La traiettoria della politica estera turca e la guerra siriana

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Nella prima metà degli anni 2000, la Turchia era considerata da molti un modello di democrazia e sviluppo per tutto il Medio Oriente, e la sua politica estera si ispirava al principio “zero problemi con i vicini” dell’attuale Premier Ahmet Davutoğlu (accademico, consigliere di Recep Tayyip Erdoğan, e poi Ministro degli Esteri). Ankara aveva sviluppato buoni rapporti con tutti i vicini, ed era percepita come un terzo super partes in Medio Oriente, tanto da essere accettata come mediatore in numerose controversie.

Questa situazione quasi idilliaca ha cominciato ad entrare in crisi a causa del dissenso con Israele sul trattamento dei palestinesi, che ha portato prima alla sfuriata di Erdoğan contro Simon Peres a Davos nel gennaio 2009, e poi ai ben più gravi eventi della Freedom Flotilla del 2010, da cui i rapporti tra Gerusalemme e Ankara non si sono mai ripresi. Ma, soprattutto, sono venute le “primavere arabe”. Inizialmente il governo turco era poco incline a lasciarsi coinvolgere, per la riluttanza a sacrificare rapporti consolidati con dittatori come Bashar al-Assad e Muammar Gheddafi. Poi la tentazione di cavalcare le proteste ha avuto la meglio, ed Erdoğan è stato acclamato come liberatore dalle folle del Medio Oriente nel suo tour trionfale di varie capitali arabe nel settembre 2011. Allora sembrava una strategia vincente, che avrebbe portato la Turchia a sviluppare un asse con le nascenti democrazie della regione, e a riparare i rapporti con gli USA compromessi dalla mancata partecipazione alla guerra in Iraq nel 2003.

Per questo il governo di Ankara si è rassegnato a malincuore a rinunciare al rapporto privilegiato con Assad, sviluppato con fatica dopo che nei tardi anni Novanta i due Paesi erano stati sull’orlo del conflitto armato. Anche questa sembrava una scelta ragionevole, dato che la fine del regime siriano pareva probabile non molti mesi fa, e la Turchia, appoggiando l’appena costituito Esercito Libero Siriano, poteva garantirsi una posizione favorevole per il dopoguerra. È iniziato così un periodo di crescente tensione tra i due governi, che a più riprese è sembrata portare allo scontro armato diretto: una soluzione apparentemente desiderata dallo stesso Davutoğlu, almeno a giudicare da una intercettazione del futuro Premier (allora Ministro degli Esteri) e del capo dell’intelligence Hakan Fidan, in cui si ipotizzava di organizzare un falso attacco contro la tomba di Suleyman Shah (santuario che costituisce una piccola enclave turca in suolo siriano) per giustificare un intervento militare. Un’intercettazione che ha attirato anche sospetti di un coinvolgimento di Ankara nell’attacco chimico al sarin nella città di Ghouta dell’agosto 2013, la cui attribuzione alle forze di Assad non è mai stata provata con sicurezza.

L’urgenza della Turchia di risolvere il conflitto lungo la sua frontiera meridionale è aggravata anche dalle pesanti ricadute sul Paese, sia per il rischio di spillover dei disordini, come dimostrato da una serie di incidenti (come lo scontro a fuoco durante un controllo di polizia su un'autostrada della Turchia medidionale del marzo 2014), sia per il problema dei rifugiati. Oggi si ritiene che circa 1,6 milioni di rifugiati siriani (circa metà del totale) siano presenti in Turchia, in parte giunti nella prima fase della guerra civile contro il regime, in parte arrivati recentemente per sfuggire all’avanzata dell’IS. Oltre a costituire un fardello economico per Ankara (con un costo stimato, fino ad ora, in oltre tre miliardi di dollari), la loro presenza è spesso mal sopportata dalla popolazione turca delle aree di confine, che lamenta gli aumenti dei prezzi degli affitti e la “concorrenza sleale” delle attività economiche esentasse dei rifugiati.

In questa situazione, il governo turco lamenta l’abbandono da parte della comunità internazionale, che prima ha contribuito al caos in Medio Oriente con la guerra in Iraq, e successivamente si è astenuta da un intervento militare diretto per risolvere il conflitto siriano: una percezione che si inserisce nell’idea di un più ampio complotto straniero, che Erdoğan propone dall’epoca delle manifestazioni di Gezi Parki dell’estate 2013. Tutto questo ha portato il governo turco a muoversi con estrema spregiudicatezza nel conflitto siriano, mostrando di assecondare i desideri degli USA, e contemporaneamente sviluppando strategie proprie. In particolare, si ritiene che la Turchia abbia spostato il proprio appoggio dalle fazioni “laiche” del Libero Esercito Siriano alle forze di Jaysh al-Islam, una coalizione di gruppi armati anti-Assad di segno islamico. Questo gruppo è in rapporti ambigui, se non di esplicita collaborazione, con formazioni più estremiste come Al-Nusra, derivazione delle forze di Al-Qaeda in Iraq di Abu Musab al-Zarqawi, che sembra intenzionata a realizzare un emirato nelle zone siriane sotto il proprio controllo. Non è quindi certo che gli aiuti turchi non finiscano in realtà in mano ad Al-Qaeda o ad altri gruppi estremisti, e che Ankara non abbia contatti organici con essi.

La Turchia è inoltre messa sotto accusa dall’Occidente per uno scarso controllo sui “volontari della jihad”, che affluiscono in Siria dall’Occidente e da altre aree attraverso la penisola anatolica. Ankara risponde che è impossibile controllare da soli centinaia di chilometri di confine, quando dall’altra parte non esiste più uno Stato. Anche in questo caso, tuttavia, vi è un forte sospetto che la volontà di farla finita con il regime di Assad prevalga sulla volontà di controllare sotto quale bandiera vadano ad arruolarsi i combattenti stranieri.

Vi è, inoltre, il problema dei curdi: oggi le milizie peshmerga appaiono l’unica forza in grado di contrastare in modo sistematico l’avanzata dell’IS, ed hanno già il controllo di diverse aree del territorio siriano. Il timore da parte di Ankara (condiviso, in questo caso, dai laici e dai militari) è che anche in Siria, come in Iraq, si costituisca una regione semi-autonoma curda, che incentivi ulteriormente le aspirazioni indipendentiste del PKK (con il quale Erdoğan ha in corso un difficile negoziato di pace).

Infine, è da considerare il ruolo di Teheran, con cui la Turchia – grazie alle esenzioni dall’embargo concesse da Washington proprio in conseguenza della crisi siriana – ha intensificato i rapporti economici (e in particolare l’acquisto di petrolio, da cui anche un pesante scandalo di corruzione che ha coinvolto il governo Erdogan a fine 2013). Teheran però, così come le milizie sciite di Hezbollah, figura ancora ufficialmente tra gli alleati del regime di Assad.

La Siria è oggi quindi uno scenario complesso per la Turchia, in cui tutte le opzioni più plausibili sul tappeto (recupero del regime di Damasco, rafforzamento dei curdi, vittoria dell’IS o delle altre milizie islamiche) sembrano poco promettenti per Ankara: la quale peraltro, con le proprie trame, non ha fatto molto per migliorare la situazione.