La complessità di una giornata particolare

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Barcelona's mayor Ada Colau voting during the 1 October referendum

Difficile descrivere esattamente cosa è stato il 1° ottobre in Catalogna, perchè è stato molte cose insieme.

Senza dubbio si è trattato del culmine dei piani del governo regionale catalano. Il referendum è stato indetto dal gabinetto di Carles Puigdemont a settembre dopo la burrascosa approvazione delle due leggi relative, già bloccate dal Tribunale Costituzionale spagnolo (la prima sul referendum e la seconda sulle modalità della secessione, con mezzo parlamento che ha abbandonato il voto). In seguito sono arrivati gli arresti (ed il rilascio) di diversi esponenti dell’amministrazione proprio per i preparativi della votazione. Si è trattato, dunque di una oggettiva disobbedienza istituzionale.

È stato anche però l’ennesima dimostrazione della capacità organizzativa “civile” dell’indipendentismo. L’intervento dei tribunali e della polizia nelle ultime settimane aveva mutilato le “braccia” del governo regionale anche al prezzo, bisogna dirlo, di una riduzione dell’agibilità politica democratica dell’insieme dei cittadini spagnoli: basti pensare che ci sono stati interventi al limite della coercizione sulla stampa, o che sono stati annullati dibattiti sul tema anche in altre città spagnole. Eppure, le urne (sulla loro effettiva esistenza c’è stato un giallo che è durato mesi: a posteriori si è scoperto che erano state custodite nelle case di molti cittadini indipendentisti), sono spuntate fuori e sono state collocate in tutti i collegi elettorali che sono riusciti a rimanere aperti, grazie al fatto che sono stati occupati il fine settimana da docenti, genitori ed alunni.

È stato ancora, poi, il giorno della violenza e della cecità del governo centrale di Mariano Rajoy. Prima con l’invio di migliaia di poliziotti a Barcellona nei giorni precedenti, stipati in una nave al porto di Barcellona. Una nave da crociera che – ironia della sorte – aveva dipinto su un fianco un enorme Titti – sí, proprio il compare di gatto Silvestro. Questa decisione aveva già scaldato gli animi, con un misto di sarcasmo sui social network (dove i poliziotti sono stati ribattezzati all’istante “Titti”) e di senzazione di stato d’assedio imminente. Poi, l’ordine rivolto ai Mossos d’Esquadra – la polizia catalana – di sequestrare tutto il materiale elettorale prima delle 6 del mattino di domenica. José Luís Trapero il comandante dei Mossos – divenuto un personaggio celebre nel terribile momento degli attentati di agosto a Barcellona – aveva avvertito presso ll’organo di coordinamento delle forze di sicurezza dell’impossibilità di portare a termine una operazione del genere. O meglio, del fatto che avrebbe generato seri problema di ordine pubblico. I Mossos – ponendosi al limite della disobbedienza – hanno effettivamente sgomberato e chiuso una parte delle scuole, però in molte – dove c’era più affluenza – hanno deciso di andare a notificare l’ordine di sgombero, ma poi si sono ritirati. Cosa che non hanno fatto invece la Policia Nacional e la Guardia Civil.

Di qui è avvenuto il grosso degli avvenimenti che, dopo alcune ore dai fatti, hanno finito per definire la giornata, agli occhi dell’opinione pubblica catalana, spagnola, ma anche internazionale. Le immagini sono molte. Quattro sembrano riassumere un po’ l’insieme di quello che è successo. La prima è quella di una signora anziana, buttata per terra con la testa sanguinante. La seconda è quella dell’interno di un centro civico sede di un collegio elettorale: quattro persone giocano a domino sotto lo sguardo perso di un gruppo di agenti della celere che rimangono letteralmente impietriti con il manganello sollevato. In realtà fanno finta di giocare a domino, e hanno nascosto le urne sotto il tavolo. Quello che avviene dopo non c’è nella foto ma si sa: tutti identificati, sequestrate le urne. La terza è quella degli agenti che tentano di sgomberare con la forza in una scuola di Nou Barris – quartiere popolare di Barcellona, dove l’indipendentismo ha davvero pochi consensi: una barriera umana gli impedisce di entrare senza tirare neanche un oggetto. Fanno resistenza passiva ed ottengono la ritirata dela polizia. L’ultima è quella di Neus Català, ultima superstite dei repubblicani catalani che erano stati rinchiusi nei campi di concentramento nazisti. Va a votare accompagnata, in sedia a rotelle. Quando esce saluta e gli applausi sono scroscianti e fortissimi.

