L’evoluzione del capitalismo di stato nel gigante cinese

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Il capitalismo di stato di stampo cinese è costellato di bachi e problemi. Ciononostante, ha portato un paese che negli anni Settanta era sull’orlo del collasso a diventare la seconda economia più grande del mondo, facendo uscire dalla povertà in tempi record centinaia di milioni di persone (i poveri erano 750 milioni nel 1990, sono 42 milioni oggi). E’ impossibile dimostrare che la Cina non avrebbe potuto ottenere gli stessi impressionanti risultati anche abbracciando il libero mercato; tuttavia, è certo che il Partito Comunista non potrebbe sopravvivere al comando del colosso asiatico se non avesse in mano e non dirigesse dall’alto la parte più consistente dell’economia. Non è un caso se i leader comunisti ai vertici internazionali e nei plenum di partito continuano a promettere grandi riforme economiche in senso liberale, che poi però, inevitabilmente, restano sulla carta.

Si dice, ma l’episodio non è mai stato confermato, che durante una delle tante visite in Cina del “fondamentalista del libero mercato” Milton Friedman, l’economista vide un gruppo di operai che stavano lavorando alla costruzione di un canale. Quando chiese perché utilizzavano badili e carriole, invece che mezzi più moderni, l’accompagnatore gli rispose che lo scopo del progetto non era dotare la zona di un canale, bensì creare nuovi posti di lavoro. «E perché non date loro dei cucchiai invece dei badili allora?», avrebbe risposto Friedman.

Una formidabile arma di controllo e riequilibrio

L’neddoto aiuta a capire come funziona il capitalismo di stato nell’Impero di mezzo. In Cina ci sono circa 150 mila imprese statali, di cui circa 50mila di proprietà del governo centrale e le altre dei governi provinciali e comunali. Il governo centrale, in particolare, ne governa e gestisce direttamente 98, (19 in meno rispetto al 2012 ma la diminuzione non è data dal passaggio a privati di questi colossi, bensì da fusioni di alto profilo), leader in tutti i settori più importanti dell’economia: dal petrolio alle telecomunicazioni, dall’energia alla fabbricazione di armi, dalle spedizioni navali all’industria pesante fino agli istituti di credito. Le imprese statali producono il 30-40% del Pil cinese e impiegano il 20% di tutta la manodopera del paese.

Questi cosiddetti “campioni nazionali” godono di enormi vantaggi. Vantaggi che impediscono una sana concorrenza sia alle aziende private locali, sia a quelle straniere che volessero investire in Cina, che perciò resta uno dei paesi più protezionisti al mondo. Le imprese statali hanno un accesso privilegiato a terreni, idrocarburi, elettricità, comunicazioni, pagano meno tasse dei privati e godono di linee di credito presso banche statali pressoché illimitate, anche quando l’azienda lavora in perdita e non fornisce alcuna rassicurazione sulla capacità di rimborsare il prestito. Spesso, quando i debiti delle imprese statali diventano eccessivi, semplicemente le banche statali cancellano il debito. Per entrare in Cina, le grandi multinazionali devono accettare joint venture con aziende locali, sottoponendosi inevitabilmente al rischio di furti di tecnologia; quando un’impresa straniera accusa una cinese di furto di proprietà intellettuale, il governo scende sempre in campo – nelle organizzazioni come il WTO – per difendere i connazionali.

Xiao Yaqing, il potente direttore della Sasac, la commissione che detiene le quote del governo nelle principali imprese di Stato e le vigila strettamente, anche designandone gli alti dirigenti, ha scritto nel 2017 sullo Study Times, rivista del partito, che il controllo delle imprese statali è «la più solida e affidabile garanzia» per il Partito Comunista di continuare a controllare il paese in futuro.

Nelle imprese statali controllate direttamente dal governo centrale, dove lavorano 40 milioni di cinesi, il 25% è iscritto al partito, un rapporto elevatissimo se si calcola che in Cina gli iscritti al partito sono “solo” 80 milioni su 1,3 miliardi di persone (6%). Ogni impresa ha al suo interno una commissione di partito e il Segretario della commissione, se l’azienda ha un consiglio direttivo, è anche presidente del consiglio. Xi ha dichiarato più volte che le imprese statali devono «rispondere ogni volta che il partito chiama».

Capitalismo di stato come leva geopolitica

Il capitalismo di stato è un mezzo indispensabile che il governo usa per espandere l’influenza della Cina all’estero. L’esempio più eclatante è il progetto della Nuova via della seta (o “Belt&Road Initiative” – BRI), che attraverso grandi infrastrutture in parte in costruzione collegherà Pechino a oltre 60 paesi e al 65% della popolazione mondiale via mare e via terra, dando al Dragone enormi opportunità sia economiche che strategiche.

