La possibile resilienza dell’asse Trump-Partito Repubblicano

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“Non sottovalutate l’unità del Partito Repubblicano!” ha twittato Donald Trump il 26 ottobre, mentre nella bolla politica di Washington non si parlava che delle laceranti guerre fratricide all’interno del partito dei conservatori e parlare di unità pareva una trovata balorda o una presa in giro.

Qualche giorno prima Jeff Flake, senatore repubblicano dell’Arizona, aveva annunciato il suo abbandono del Congresso con un monumentale discorso di rottura sintetizzato nella parola “enough”: Flake ne ha abbastanza di questa amministrazione. Dall’aula del Senato non ha promesso soltanto di non ricandidarsi il prossimo anno alle elezioni di midterm, ma di fare quanto è in suo potere per ostacolare il Presidente nell’anno che gli rimane. Quando Trump ha cinguettato di una surreale coesione del partito, si era appena consumato l’ennesimo giro di insulti con Bob Corker, senatore del Tennessee e capo della Commissione degli Affari esteri – che in passato aveva paragonato la Casa Bianca a un asilo dove spesso le maestre non si presentano al lavoro. Corker ha criticato la riforma fiscale proposta dall’amministrazione, ricevendo in cambio la tweetstorm contro “liddle Bob”, il “peso leggero” che “ha aiutato Obama e ci ha dato il pessimo accordo nucleare con l’Iran”, “ha deciso di non ricandidarsi quando non gli ho dato l’endorsement” e ora si lamenta di un piano di tagli delle tasse, l’unica cosa che a rigor di logica dovrebbe mettere d’accordo facilmente l’intero arco conservatore. Il senatore ha dichiarato il suo pentimento per avere sostenuto in passato Trump e ha augurato la peggiore fine possibile alla sua amministrazione.

Molti Repubblicani alzano la voce e si mettono di traverso al Congresso. Il senatore Ben Sasse guida la carica dei nevertrumpers, la fronda più accesa; John McCain tuona contro lo “spurio nazionalismo” di Trump e boccia clamorosamente la riforma sanitaria presentata dal suo alleato di sempre Lindsey Graham; George W. Bush castiga la visione del mondo del Presidente; tiratori franchi hanno affondato molti progetti di legge ispirati dalla Casa Bianca e promettono di continuare a farlo. Insomma, dopo mesi di caute concessioni, aperture di credito e fiducia offerta obtorto collo a Trump, una corrente repubblicana legata all’establishment ha deciso che la convivenza con il Presidente è intollerabile.

Non si tratta tuttavia di una componente organica. Mentre i focolai di resistenza divampavano, Trump si è mostrato sorridente accanto al capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, al Giardino delle Rose, in una conferenza stampa improvvisata e surreale, convocata dopo mesi in cui i due avevano interrotto ogni comunicazione. Con l’affabilità di chi si presenta con un vecchio amico, Trump ha detto che non è “mai stato così vicino a Mitch” e ha ottenuto il pubblico giuramento di fedeltà che voleva da parte di un uomo che siede al Senato da 30 anni come rappresentante del Kentucky, ed è l’incarnazione dell’establishment tanto avversato in campagna elettorale.

Dalla parte opposta dello spettro conservatore c’è un’altra corrente in subbuglio. L’ex stratega presidenziale, Steve Bannon, sta guidando una campagna per rimpiazzare il prossimo anno, alle midterm, tutti i senatori Repubblicani in cerca di elezione, con l’eccezione di Ted Cruz, con candidati antisistema che possano davvero contribuire a “prosciugare la palude” – come recitava lo slogan trumpiano. Le elezioni suppletive in Alabama per assegnare il seggio che fu di Jeff Sessions sono state la prova di forza del clan bannoniano, generosamente finanziato dalla famiglia Mercer. Roy Moore, sostenuto dall’ex stratega, ha sbaragliato Luther Strange, appoggiato dall’establishment e pure dallo stesso Trump. Il risultato ha infuso la convinzione che ci siano una dozzina di seggi contendibili il prossimo novembre, una sorta di completamento ideale della rivoluzione del Tea Party iniziata nel 2010 e poi lasciata a metà.

Nello stesso ambito ideologico si muove anche il Freedom Caucus, il gruppo-corrente parlamentare della Camera che raccoglie gli intransigenti e che è stato finora una spina nel fianco del Presidente. La rappresentazione standard vuole che il Partito Repubblicano sia un corpo esangue diviso in tre tronconi – gli intransigenti bannoniani, gli insofferenti nevertrumpers, e un variegato corpo centrale che, per convinzione o convenienza, rimane fedele al Presidente – e che questa frammentazione sia dovuta esclusivamente a Trump, che ha fatto deflagrare il partito di Ronald Reagan e dei Bush.

Le divisioni ci sono, ma che sia tutta colpa del Presidente è oggetto di dibattito. “I critici più feroci continuano a non afferrare che Trump è un sintomo, non la causa delle lotte interne. Tutti parlano della guerra civile all’interno del partito a causa di Trump, ma alla fine nove su dieci hanno votato per lui”, ha scritto lo storico conservatore Victor Davis Hanson, che mette i disaccordi fra repubblicani in prospettiva: oggi i neoconservatori attaccano scandalizzati il nazionalista Trump, ma nel 2006 i paleoconservatori attaccavano allo stesso modo il cowboy imperialista W. Bush. Il partito di Reagan era segnato dalle divisioni fra tradizionalisti e libertari, i conservatori ideologicamente puri disprezzavano il liberal Nixon, i fanatici dello small government hanno dichiarato guerra all’establishment del partito quando Trump era ancora impegnato a tempo pieno nei reality show, la morte del Gop è stata dichiarata così tante volte che quando, dopo la rovinosa sconfitta di Mitt Romney nel 2012, i maggiorenti del partito hanno messo nero su bianco l’analisi della disfunzioni interne, hanno ribattezzato il documento “l’autopsia”.

Il Weekly Standard, settimanale neocon che ha dato battaglia a Trump fin dal primo giorno, ha constatato amaramente la resa del partito allo zeitgeist trumpiano: “Si parla della guerra civile del Partito Repubblicano. A noi sembra più una resa. La gran parte dei repubblicani eletti si è arresa alle forze di Trump. E non ha nemmeno combattuto più di tanto. Si è mai vista la conquista di un’istituzione compiuta con meno resistenze?”. La scena simbolica presa a esempio è un’intervista di John Cornyn, il numero due dei senatori repubblicani, che di fronte a una domanda specifica sulla riforma dell’Obamacare ha detto: “Sto con il Presidente”. Incalzato su quale fosse esattamente la posizione di Trump sulla questione, Cornyn ha alzato le braccia al cielo: “Non sa qual è la posizione del presidente, ma sa che la condivide”, ha commentato il settimanale.

La guerra civile, condizione permanente più che evento congiunturale nella vita del partito, nasconde dunque un fondo in cui opportunismo, conformismo e istinto di sopravvivenza politica guidano l’azione di  rappresentanti interiormente scandalizzati dalla condotta presidenziale ed esteriormente pronti ad allinearsi. In questo senso, non va sottovalutata la resistenza dell’unità del partito nei prossimi tre anni del mandato di Trump.




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