La strada stretta di Trump su tasse e infrastrutture

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The building of the Brooklyn-Queens expressway

Il Presidente Trump ha promesso ai suoi elettori e a tutti i cittadini americani il ritorno a una sorta di età dell’oro per l’economia, dove tutti, anche quelli con minori competenze e istruzione – cioè la base del suo elettorato – potranno avere un lavoro ben retribuito. Il numero magico che il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin ripete a Washington da qualche tempo è 3%. Questo è il tasso di crescita reale dell’economia che l’amministrazione si è posta come obiettivo annuale durante il suo mandato.

È probabile che questo tasso di crescita non si materializzerà. Jason Furman, l’ex capo dei consiglieri economici del Presidente Obama, ha stimato che una crescita al 2% nel corso del prossimo decennio è plausibile, mentre una crescita maggiore è molto improbabile, a meno che non ci siano dei guadagni di produttività nel settore non agricolo ad oggi difficili da prevedere.

Infatti, la crescita sarà prevalentemente guidata da fattori demografici. Quello che oggi sappiamo è che la generazione dei baby boomers sta andando in pensione e non verrà sostituita da una massiccia immigrazione. Nello stesso tempo, l’aumento del tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro, che ha spinto l’economia negli anni recenti, si sta stabilizzando. Ciò per dire che il contributo del mercato del lavoro alla crescita sarà limitato.

Trump però vuole comunque provarci, e i pilastri della sua politica economica pro-crescita sono due: riforma fiscale e investimenti in infrastrutture. Sul consenso che queste due iniziative creeranno nel paese Trump e i Repubblicani si giocheranno le elezioni di mid term previste per novembre del prossimo anno.

Va subito detto che sono due iniziative necessarie. Chiunque sia atterrato nell’aeroporto internazionale di Washington si sarà subito reso conto dello stato dei terminal americani. Così come chiunque abbia preso il treno che collega la capitale a Boston, una dorsale dove vivono almeno 55 milioni di persone, avrà notato l’arretratezza dei treni e delle infrastrutture ferroviarie, rispetto alle quali l’Europa (e l’Italia) sembrano avanti anni luce.

Anche il sistema fiscale necessita di manutenzione. Secondo l’OCSE di Parigi, l’aliquota fiscale legale sulle imprese negli Stati Uniti è la più alta (35%) tra tutti i 35 paesi che fanno parte dell’organizzazione. Se negli ultimi 20 anni la gran parte dei paesi ha gradualmente ridotto le imposte sulle imprese, questo non è successo negli Stati Uniti, dove l’aliquota è ferma al 35% dal 1993. Inoltre, secondo uno studio di Price Waterhouse Cooper, gli Stati Uniti sono il 155esimo paese al mondo per semplicità nel correggere una dichiarazione già inviata all’amministrazione. Per avere un metro di paragone, l’Italia – che certo non brilla in tale classifica –  è al 61esimo posto in base allo stesso indicatore. Per non parlare della moltitudine di deduzioni e detrazioni possibili che rendono la compilazione della dichiarazione dei redditi delle persone fisiche un vero e proprio rompicapo.

I contorni di queste due iniziative vanno ancora definiti, e un ruolo importante lo avrà comunque il Congresso. Per quanto riguarda le infrastrutture, difficilmente il governo federale potrà mettere sul piatto spesa pubblica. Il livello del debito pubblico americano ha ormai raggiunto il 100% del PIL e a breve vi sarà il dibattito sull’innalzamento del limite. Un Congresso a maggioranza repubblicana difficilmente accetterà un piano di spesa pubblica che potrebbe portare il rapporto tra debito e PIL oltre il 100%. Piuttosto, l’amministrazione potrebbe attivare strumenti di garanzia pubblica su opere portate avanti da privati, forme di partnership pubblico-privato, o contributi in conto interessi sui finanziamenti necessari. Potrebbe anche essere rispolverata l’idea di una banca americana per gli investimenti, sulla falsariga della Banca Europea per gli Investimenti.

Affinché questi strumenti siano appetibili per il settore privato, sono però necessarie due condizioni. La prima è che i tassi di interesse non salgano troppo. Come noto, la normalizzazione della politica monetaria americana, avviata dalla Federal Reserve, porterà nei prossimi mesi a un graduale innalzamento dei tassi per evitare un surriscaldamento dell’economia. Se però i tassi crescessero troppo, il numero di opere infrastrutturali dove il ritorno atteso superi il costo del finanziamento si ridurrebbe. La seconda condizione è un quadro regolatorio semplificato e più omogeneo da Stato a Stato, che riduca i tempi di costruzione delle infrastrutture interstatali.

Per quanto riguarda la riforma fiscale, tre elementi sembrano al centro dei progetti dell’Amministrazione. Il primo è una massiccia riduzione dell’aliquota fiscale per le imprese (20 punti), con la speranza che questo spinga coloro che sono andati a produrre all’estero per motivi (anche) fiscali a tornare in patria. Inoltre, un’aliquota particolarmente vantaggiosa, affiancata magari a qualche misura restrittiva sulle importazioni, potrebbe indurre le imprese straniere che vendono beni agli Stati Uniti a spostare la produzione direttamente in territorio americano, per evitare i dazi e risparmiare sulle imposte.

Il secondo elemento è una semplificazione della dichiarazione dei redditi delle persone fisiche, riducendo il numero di possibili detrazioni e deduzioni. Pur se meritevole, questo sforzo si scontrerà con le varie lobby che negli anni hanno ottenuto dei trattamenti fiscali vantaggiosi per le diverse categorie.

Il terzo elemento è il più controverso, e riguarda il taglio delle aliquote fiscali per le persone fisiche, ed in particolare l’aliquota più elevata che oggi è il 39,6% e che Trump aspira a portare al 25%. Un taglio del genere ha un precedente risalente a quasi 100 anni fa, quando il Presidente Coolidge fissò l’aliquota marginale massima proprio al 25%.

Questo massiccio taglio delle tasse (stimato vicino al 3%o del PIL una volta a regime) porterà inevitabilmente un ulteriore aumento delle diseguaglianze – in un paese che da questo punto di vista non ha pari tra le economie avanzate – e a un aumento del debito pubblico, a causa delle minori entrate fiscali. Il rischio è che Trump si ritrovi a fare quanto fece Ronald Reagan nel 1982 quando, dopo il taglio delle tasse per 2,6 punti di PIL l’anno precedente, dovette rialzarle per circa un punto di PIL.

A meno che, grazie a queste misure, si materializzi il magico 3% di crescita: allora il rapporto tra debito pubblico e PIL diminuirebbe comunque, tutti avrebbero un lavoro e noterebbero meno l’aumento delle diseguaglianze, e le nuove infrastrutture verrebbero utilizzate a pieno regime dando ottimi ritorni al settore privato. Una scommessa, insomma, con limitate probabilità di successo ma con grandi vantaggi potenziali.