L’attivismo rischioso del principe saudita: molti nemici, molto onore?

backPrinter-friendly versionSend to friend

aspeniainternal

Prince Mohammad bin Salman Al Sa'ud

Il “coup de théâtre” del 5 novembre scorso, quando è stato annunciato l’arresto di undici principi e circa 200 tra uomini d’affari e funzionari dello stato, mentre il Primo Ministro libanese Saad Hariri (che è anche cittadino saudita) è stato indotto (o costretto) a dimettersi, è una ulteriore dimostrazione della scarsa prudenza di Mohammed bin Salman (MbS), giovane erede al trono saudita.

La ragione conclamata degli arresti è l’accusa di corruzione, ma è difficile credere che non siano motivati dalla necessità di liberarsi di alcuni degli oppositori più scomodi, all’interno della famiglia reale, dopo che in giugno era stato bruscamente allontanato il precedente Principe della Corona, accusato di essere drogato. Tra gli uomini d’affari arrestati ci sono alcuni dei principali esponenti della borghesia saudita, finita nel mirino di MbS: Saleh Kamel, fondatore del gruppo Dallah al Baraka e islamico moderato, decano degli uomini d’affari di Gedda, presidente della locale camera di commercio e della camera di commercio islamica, considerato il padre della finanza islamica contemporanea; Waleed al Ibrahim, patron della Middle East Broadcasting Corporation e della televisione satellitare al Arabiya; e Mohammad al Amoudi, cittadino etiope oltre che saudita, e principale investitore internazionale in Etiopia.

Naturalmente nessuno si stupisce che in Arabia Saudita esista un problema di corruzione, ma la difficoltà è nel circoscriverlo. Le pratiche che si rimproverano agli arrestati, almeno a quanto traspare finora, sono ampiamente diffuse, così come l’ostentazione del lusso e della ricchezza. Tutta la stampa estera si è affrettata a ricordare che lo stesso MbS ha acquistato, poco dopo il suo avvento al potere, uno yacht precedentemente proprietà di un oligarca russo, pagandolo 500 milioni di dollari. (Lo yacht, una nave di 134 metri costruita da Fincantieri nel 2011, nell’estate del 2017 è finito su un banco di roccia nel Mar Rosso a 20 miglia a est di Sharm el Sheik…). Bisognerà quindi attentamente distinguere tra ricchezze legittimamente e illegittimamente accumulate.

Cambiamento, consolidamento, costruzione del consenso in un contesto instabile

Ma come? Assisteremo a una serie di processi pubblici con l’intervento dei migliori avvocati che i facoltosi imputati potranno permettersi? Di fronte ad un tribunale speciale? O alla magistratura ordinaria saudita, la cui fama d’indipendenza e professionalità non è certo delle migliori? Avranno l’occasione di discolparsi raccontando tutto quello che hanno fatto altri, e di cui sono a conoscenza? O si farà tutto a porte chiuse, confermando l’impressione di una gestione arbitraria e capricciosa del potere, mossa soltanto dal desiderio di eliminare dei personaggi potenzialmente scomodi?

E quale sarà l’impatto di questa vicenda sul resto della grande borghesia saudita? Manterrà, se ancora ne ha, la fiducia nella saggezza del principe, o cercherà rifugio all’estero? E nella seconda ipotesi, come riuscirà il principe, che a parole si dice sostenitore dell’iniziativa privata, ad avviare il progetto di trasformazione economica che afferma di voler perseguire?

Quanto alle dimissioni del premier libanese Saad Hariri (che oltre alla sua cittadinanza ha anche quella saudita), queste sono strettamente legate agli sviluppi della guerra civile araba che investe tutti i paesi della regione.

Le principali forze che si scontrano in questa guerra civile regionale sono quattro. 1) l’Iran e i diversi movimenti sciiti o comunque sostenuti dall’Iran (inclusa la palestinese Hamas). 2) gli islamisti moderati, principalmente rappresentati dai Fratelli Musulmani. 3) gli islamisti radicali, sbandati ma non sconfitti dopo la caduta del “califfato” dell’ISIS. 4) le famiglie sunnite regnanti nel Golfo. Tanto gli al-Saud a Riyad che gli an-Nayan ad Abu Dhabi, negli Emirati, rifiutano qualsiasi ipotesi di compromesso con le altre tre forze, mentre gli al-Thani in Qatar mantengono buoni rapporti con gli islamisti moderati e dialogano con l’Iran, come fa anche il Sultano in Oman.

