora era rimasto silente: ma ora si rivelava capace di portare in piazza quasi mezzo milione di persone.

Ma l’autunno catalano aveva in serbo altre sorprese: l’ambigua dichiarazione d’indipendenza del 10 ottobre – subito sospesa dallo stesso governo catalano con una richiesta di dialogo a Rajoy. Il delirante "carteggio" con Madrid, fatto soprattutto di dichiarazioni unilaterali, in attesa della risposta dello stato spagnolo – durante il quale per settimane gli esperti si sono interrogati sul valore effettivo o semplicemente dichiarativo della proclamazione della repubblica. La fuga delle imprese, che cominciavano a cambiare sede fiscale, mentre molti cittadini aprivano conti in banca nelle zone vicine, in Aragona, o nella zona di Valencia. Gli arresti dei leader delle associazioni indipendentiste – che fannno salire al massimo le tensioni.

Nella giornata del 26 ottobre, prima il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont faceva sapere di essere disposto a convocare elezioni per evitare l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione (che di fatto sospende l’autonomia regionale); e poi faceva marcia indietro, spaventato dal futuro costo elettorale di essere additato dai suoi come un traditore. E così, il 155 veniva ratificato dal Senato spagnolo e messo in pratica, a cominciare dallo scioglimento del parlamento della Catalogna. Nella regione, l’applicazione del dispositivo costituzionale veniva vissuta dalla metà della popolazione come una violenza e dal’altra metà come un potente analgesico.

Allo scioglimento seguiva la decisione di Rajoy di indire subito nuove elezioni, per l’appunto il 21 dicembre. Gli indipendentisti le definivano illegittime, perché il 155 metteva in mano a Rajoy il calendario elettorale catalano, ma poi decidevano di parteciparvi senza problemi.

Non finiva qui: arrivava, per volontà dei poteri giudiziari di Madrid, l’arresto di mezzo governo catalano. L’altra metà, guidata da Puigdemont, sceglieva l’esilio volontario a Bruxelles, da dove guidava la campagna elettorale.

Il voto e il doppio vento nazionalista

Tre mesi che sembrano una montagna russa per gli avvenimenti, i colpi di scena, le situazioni del tutto impreviste e imprevedibili. I danni subiti in questo periodo di passione e incertezza dall’economia catalana – e da quella di Barcellona, città globale – sono ancora difficili da stimare, anche se le previsioni non fanno pensare a nulla di buono. E lo stress per la cittadinanza è stato altissimo, come dimostra l’impennata nel consumo di ansiolitici e tranquillanti.

Il voto del 21 dicembre mostra una partecipazione senza precedenti (l’affluenza è stata di oltre l’80%) e una resistenza coriacea dei sostenitori dell’indipendenza.

La risposta – dura – di Madrid agli avvenimenti degli ultimi mesi, è probabilmente una delle chiavi che spiegano l’apparente impermeabilità del consenso ai partiti indipendentisti, nonostante i loro molti ed evidenti errori. Di fatto, ha votato indipendenza la stessa percentuale di due anni fa, quando per la prima volta i secessionisti ottennero la maggioranza dei seggi: quasi il 48% dei voti, distribuito soprattutto nella Catalogna non urbana.

C’è una prima differenza importante rispetto al 2015, quando i due partiti principali ERC (sinistra) e CDC (centrodestra) avevano formato una lista unitaria. Stavolta invece erano separati. L’operazione politica del candidato di quest’ultima fazione, ossia Carles Puigdemont – azzardata, quasi al limite dell’impossibile – di trasformare il suo partito e forzare esponenti e correnti dentro una “lista del presidente” con l’unico punto programmatico del ripristino del governo considerato “legittimo”, è stata tremendamente efficace, fruttando 34 deputati. Tutti i sondaggi fino a poco tempo prima davano in netto vantaggio ERC, che si è trovata spiazzata, e ne ha pagato le conseguenze ottenendo soltanto 32 deputati.

La distanza numerica è piccola (si tratta di poco più di 10.000 voti), ma quella simbolica è però definitiva. Riequilibrio di potere all’interno dell’indipendentismo: il nazionalismo conservatore torna saldamente al comando di questo campo, recuperando un’egemonia che i casi di corruzione e le politiche di austerità cominciate con la crisi economica avevano offuscato. All’estrema sinistra, gli indipendentisti anticapitalisti della CUP pagano il prezzo alto della concentrazione del “voto utile”: ottengono solo 4 deputati, perdendone 6 rispetto al risultato del 2015. La loro presenza nel Parlamento di Barcellona è ancora necessaria al blocco indipendentista (a cui non bastano 66 seggi su 135) per ottenere la maggioranza, ma i deputati della CUP saranno meno forti, influenti e decisivi di prima.

