L’incognita del nazionalismo religioso nel voto indiano

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Il 16 maggio 2014 è prevista la comunicazione ufficiale dei risultati delle elezioni per il parlamento indiano: un processo elettorale lungo e complesso (anche dato il numero degli aventi diritto, oltre 800 milioni di persone) che si snoda per oltre un mese, con un voto scaglionato nei diversi Stati indiani. Il voto, che elegge 543 deputati con un sistema uninominale a turno unico (come nelle ultime tornate di voto, con l’uso di sistemi di votazione elettronici), determinerà la composizione del Lok Sabha (la camera bassa del parlamento) per la legislatura del 2014-2019. Nella scorsa legislatura il partito di maggioranza relativa era il Congress Party, erede della tradizione di Nehru e della dinastia Gandhi, che con 198 seggi guidava la coalizione di governo denominata United Progressive Alliance. Tutti i sondaggi degli ultimi mesi prevedono tuttavia, con margini più o meno ampi, un’affermazione in questa consultazione del Bharatiya Janata Party (Partito Popolare Indiano – BJP), il partito della destra indù. Tra le ragioni principali di questa possibile alternanza, vengono citati il rallentamento della crescita dell’economia indiana (che secondo la Banca mondiale si sarebbe più che dimezzata dal picco oltre il 10% del 2010), e l’immagine corrotta e inefficiente che molti indiani avrebbero dell’attuale governo. Il BJP ha impostato la sua campagna con un accento molto marcato sui temi economici, proponendo ricette di stampo liberista appoggiate da alcuni dei maggiori industriali indiani. Il suo leader, Narendra Modi, fa esplicito riferimento al Gujarat, Stato indiano da lui amministrato a partire dal 2001, come ad un modello in termini di sviluppo, attrazione di capitali e riduzione della corruzione.

Quello che tuttavia preoccupa molti osservatori interni e internazionali non sono tanto le ricette economiche, quanto le posizioni ideologiche del BJP: partito che è un’emanazione diretta dell’RSS, un’organizzazione paramilitare della destra indù nata negli anni Venti del Novecento in emulazione dei movimenti di estrema destra europei. L’RSS, che si basa sulla dottrina dell’hindutva (induità), considera il subcontinente indiano come sacro e destinato ad ospitare una nazione indù, in cui non trovano posto i fedeli di religioni di origine straniera, in particolare Islam e Cristianesimo. Alla luce della precedente esperienza di governo del BJP, tra il 1998 e il 2004, vi sono preoccupazioni sia per le relazioni internazionali dell’India, sia per la sua coesione interna.

A livello internazionale, pesa il fatto che il BJP abbia inaugurato quella esperienza di governo con due atti molto significativi. Il primo fu l’interruzione di una moratoria nucleare che durava dal 1974, con cinque test atomici tenuti nella struttura di Pokran nell’aprile 1998: una scelta che provocò la risposta del Pakistan, che a propria volta detonò per la prima volta un’atomica nel mese successivo, e attirò sanzioni internazionali sul paese. Il secondo fu la cosiddetta “guerra di Kargil”, un conflitto di confine a bassa intensità combattuto contro lo stesso Pakistan nella contesa regione del Kashmir tra il maggio e il luglio 1999. I due eventi, nel loro complesso, fecero temere un’escalation nel subcontinente indiano, con il passaggio da un conflitto convenzionale a uno potenzialmente nucleare.

Sul fronte interno, le preoccupazioni sono legate al ruolo di RSS e BJP negli scontri tra indù e minoranze religiose (musulmani, ma spesso anche cristiani) che hanno avuto luogo in India negli ultimi decenni. Il nome del candidato del BJP, in particolare, è legato ai più sanguinosi disordini della storia indiana recente, esplosi proprio in Gujarat nel febbraio 2002, pochi mesi dopo l’ascesa di Modi alla carica di Chief Minister (governatore) dello Stato. In quell’occasione, l’incendio ad un treno di pellegrini indù provocò un pogrom anti-musulmano che causò oltre 1000 vittime. Un ricordo che è stato ravvivato negli ultimi mesi di campagna elettorale in Gujarat da attacchi di organizzazioni collegate all’RSS contro luoghi di culto cristiani.

Modi ha cercato di distanziarsi in parte da questa esperienza di governo ponendo l’accento sulle questioni economiche e sulle prospettive di crescita. Al contrario, il quarantatreenne Rahul Gandhi, alla guida del Congress Party, ha cercato di enfatizzare (così come numerose NGO e intellettuali indiani che si sono mobilitati contro Modi) le differenze ideologiche tra i due partiti e la prospettiva di un’India autoritaria e divisa sotto la guida del BJP, oltre a proporre più estesi programmi di welfare per le masse del subcontinente. Un messaggio che, tuttavia, pare avere scarsa presa su un elettorato preoccupato per l’andamento dell’economia e le prospettive lavorative: tanto che, in alcuni Stati, persino segmenti della popolazione musulmana potrebbero votare per Modi (il quale ha incluso ammiccamenti alle minoranze nel suo programma nazionale, mentre nei contesti locali ha spesso usato toni molto più accesi nei suoi comizi).

In ogni caso, la vittoria del BJP è tutt’altro che certa: per l’incognita di oltre 100 milioni di giovani elettori che si presentano per la prima volta alle urne; per l’imprevedibilità del voto in India, che più di una volta ha smentito i sondaggi; e per il peso dei partiti minori con una base locale, il cui ruolo pare in crescita. Quest’ultimo fattore, potrebbe favorire il Congress Party, che ha lavorato meglio e con più anticipo rispetto al BJP alla costruzione di un’ampia alleanza. Se anche il BJP riuscirà a costruire una coalizione di governo dopo il voto, tale aspetto sarà molto probabilmente rilevante per le politiche che saranno messe in opera. Resta inoltre da valutare l’impatto di una nuova formazione, l’Aam Aadmi Party (partito dell’uomo comune), nata recentemente sull’onda di una campagna nazionale anti-corruzione, che ha già ottenuto significativi risultati in alcune elezioni locali e si presenta per la prima volta ora a livello nazionale, con un potenziale appeal molto forte soprattutto sui votanti più giovani.