Ma gli avvenimenti più clamorosi si sono susseguiti a perdifiato. Fin dal mattino, quando il governo catalano, nell’impossibilità di garantire l’anagrafe elettorale per collegio, decreta che tutti possono votare ovunque – eliminando così l’ultima traccia di garanzie omologabili, se mai ve ne fossero state in un processo elettorale così anomalo. Oppure quando il premier spagnolo Mariano Rajoy, poco dopo le otto di sera, dichiara in una conferenza stampa senza domande che il referendum semplicemente non era stato celebrato. Non solo nel farlo incappava in una contraddizione gigantesca, nel momento in cui non aveva dato mai nessuna credibilità all’iniziativa del governo catalano, e mai gli aveva riconosciuto il carattere di consultazione elettorale, ma soprattutto non diceva neanche una parola sugli ottocento feriti della giornata, provocati dall’intervento della polizia. Oppure la condanna di Pedro Sánchez, il leader del PSOE, che condannava sì l’intervento della polizia per mettersi poi subito “agli ordini” di Rajoy - mentre Pablo Iglesias e la sua Podemos, al contrario, si facevano promotori di manifestazioni contro la repressione in diverse città spagnole e mantenevano la loro idea di un futuro negoziato seguito da un voto legale. Di fatto oggi, su questa linea si riuniranno su proposta proprio di Podemos e dei Comuns catalani (il partito della sindaca di Barcellona Ada Colau), vari rappresentanti delle candidatura di sinistra, dei partiti nazionalisti catalani e baschi (che fino a adesso hanno sostenuto il governo di Rajoy) ed i due grandi sindacati.

Il tutto ha un finale quasi irreale quando in tarda serata Puigdemont e il suo governo non annunciano i risultati del referendum: lo faranno solo molto piú tardi, con delle cifre che anche se sono verosimili sono state certificate soltanto da un gruppo di accademici nominato dallo stesso governo. Dicono invece che nei prossimi giorni daranno corso al risultato referendario, disegnando cosí lo scenario di un’improponibile “dichiarazione unilaterale d’indipendenza”.

Queste due sequenze di eventi sono vere entrambe, ma hanno una relazione assai complicata fra loro. Perchè tutto si mischia ed il risultato è assai incerto.

Il governo centrale ha voluto (per proiettare un’immagine d’autorità nei confronti del resto della Spagna e d’Europa? Perchè aveva sottovalutato la situazione?) esagerare nell’intervento della polizia: alle 9 del mattino il sistema informatico che doveva garantire lo spoglio e il conteggio era già stato messo fuori combattimento. L’uso della forza – sproporzionato e soprattutto esercitato nei confronti di cittadini inermi – ha cambiato il segno di una giornata che poteva essere addirittura un flop per gli indipendentisti.

Molti, moltissimi scontenti e indignati per il modo in cui il referendum – l’episodio dell’approvazione delle due leggi con l’aula vuota aveva pesato molto – alla fine sono andati a votare lo stesso, per frenare pacificamente le azioni della polizia o per rivendicare il diritto a un voto sullo status della Catalogna. Il governo catalano, opportunisticamente, con la sua promessa di arrivare alla dichiarazione d’indipendenza senza nemmeno avere garanzie legali sul conteggio dei voti, ne ha approfittato.

Ma la realtà di quello che è accaduto nelle città e nei paesi catalani il 1° ottobre è più complessa. E’ una realtà che continua a svolgere il suo filo nelle mobilitazioni che oscillano fra la rivendicazione dell’indipendenza e un generico sentimento d’indignazione contro l’intervento della polizia, come quella all’indomani del voto, gigantesca, o come nello sciopero generale del 3 ottobre che ha letteralmente paralizzato il paese. Sicuramente non risponde a nessuno dei due scenari definiti dai due governi in conflitto.

Rafforzato da un discorso durissimo pronunciato proprio la sera del 3 dal Re Felipe VI in televisione - il monarcasi schiera chiaramente con l’esecutivo e con i partiti contrari non solo all’indipendenza, ma anche a qualsiasi forma di consultazione - il governo di Mariano Rajoy insiste nel ricordare che “farà di tutto” per frenare i prossimi passi degli indipendentisti, lasciando intendere che non esiterà a sospendere l’autonomia o addirittura a decretare lo stato d’assedio. Il governo di Puigdemont, pur avendo incassato il no barcellonese di Ada Colau, fa sapere che la possibile Dichiarazione Unilaterale d’Indipendenza potrebbe essere approvata già lunedì. In mezzo, aspettando che la politica faccia il suo lavoro, il grosso dei cittadini catalani. Quelli che sono andati a votare e quelli che sono rimasti a casa.



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