L’Ungheria come epicentro di un terremoto continentale

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Il trionfo di Viktor Orbán alle elezioni ungheresi è significativo per diversi aspetti. Intanto, il suo partito, Fidesz, sfiora il 50% dei voti e aumenta i consensi rispetto a cinque anni fa sia in termini percentuali che in termini assoluti: non si nota dunque alcun logoramento per gli otto anni trascorsi al potere. Cosa ancora più significativa, la valanga di Fidesz avviene in un inedito contesto di mobilitazione e partecipazione (l’affluenza al voto è aumentata), e in questo costituisce una novità rispetto ai populismi della regione.

Dagli anni Novanta, infatti, i sistemi politici dell’Europa centrale ed orientale sono stati caratterizzati da una potente dinamica di smobilitazione. Il basso tasso di partecipazione permetteva a minoranze fortemente organizzate di trasformarsi in maggioranze relative e di conquistare così la maggioranza dei seggi. Questa è stata la modalità che ha portato al potere i partiti populisti in Polonia e in Croazia.

Con un tasso di affluenza che si avvicina al 68%, il voto per Fidesz assume un carattere plebiscitario. Di più, se si sommano i voti per Fidesz a  quelli del partito di estrema destra Jobbik, la destra nazionalista ungherese sfiora il 70% dei voti, una percentuale mai raggiunta in nessun paese europeo dal 1945 ad oggi. Il vento di Budapest ci consegna alcune lezioni che sarebbe utile ascoltare con attenzione.

La prima e più intuitiva riguarda il logoramento dei meccanismi democratici. Gli elettori ungheresi hanno infatti apertamente sostenuto un modello politico che si fonda sulla negazione della democrazia liberale. Orbán stesso l’ha definita “democrazia illiberale” mentre altri osservatori come Jan Werner Mueller  parlano apertamente di un regime autoritario.

Ciò che è chiaro è che il regime politico costruito  e sperimentato da Orbán in Ungheria punta non solo ad indebolire lo  Stato di diritto ma minaccia anche la libertà di associazione e di stampa che sono caratteristiche non sole delle democrazie liberali ma dei sistemi democratici tout court. Questo costituisce un precedente per tutte le altre democrazie europee.

La seconda lezione riguarda il ruolo della politica e la sua capacità di creare nuovi riferimenti simbolici in grado di mutare fino a sconvolgere i punti di riferimento dell’arena pubblica. .

Analizzare i risultati ungheresi significa cogliere una frattura evidente fra i centri urbani (Budapest, Pecs e Szeged) che hanno sostenuto l’opposizione di centro sinistra, e le zone rurali che hanno votato massicciamente Orbán e, in misura minore, Jobbik. In questa opposizione città-campagna, che ricalca quella fra centro e periferia, il voto ungherese si allinea alle tendenze all’opera in numerosi sistemi politici del mondo.

Ma le carte elettorali, se ben scrutate, rivelano anche qualcosa di più profondo che rende il voto ungherese ancora più specifico e dirompente. La geografia del voto svela l’emersione di una nuova linea di demarcazione: la frontiera.

Il voto a Fidesz è particolarmente significativo lungo la frontiera meridionale con la Serbia, in quello che fu l’epicentro della crisi dei migranti e che Orbán, attraverso la costruzione del suo muro, trasformò nel simbolo della resistenza europea alla presunta invasione dei rifugiati. La centralità della frontiera nel dibattito ungherese ha inoltre riattivato e scongelato anche frontiere più antiche e più profondamente radicate nella coscienza e storia ungheresi. Il voto alla destra nazionalista è infatti straordinariamente elevato anche lungo la antica cortina di ferro, la frontiera che ieri divideva Est e Ovest e oggi separa l’Ungheria e l'Austria. In alcuni collegi posti in questa regione (Kormend, Csorna, Sarvar) la somma dei voti per Fidesz e per Jobbik arriva addirittura a superare il 90%.

La frontiera sembra essere insomma essere divenuta un elemento strutturante il campo elettorale ungherese. In questo Viktor Orbán, descritto da alcuni come un politico grezzo, ha compiuto un miracolo, riuscendo a trasformare il simbolico in politico. Ha così dato prova di una straordinaria creatività politica, creando un nuovo riferimento che ha contribuito a plasmare un nuovo paesaggio elettorale.