L’altra grande novità di queste elezioni è il resultato straordinario del partito di centrodestra chiaramente favorevole al mantenimento dell’unione con la Spagna, Ciudadanos. Nato dieci anni fa proprio in Catalogna, con un programma centrista estremamente critico con il nazionalismo catalano, la formazione di Albert Rivera si è evoluta in un partito nazionale di carattere liberale (13% alle elezioni politiche dell’anno scorso) che ha ottenuto addirittura l’endorsement dell’ex premier popolare José María Aznar. Ciudadanos ha funzionato come una specie di aspirapolvere dell’opposizione all’indipendentismo: 36 seggi, primo partito – fortissimo nell’area metropolitana di Barcellona e Tarragona – e un messaggio semplice (praticamente l’esatto opposto di quello di Puigdemont) che si riassume nel no all’indipendenza. Ha prosciugato il bacino di voti del PP di Mariano Rajoy: il partito che governa la Spagna è ormai marginale in una delle regioni più importanti del Paese; gli restano solo 4 seggi.

Le opzioni “dialoganti” – con diversi accenti – contrarie all’indipendenza ma favorevoli a cercare un nuovo accordo di modernizzazione e approfondimento dell’autogoverno catalano, critiche sia con il governo independentista che con l’atteggiamento di Rajoy, sono rimaste schiacciate fra i due blocchi. I socialisti – dopo un controverso accordo per portare gli antichi democristiani di Unió nelle loro liste – si fermano a 17 deputati. Catalunya en Comú-Podem, il nuovo partito della sindaca di Barcellona Ada Colau, riesce ad ottenere soltanto 8 deputati. Lo spazio di chi si è rifiutato di andare allo scontro frontale in questo momento è assai ridotto.

Una società divisa, uno scenario indeterminato

Lo scenario che si apre ora è prevedibile e problematico allo stesso tempo. Gli indipendentisti cercheranno di formare un governo (molto improbable che ERC scelga un’altra strada come si era ventilato in campagna elettorale), magari con l’obiettivo di investire (o di restituire, nella loro terminologia) Puigdemont, che però è indagato e potrebbe essere arrestato appena mette piede a Barcellona. L’altra soluzione potrebbe essere nominare presidente Jordi Turull, ex assessore del partito di Puigdemont ora in libertà condizionale preventiva, e costituire una specie di “doppia presidenza”, una “operativa” a Barcellona e l’altra “legittima” a Bruxelles. Questo dipenderà anche dalla strategia di difesa degli imputati, sotto processo a Madrid.

Insomma, la convocazione immediata del voto anticipato, che sembrava essere una mossa di una certa efficacia da parte di Rajoy, ha dimostrato di non esserlo più di tanto. Non solo la situazione di stallo continua, con costi di immagine e rischi di instabilità forse anche accresciuti, ma il partito del premier è stato umiliato da Ciudadanos, che i poteri forti cominciano a considerare un possible sostituto al Partito Popolare anche nel resto della Spagna.

Bisognerà aspettare le future mosse degli uni e degli altri, soprattutto per quanto riguarda la sorte dei politici indagati o in carcere (sono ancora in prigione il vicepresidente Oriol Junqueras, capo di ERC, e l’ex assessore alla Sicurezza Joaquim Forn, oltre a Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, leader delle organizzazioni indipendentiste). È evidente però che qualsiasi strada sarà complicata da percorrere, perchè sarebbe poco giustificabile mutare il corso della giustizia a seconda dei risultati elettorali.

Però al di là del divenire politico (si formerà un governo independentista? Riproverà a forzare la situazione o governerà con lo scenario di un’indipendenza a lungo termine? Si aprirà un qualche tipo di negoziato? Se sí, in quali termini e con quali attori?) queste elezioni hanno già suonato un campanello d’allarme importante. Il voto si è rifugiato in opzioni contrapposte che non sembrano avere nessun terreno d’accordo possible. Si è votato “contro”: gli indipendentisti contro il commissariamento, i favorevoli all’unità della Spagna contro un indipendentismo che spaventa e viene percepito come aggressivo. Si è votato soprattutto in base a criteri di appartenenza nazionale, in un ecosistema politico in cui la complessità dell’elemento identitario era sempre stata presente, nella maggior parte dei casi in forma ibrida, come identità condivisa o sovrapposta, ma sembrava almeno ben metabolizzata dalla società.

Ma forse, dopo le tensioni degli ultimi anni e soprattutto dopo un simile autunno caldo, non poteva essere altrimenti. Resta da sperare che il confronto, anche duro, rimanga come è stato fino a questo punto: scevro da elementi di violenza.




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