Per costruire grandi infrastrutture anche in paesi dalla difficile orografia (come ad esempio il montagnoso Laos) o dal debole sistema finanziario , la Cina investirà 8.000 miliardi di dollari. Secondo il Center for Global Development, think tank di Washington, l’investimento cinese farà registrare perdite per decenni alle sue imprese, ma permetterà a Pechino di assoggettare finanziariamente (e di conseguenza politicamente) paesi come Gibuti, Kyrgyzstan, Laos, Maldive, Mongolia, Montenegro, Pakistan e Tajikistan.

Allo stesso tempo, la Nuova via della seta permetterà ai colossi statali cinesi di impiegare materie come l’acciaio, che Pechino continua a produrre in eccesso per non far chiudere fabbriche e perdere posti di lavoro. Nel 2016 l’eccesso produttivo di acciaio cinese è stato di 360 milioni di tonnellate. Se milioni di tonnellate vengono utilizzate per costruire città fantasma che nessuno abiterà, altre saranno utilizzate per i progetti infrastrutturali in giro per tutta l’Eurasia. È chiaro che uno schema simile non potrebbe mai funzionare se le imprese di stato non fossero in pratica il braccio operativo del Partito Comunista.

Quando nel novembre 2013 il segretario del partito Xi Jinping, nonché Presidente e capo delle forze armate, disse al Terzo plenum del 18mo Congresso del Partito che «il mercato deve giocare un ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse», invocando una riforma delle imprese statali, il mondo intero si convinse che sarebbe stato un vero riformatore, come Deng Xiaoping a suo tempo, che inaugurò la stagione dell’apertura e delle riforme economiche al grido di «arricchirsi è glorioso».

Quando poi Xi nel 2014 seguì le orme di Deng e del suo tour meridionale degli anni Novanta, visitando una zona free-trade a Shanghai, gli analisti si convinsero che il capitalismo di stato aveva le ore contate. Non è andata così: negli ultimi anni la Cina sembra piuttosto tornata alla politica “guojin mintui” (“lo Stato avanza, il settore privato retrocede”). Molti analisti ritengono che Xi avesse davvero intenzione di riformare il sistema ma si sia lasciato spaventare dalla crisi del mercato azionario del 2015, quando la Borsa di Shanghai perse in pochi mesi oltre 3.000 miliardi di dollari e Pechino reagì vietando le contrattazioni su circa il 70% dei titoli e impedendo ai privati di vendere le azioni che andavano peggio.

Libero mercato sì, ma fuori dalla Cina

Non è solo il partito a beneficiare del capitalismo di stato. Anche l’economia eterodiretta dal partito - pur scontando fenomeni di corruzione, inefficienza e mancanza di produttività - gode di molti vantaggi. Come avrebbe potuto ChemChina, enormemente indebitata, acquistare la svedese Syngenta se lo Stato non ne avesse garantito la stabilità finanziaria? E come potrebbe il colosso dell’acciaio Sinosteel Corp continuare a emettere bond se è dal 2014 che non rimborsa in tempo i creditori? Ancora: un progetto come il “Made in China 2025”, che mira a un salto di qualità per l’industria cinese, o quello approvato a metà 2017 per portare la Cina a guidare il settore dell’intelligenza artificiale entro il 2030, sarebbero molto difficili da approvare e portare avanti in un regime democratico se non dopo lunghe trattative e infiniti scontri politici. Il Pil della Cina inoltre continua a crescere a tassi superiori (6,8%) rispetto agli obiettivi fissati dal governo (6,5%), e molto superiori alla media occidentale.

Il capitalismo di stato cinese sembra funzionare. Non solo perché il paese continua a crescere, ma anche perché il Presidente Xi Jinping continua a presentarsi nei consessi internazionali come campione del libero mercato e, fatto sorprendente, la maggior parte dei suoi interlocutori gli crede. Quando Deng Xiaoping inaugurò la stagione della leadership collettiva del partito e delle riforme economiche, dopo la follia della Rivoluzione Culturale e del culto quasi divino di Mao Zedong, sapeva che l’unico modo per perpetrare il partito comunista al potere era puntare, invece che sull’ideologia, sul successo economico. Esso diventava veicolo per il mantenimento della stabilità e del potere politico.

Deng ha vinto la sua scommessa ma le domande che si pongono molti analisti sono sempre le stesse: fino a quando la Cina potrà crescere e prosperare senza garantire le libertà fondamentali ai suoi cittadini? Fino a quando il partito comunista potrà perseguire la trasformazione della Cina in una superpotenza a scapito dei suoi cittadini?

Il volto oscuro del capitalismo di stato, infatti, è l’esplosione delle diseguaglianze: l’1% della popolazione in Cina detiene un terzo della ricchezza nazionale, mentre il 25% più povero solo l’1%. Un livello di diseguaglianze che non tocca i picchi degli Stati Uniti, dove l’1% più ricco detiene il 40% della ricchezza nazionale, ma è certo molto elevato per un paese che si definisce “comunista”. Il Dragone detiene ormai anche il record mondiale di miliardari, che spesso portano le loro fortune all’estero. «I ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri», è l'amara sentenza rilasciata al Financial Times da Zhou Xiaozheng, docente di Sociologia presso l’Università del Popolo di Pechino.




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