La barriera costruita nel 2015 dall'Ungheria lungo il confine con la Serbia (poi estesa a quello con Croazia e Slovenia).

La terza lezione parla invece all’opposizione e, in particolare al centro-sinistra. E’ una lezione facile, in quanto familiare a chiunque segua la parabola delle sinistre europee. Ormai da decenni il germe della divisione a sinistra si è installato anche in Ungheria. Un migliore coordinamento dell’opposizione di centro-sinistra, in particolare col movimento di estrazione ecologista LMP, avrebbe forse permesso di strappare a Fidesz alcune circoscrizioni di Budapest e questo probabilmente avrebbe impedito ad Orban di superare la soglia dei due terzi di seggi parlamentari necessaria per cambiare la Costituzione.

Il futuro dell’opposizione non riguarda solo la tattica delle alleanze ma pone la questione più significativa della strategia rispetto al predominio di Orban. Su questo punto, la confusione regna sovrana: da un lato vi è chi ritiene che per frenare il primo ministro sia essenziale costituire un cartello che comprenda tutte le forze diverse da Fidesz, compresa l’estrema destra di Jobbik. Dall’altro, sembra profilarsi la necessità di una ricostruzione innanzitutto culturale che prescinda dagli appuntamenti elettorali più immediati e che faccia tabula rasa dei gruppi dirigenti del passato.

I termini del dibattito possono suonare familiari; anche per questo motivo, il dirompente risultato ungherese non avrà effetti unicamente a livello nazionale ma è destinato a influenzare anche l’Europa.

Nel breve periodo, la prova di forza di Orbán aumenterà il potere negoziale del cosiddetto blocco di Visegrad: quei paesi (Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia)  che hanno espresso negli ultimi anni una comunanza di visione sulla base di un orientamento euroscettico, per non dire anti-europeo.

Il voto potrebbe incidere su alcuni dei dossier più importanti per il futuro dell’UE attualmente sul tavolo a Bruxelles. La riforma del sistema di asilo europeo, oggi in discussione fra gli Stati membri in Consiglio, rischia di essere archiviata definitivamente. Anche il dibattito sul Quadro Finanziario Multiannuale dell’Unione, che definirà i limiti dei bilanci annuali dell’Unione fino al 2025, sarà condizionato dal vento ungherese: l’esito potrebbe prevedere una contrazione delle risorse a disposizione per il bilancio dell’UE.

Più significativamente, la valanga di Orbán avrà un impatto sul negoziato fra la Polonia e la Commissione Europea. Varsavia è accusata dalla Commissione di avere posto in essere provvedimenti che rischiano seriamente di violare il principio dello Stato di diritto. Per questo nel dicembre scorso, la Commissione ha, per la prima volta nella storia, attivato il famoso articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea che potrebbe portare alla sospensione dei diritti di voto di Varsavia nel Consiglio. Orbán è il principale alleato e difensore del governo polacco, che a sua volta si ispira alle scelte del primo ministro ungherese: il suo successo rincuorerà i suoi amici a Varsavia.

Oltre all’effetto diretto su Bruxelles e l’agenda europea, il successo di Orbán giocherà un ruolo decisivo anche sull’evoluzione degli altri sistemi politici nazionali.

Il processo di “orbanizzazione” della destra europea sarà rafforzato. I popolari austriaci guidati dal cancelliere Sebastian Kurz, la destra francese di Laurent Wauquiez, la CSU bavarese e domani forse anche la CDU del dopo-Merkel, saranno sempre più sedotti da una strategia di indurimento ideologico incentrata sulla “guerra culturale”. Sulla battaglia cioè contro il liberalismo nella sua accezione culturale. La chiusura delle frontiere, la delegittimazione delle minoranze, l’ ostilità rispetto ai diritti civili costituiranno la base ideologica di una nuova destra anti-universalista.

Il voto di domenica scorso in Ungheria non è quindi un incidente della storia, ma è il cuore di un’onda che sta cambiando l’Europa.




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