La politica di difesa tedesca tra vincoli e ambizioni

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German soldiers

Tra le tante sfide con cui dovrà confrontarsi il prossimo esecutivo tedesco, a prescindere dalla coalizione che lo sosterrà, ci sarà sicuramente la difesa e la sicurezza. E’ un tema che nelle precedenti legislature Angela Merkel ha spesso ignorato o cercato di bypassare (dalla Libia, dove la Germania restò sorprendentemente fuori dalla fusione delle società di difesa aerospaziali EADS/BAE Systems, bocciata proprio dalla Cancelliera senza reali motivi apparenti) ma che, con la crescente instabilità mediorientale, il rinato revanscismo russo, la minaccia posta da ISIS e non ultime le tensioni transatlantiche, richiedono invece una chiara e rinvigorita visione strategica anche per la Germania.

Nel corso degli ultimi vent’anni la politica di difesa e di sicurezza tedesca ha tratto un notevole vantaggio dal relativo supporto politico bipartisan di cui gode. Questo ha non solo garantito stabilità e continuità nelle scelte di governo ma ha anche permesso di operare con un’ottica di medio-lungo periodo.

Proprio la campagna elettorale del 2017 ha però mostrato, sulla difesa e sulla sicurezza, divisioni e divergenze tra la CDU, che è a favore di un significativo aumento del bilancio militare, e il partito social-democratico (la SPD), che vi è fermamente opposto. E’ probabile che queste differenze si ricompongano dopo il voto, ma ci sono dei chiari ostacoli, visto che numerose dinamiche interne come l’integrazione dei rifugiati e l’ascesa dei partiti xenofobi spingono verso scelte più nette – e dunque controverse – che in passato.

La sintesi tra queste spinte contrastati dipenderà dalla composizione del nuovo governo, ma si possono identificare alcuni punti fermi.

In primo luogo, la politica di difesa tedesca è e rimarrà saldamente integrata nella NATO. Nonostante i dissidi interni e alcune differenze di vedute, la Germania non cambierà collocazione geopolitica. Inoltre, mentre gli USA continueranno a chiedere che Berlino spenda di più per la difesa, Berlino – che ha già avviato un percorso di aumenti di spesa – procederà con notevole cautela. Le obiezioni del Presidente Trump, per quanto discutibili nei toni, non sono una novità: argomentazioni simili hanno caratterizzato il dibattito interno all’Alleanza Atlantica sin dall’inizio della Guerra Fredda. Analogamente, la cautela tedesca trova le sue ragioni in considerazioni di lunga data relativa tanto alla politica interna che a quella internazionale: la Germania, molto semplicemente, vuole che la sua crescita militare avvenga gradualmente, possibilmente insieme al resto degli altri partner europei, e all’interno di un’architettura anche europea oltre che transatlantica.

Non ci saranno dunque strappi: sotto pressione dalla nuova amministrazione americana, la Germania ha rinnovato sì lo scorso marzo il proprio impegno a raggiungere l’obiettivo del 2% del pil per la spesa militare (dall’1,2% attuale), ma molto probabilmente non lo raggiungerà prima del termine della prossima legislatura (2021). Ciò detto, grazie all’espansione della sua economia, la spesa militare tedesca è destinata a crescere sensibilmente in valori assoluti: dai quasi 40 miliardi di euro attuali, questa dovrebbe infatti aumentare a circa 60-70 miliardi nel 2025. Come risultato la Germania potrebbe diventare, dopo la Cina e la Russia, il primo Paese per spesa militare sulla placca eurasiatica superando così la Francia che attualmente investe circa 55 miliardi in sicurezza e difesa.

In secondo luogo, la Germania continuerà, almeno durante la prossima legislatura, a giocare un ruolo nello scacchiere politico-militare internazionale che è nettamente inferiore alla sua forza economica.