Era facile prevedere che l’intervento delle ben organizzate milizie sciite di Hezbollah nella guerra di Siria, in favore di Bashar al-Assad si sarebbe riflesso sulla stabilità politica del Libano, qualunque fosse il risultato. Se l’intervento fosse fallito e Assad avesse perso il potere, certamente i sunniti avrebbero cercato di ridimensionare la potenza militare di Hezbollah. L’intervento è riuscito, e oggi Hezbollah è a tutti gli effetti pratici il padrone del Libano. In questo quadro, Saad Hariri non ha molta scelta, non può fare altro che convivere senza opporsi a Hezbollah – ed è proprio questo che gli rimproverano i sauditi, che cercano la rivincita dopo la sconfitta subita in Siria e vorrebbero lo scontro frontale, magari con l’intervento diretto di Israele. Ma nessun altro vuole questo scontro, perché è molto probabile che Hezbollah ne uscirebbe vincitore – perfino Israele ne ha timore.

Un nuovo assolutismo

L’Arabia Saudita è sempre stata una monarchia assoluta, ma fino all’ascesa al trono di Salman bin Abdulaziz la gestione del potere ha teso a evitare il più possibile le contrapposizioni interne. Il re si è sempre preoccupato di scansare decisioni che potessero alienare importanti segmenti della società; la famiglia reale, con le sue migliaia di principi, ha svolto un ruolo essenziale di penetrazione capillare nel tessuto sociale, e di rappresentanza degli interessi regionali, tribali o economici. In altre parole, la famiglia ha svolto – e con maggiore efficacia – quello che in altri regimi è il ruolo del partito unico. La forza della monarchia saudita è stata la sua costante attenzione a integrare e soddisfare le esigenze fondamentali di tutti i cittadini (pur con evidenti discriminazioni), nella ricerca estenuante di un consenso che si è spesso tramutata in estrema lentezza, se non paralisi decisionale.

Con Salman bin Abdulaziz, al potere da gennaio 2015, tutto questo è cambiato. Il suo giovane figlio Mohammed (MbS) è stato improvvisamente e inaspettatamente proiettato al vertice dello stato, prima come ministro della Difesa e responsabile della direzione economica, poi progressivamente fino alla posizione di Principe della Corona, che gli dovrebbe assicurare la successione sul trono quando il padre, ultraottantenne, uscirà di scena.

Molti commentatori hanno visto in questa evoluzione uno sviluppo positivo verso riforme da lungo tempo necessarie e sempre rimandate. La compagine dirigenziale del paese era da troppo tempo dominata da re sempre più vecchi e incapaci di venire incontro alle aspettative delle nuove generazioni.

Il principe tra volontarismo e risultati incerti 

MbS ha certamente dimostrato considerevole decisionismo, ma può finora vantare ben pochi successi. Nella maggior parte dei casi le sue iniziative hanno attirato l’attenzione dei media ma non hanno portato ai frutti sperati, e si caratterizzano per la sistematica mancanza di una “exit strategy”, per cui se le cose non vanno come da programma non c’è una via di uscita alternativa.

Appena assunte le redini del Ministero della Difesa il giovane principe è intervenuto direttamente nella guerra civile in Yemen per impedire una vittoria degli Huthi, gruppo armato ribelle alleato dell’Iran e di Hezbollah. Lo Yemen, come l’Afghanistan, è un terreno di scontro dal quale nessuna potenza esterna che abbia osato intervenire è uscita indenne. Dopo due anni e mezzo di bombardamenti e aiuti militari alle truppe del presidente Abd Rabbih Manṣūr Hādī, l’intervento congiunto dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti ha collezionato una serie di disastri umanitari ma nessun risultato militare tangibile. Se vi fosse un dubbio, il missile balistico lanciato dagli Huthi per colpire l’aeroporto di Riyad il sabato 4 novembre, e intercettato solo poco prima di colpire l’obiettivo, ha confermato la pericolosità della situazione per il regime saudita.

