La Tanzania e le sue grandi risorse naturali, tra luci e ombre

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Tanzania's John Magufuli

L’Africa è sempre stata un pozzo di San Patrizio per cleptocrati, multinazionali e gruppi armati. John Magufuli, attuale Presidente della Tanzania, lo sa e tra i primi obiettivi della sua «guerra economica» c’è la nazionalizzazione delle risorse naturali del Paese. «Ragazzi – urlava Magufuli lo scorso luglio durante un comizio – siamo circondati dalla ricchezza! Dobbiamo alzarci e proteggerla. Non è possibile che altri vengano e ne beneficino truffandoci!». Eletto nel 2015, il «Bulldozer dell’Africa» ha promesso ai suoi elettori che raddoppierà entro il 2024 il contributo del settore minerario al prodotto interno lordo, facendolo passare dal 5% al 10%.

Il primo conflitto tra Magufuli e le multinazionali straniere è scoppiato lo scorso marzo, quando il suo governo ha aperto un contenzioso con l’Acacia, la più grande compagnia estrattiva di oro e di rame che opera nel Paese, con sede a Londra e proprietà canadese, accusandola di non aver pagato le tasse per anni, per un totale di circa 190 miliardi di dollari. Per risolvere la faccenda, dalla capitale Dodoma si è proposto all’Acacia di fare due cose: di risarcire lo Stato, e di costruire una fonderia sul territorio tanzaniano in modo tale che l’oro e il rame fossero processati in loco, creando così nuovi posti di lavoro per i locali. Dopo aver minacciato più volte di lasciare definitivamente la Tanzania, lo scorso ottobre l’Acacia ha infine dichiarato si consentire a un primo risarcimento di 300 milioni di dollari. Inoltre, Magufuli e la compagnia hanno fatto sapere di stare preparando un accordo – il cui contenuto finale non è ancora stato reso pubblico - secondo cui lo Stato s’impadronirà del 16& delle azioni dell’Acacia. «Adesso che siamo tutti azionisti – ha detto il Presidente tanzaniano in televisione – possiamo prendere un caffè insieme e risolvere le questioni più spinose amichevolmente».

L’Acacia non è l’unica multinazionale ad essere stata colpita dal nazionalismo economico di Magufuli. Lo scorso 31 luglio, Dodoma ha ordinato il sequestro di un carico di diamanti dal valore di 30 milioni di dollari della Petra Diamonds, una compagnia britannica che produce e esporta diamanti. Il carico è stato bloccato all’aeroporto di Dar es Salaam da dove, secondo le stime del governo tanzaniano, lo Stato perderebbe 46 milioni di dollari l’anno per via dell’esportazione di diamanti sottovalutati. La truffa, sostiene il governo, avverrebbe in maniera molto semplice: la compagnia estrae i minerali e fa una valutazione del carico qualitativamente e quantitativamente inferiore rispetto a quella reale, per pagare meno tasse sui diritti di estrazione. «Petra Diamonds ha dichiarato che il valore dei diamanti era di 14,798 milioni di dollari mentre una nostra commissione d’inchiesta ha stabilito che il vero valore è di 29,5 milioni di dollari», si legge in una dichiarazione ufficiale che il ministro delle Finanze ha pubblicato dieci giorni dopo il sequestro - aggiungendo che il carico oltre ad essere sequestrato sarebbe stato confiscato dallo Stato.

Oltre all’oro e ai diamanti, la «guerra economica» di Magufuli ha coinvolto i giacimenti di Tanzanite (la pietra preziosa blu che si trova solo in Tanzania): a fine settembre, il Presidente ha ordinato all’esercito di recintare con dei muri tutti i giacimenti e di dotarli di telecamere per controllare le attività delle compagnie, ma anche le estrazioni illegali di qualche criminale. Questa mossa ha preoccupato ancora di più gli investitori stranieri. Alcuni hanno minacciato di andarsene, altri dicono che rinunceranno a nuovi progetti. Fra questi c’è la corporazione nucleare di Stato russa che ha sospeso un progetto di estrazione dell’uranio perché preoccupata da una nuova legge, approvata lo scorso luglio.

Si tratta di un testo rivoluzionario, che in un colpo solo ha travolto la struttura legislativa e istituzionale che regolava l’intero settore minerario. Da adesso lo Stato deve possedere (come minimo) il 16% di tutti i giacimenti minerari, e le royalties sulle esportazioni passeranno dall’attuale 4 al 6%. La clausola che preoccupa di più è quella che permette al governo di rinegoziare tutti i contratti e vieta la possibilità, alle multinazionali, di rifarsi ad arbitrati internazionali. La Banca Mondiale ha già avvertito che la possibile fuga delle compagnie straniere per l'indisponibilità ad accettare le nuove regole renderebbe i giacimenti minerari facile preda di milizie armate, senza che il Paese ne benefici veramente.

Magufuli però non è da solo. Sulle sue orme c’è il Sud Africa che sta adottando politiche simili. Quest’anno, il Parlamento di Città del Capo ha approvato la nuova “Mining charter”, la legislazione relativa allo sfruttamento delle risorse minerarie, presentato come “uno strumento per un radicale cambiamento economico”. Il testo prevede che il 30% delle azioni di tutte le compagnie estrattive debba essere posseduto da azionisti neri, e che l’1% delle tasse sui profitti sia pagata prima agli investitori neri mentre solo in un secondo momento i dividendi siano distribuiti tra tutti gli azionisti. La legge ha suscitato molte critiche tanto che in questo momento l’Alta corte di giustizia sudafricana sta ancora discutendo se potrà essere applicato o meno.

In Tanzania invece le reazioni delle forze politiche e dei cittadini sono positive. I partiti d’opposizione sono stati generalmente a favore della nuova legge e, quando hanno avanzato delle critiche, lo hanno fatto solo in relazione alla velocità con la quale il governo vuole cambiare le cose. In un Paese dove metà della popolazione vive con meno di 1,90 dollari al giorno la guerra di Magufuli non può che essere applaudita. Inoltre, subito dopo l’indipendenza, la Tanzania è stata governata da Julius Nyerere, un Presidente che ancora oggi è considerato come paladino dei tanzaniani. Negli anni Settanta, Nyerere aveva elaborato un modello di sviluppo, l’ujamaa (comunità) che mirava a valorizzare le risorse naturali e umane del Paese e a ridistribuire, in maniera egualitaria, le risorse e la crescita economica. Purtroppo però il socialismo tanzaniano ebbe lo stesso triste destino di quello del Ghana o del Mali. Finì per introdurre nel partito e nel governo elementi e comportamenti autoritari e la Tanzania divenne un Paese ingiusto come molti altri Paesi africani. Dove, nonostante una relativa crescita economica, la diseguaglianza tra le classi sociali e le diverse zone aumentava sempre di più.

Come i suoi predecessori e omonimi africani, anche Magufuli è spesso accusato di comportamenti autoritari. La sua «guerra economica» si sposa infatti con una riduzione delle libertà civili e politiche dei cittadini. Recentemente, come riporta Freedom House, il governo ha bloccato la trasmissione delle sedute parlamentari alla radio, ha vietato un numero significativo di manifestazioni e starebbe utilizzando in maniera spropositata una legge contro i reati cibernetici per reprimere le critiche.

Il quadro è dunque fatto di luci e ombre, tra legittimi tentativi di sfruttare al meglio le risorse naturali del Paese e derive autoritarie.




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