Le ragioni non riguardano solo la volontà ma anche le capacità. I contingenti militari tedeschi attualmente di stanza in Mali, Siria e Afghanistan sono limitati numericamente e, per ragioni di politica interna, svolgono soprattutto operazioni che non prevedono l’uso della forza (quali la ricognizione o l’addestramento). I contingenti tedeschi, però, soffrono anche di notevoli limiti tecnologici ed operativi che, in generale, riguardano tutte le forze armate nazionali: le forze di terra non hanno un sufficiente supporto logistico, le forze navali non sono disegnate per operazioni a largo raggio, mentre la flotta aeronautica è relativamente obsoleta. Solo per fare un esempio, i sei Tornado tedeschi dispiegati in Siria non possono neanche svolgere operazioni notturne in quanto non sono stati aggiornati con sistemi a infrarossi.

Questo aspetto ci porta direttamente alla necessità di modernizzare le forze armate tedesche. Come molti suoi partner europei, la Germania ha nel passato recente adottato anche scelte discutibili in materia di sicurezza e difesa: scelte che, in ultima istanza, hanno dato scarsi ritorni in termini di capacità militari. La saga del drone Global Hawk, velivolo di origine americana ma prodotto in Germania, è forse la più indicativa. Nelle intenzioni il Global Hawk doveva svolgere missioni di intelligence e sorveglianza ad alta quota, e dunque fornire capacità militari estremamente sofisticate. Il governo tedesco scelse l’opzione dello sviluppo nazionale per rafforzare la sua industria, ma il risultato fu prima un vertiginoso aumento dei costi e dei ritardi, e infine la cancellazione della stessa piattaforma, perché non rispettava i regolamenti relativi al traffico aereo in Europa. Il futuro governo tedesco dovrà riuscire a migliorare questa situazione, sia attraverso scelte più opportune che attraverso riforme strutturali. Il rapido cambiamento tecnologico che stiamo osservando nella robotica e nella computeristica non aiutano questa transizione.

A questo proposito, la cooperazione europea – a livello tecnologico-industriale – rappresenta un possibile dilemma per Berlino. Da una parte, la Germania vuole incanalare la crescita delle proprie capacità militari in un quadro europeo, sia per sostenere le capacità operative dei suoi partner che per rassicurarli rispetto alle proprie intenzioni. Dall’altra parte, però, la cooperazione europea non può rappresentare una sorta di soluzione magica e in alcuni casi questa può addirittura essere controproducente. La recente proposta da parte di Francia e Germania di sviluppare congiuntamente un aereo da combattimento di quinta generazione è un caso esemplare. I due Paesi non hanno infatti, almeno ad oggi, né le risorse né le tecnologie per questo progetto, senza considerare che le loro differenti esigenze operative (la Francia avrebbe infatti bisogno anche di una versione navale) rischiano di aggiungere ulteriori difficoltà ad una proposta che già sulla carta promette di essere molto complessa. Senza la partecipazione italiana e britannica, sarà infatti difficile raggiungere economie di scala sufficienti per portare a livelli i costi unitari della piattaforma (sempre che ciò sia sufficiente).

A livello strategico e operativo, la Germania deve invece affrontare un altro ordine di sfide. L’integrazione militare europea è generalmente vista come strumento per generare risparmi, per aumentare l’interoperabilità e quindi per migliorare le capacità di combattimento congiunte. Questo quadro non cambierà, e i partner privilegiati di Berlino da questo punto di vista continueranno ad essere Francia, Olanda, Polonia e Austria. L’uscita del Regno Unito dalla UE e la rinnovata aggressività russa aprono però due nuovi scenari. Da una parte, vi è un forte interesse a mantenere la Gran Bretagna ancorata all’Europa continentale. Di recente, le discussioni sulla cooperazione militare tra Londra e Berlino si sono infatti intensificate, e il trend potrebbe consolidarsi proprio come (paradossale) effetto della Brexit. D’altro canto, la Germania dovrà riuscire a sopire lo scetticismo che proviene dai paesi dell’Europa centro-orientale, e in particolare dai Baltici, relativamente al suo reale impegno nella difesa comune – specie in caso di ulteriori provocazioni (fino allo scenario di un’invasione) da parte russa.

In conclusione, la prossima legislatura tedesca sarà verosimilmente ancora caratterizzata dalla politica dei piccoli passi, dalla cooperazione europea e dai rapporti transatlantici nel campo della difesa. I più rimarranno critici, per ragioni diverse, verso le scelte di Berlino; ma questa politica è anche quella che ha permesso ad Angela Merkel di rimanere il perno del sistema politico in Germania.