Poco dopo l’intervento in Yemen, in quanto responsabile della direzione strategica dell’economia, MbS ha lanciato la “Visione 2030”, un documento pieno di ambiziosi obiettivi di trasformazione economico-sociale ma privo di indicazioni concrete su come raggiungerli. L’unica misura chiaramente identificata è la “privatizzazione” di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera nazionale, sotto forma di una offerta pubblica del 5% delle azioni della società. Con singolare imprudenza il principe ha fin dall’inizio detto che secondo lui la società vale almeno 2mila miliardi di dollari – senza tenere affatto in conto le molte ed evidenti difficoltà dell’operazione. Queste ultime sono progressivamente venute a galla, come era inevitabile, e la vendita delle azioni, che dovrebbe chiudersi entro la fine del 2018, è ancora completamente per aria. Il numero di osservatori che ritiene realistica la stima del principe si è rapidamente assottigliato; ma è chiaro che, se l’operazione dovesse concludersi con una valutazione sostanzialmente inferiore, MbS perderebbe la faccia. Volendo, non mancherebbero al principe le scuse per tirarsi indietro e non farne nulla, ma la cosa è ormai andata tanto avanti, e tante volte i dubbi espressi dagli osservatori sono stati respinti con espressioni di incrollabile determinazione, che ogni ipotesi di ritirata sarebbe politicamente disastrosa.

Più recentemente c’è stata la decisione di rompere le relazioni diplomatiche ed economiche con il Qatar, presa in contemporanea con l’emarginazione del precedente Principe della Corona, Mohammad bin Nayef (che probabilmente vi si era opposto). Anche questa decisione, che, come l’intervento in Yemen, vede l’Arabia Saudita strettamente alleata agli Emirati Arabi, non ha portato ai risultati sperati. L’ultimatum presentato al Qatar e la durezza delle misure prese sono tali da non consentire realisticamente alcuna mediazione. Il Qatar certamente è danneggiato da questa rottura, ma non tanto da dover capitolare: ha ricevuto il sostegno della Turchia e dell’Iran per superare le difficoltà immediate successive alla chiusura delle frontiere, e non è affatto isolato internazionalmente. Anche in questo caso MbS ha bruciato i ponti dietro a sé per escludere ogni ipotesi di ritirata, ma non ha ottenuto il risultato voluto.

I problemi con il Qatar hanno la stessa radice della crisi yemenita o di quella libanese: il Qatar da sempre ha offerto una sponda ai Fratelli Musulmani, e ha a suo tempo appoggiato la presidenza Morsi in Egitto mentre sauditi e Abu Dhabi ne hanno fomentato la sostituzione con l’attuale presidente al Sisi. Il Qatar – come peraltro anche l’Oman – è favorevole a un dialogo con l’Iran, mentre MbS e il suo omologo di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed concepiscono solo lo scontro frontale.

Gli ultimi sviluppi sono stati interpretati come un consolidamento del potere del giovane principe, e parecchi hanno sottolineato che la lotta alla corruzione, come la marginalizzazione della polizia religiosa e le aperture ad un maggior ruolo delle donne, sono popolari nel paese. Il consolidamento si manifesta principalmente nell’assenza di una reazione evidente da parte di quanti certamente vedono con timore quello che succede.

Ed è possibile che, in effetti, il principe riesca nell’immediato a tenere in scacco i molti oppositori interni e a impossessarsi di tutto il potere – ma per gli oppositori esterni il discorso è diverso. Al di là dei colpi di mano, Mohammed bin Salman ha fatto una serie di scommesse clamorose, e le ha finora perse tutte. Certo, ha strumenti di repressione molto potenti, e può contare sulla popolarità tra i giovani di alcune delle sue iniziative. Ma verrà il momento in cui dovrà rendere conto dei risultati ottenuti, e finora questi sono molto scarsi.