Instabilità internazionale ed energia: il ruolo positivo del Caspio

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The Caspian Sea region and Central Asia

Quando si parla di energia, un concetto ricorrente è costituito dalla necessità di diversificazione. La varietà delle fonti tende a garantire un livello più elevato di sicurezza energetica, poiché si differenziano da un lato i tipi di risorse, e dall’altro i produttori ai quali uno Stato ricorre per soddisfare i suoi bisogni.

In riferimento alla diversificazione, la chiave interpretativa prevalente è anzitutto quella economica. Senza tralasciare importanti elementi di competitività che connotano le relazioni tra Stati, generalmente gli studi sull’energia sottolineano la rilevanza dell’interdipendenza tra attori. Tuttavia, in un quadro nel quale alla tensione tra mondo occidentale e mondo islamico si sono sommati il deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Russia e l’instabilità della regione asiatica, quel tipo di schema interpretativo conserva intatta la sua efficacia, oppure va integrato con concetti provenienti da altri ambiti delle relazioni internazionali?

Un contesto nel quale l’amico di oggi potrà rivelarsi il nemico di domani (e viceversa) e dove la possibilità di prevedere eventuali crisi economiche appare anche più aleatoria rispetto al 2008, infatti, spinge a ricorrere a qualcosa di affine al concetto di matrice diplomatica e militare di “bilanciamento”, più che alla semplice idea di diversificazione. Volgendo lo sguardo al contesto energetico, insomma, il quesito è se uno Stato, un groppo di Stati o una regione abbiano la capacità di riequilibrare eventuali crisi internazionali in ragione della loro risorse, della loro posizione geopolitica e delle loro politiche.

La risposta è affermativa. Uno degli esempi probabilmente più significatovi concerne infatti la regione del Caspio, con particolare riguardo per le produzioni dell’Azerbaigian in virtù del suo posizionamento rispetto al Mediterraneo e al Medioriente, e del Kazakistan in ragione del ruolo che la Repubblica centrasiatica gioca rispetto all’economia cinese.  

Per quanto riguarda la cornice geopolitica internazionale, dopo l’entusiasmo che aveva caratterizzato la pipeline diplomacy di Bill Clinton, a fare da collante nelle relazioni tra USA, Russia e Cina durante i due mandati di George W. Bush sono stati il senso di urgenza e le necessità legate allo scopo di arginare il terrorismo internazionale: una situazione che si sarebbe incrinata durate la Presidenza Obama. Sotto l’ultima amministrazione democratica, infatti, non solo le relazioni con Mosca hanno raggiunto, probabilmente, il loro minimo storico, ma è bruscamente scemato anche l’interesse verso una “regione cerniera” come Il Caspio.

Anzi, dall’idea di engagement di Mosca e di una politica energetica basata sulla ricerca di alternative ai produttori mediorientali dei primi anni Novanta, Washington si è vieppiù mossa in aperta contrapposizione con il Cremlino su questioni riguardanti il near abroad di Mosca. Nel frattempo, ha dichiarato guerra al gas russo attraverso lo shale gas e l’ipotesi diesportazioni “mirate” di GNL (Gas Naturale Liquefatto) – a vantaggio di paesi alleati e con l’obiettivo di arrivare in futuro a gestire i prezzi globali. Se a ciò, infine, si aggiunge che il disimpegno delle truppe americane dall’Asia Centrale ha quasi azzerato la necessità di strutturare la logistica e i rifornimenti sulla scorta delle partnership politiche ed energetiche del Caspio, risulta evidente come durante l’amministrazione Obama il ruolo dell’Azerbaigian e del Kazakistan si sia ridimensionato.

A oggi, tuttavia, all’orizzonte appaiono assi prossimi nuovi mutamenti. Il deterioramento della situazione in Medio Oriente seguito agli effimeri entusiasmi provocati dalla Primavere araba, il protrarsi della crisi libica, nonché la staticità e la vaghezza della politica di Trump verso tali quadranti, lasciano infatti presagire che gli approvvigionamenti energetici provenienti da quelle aree potrebbero diventare più aleatori. A ciò va poi aggiunto che sia il Mediterraneo sia l’Asia orientale sono caratterizzati da notevoli fattori di crisi, come il protrarsi del disastro siriano, i vari conflitti incrociati tra attori regionali, e in Asia naturalmente la politica militare nordcoreana. Non è un azzardo, insomma, affermare che se in futuro ci sarà una regione all’altezza di giocare il ruolo di stabilizzatore energetico di Europa e Asia, probabilmente, si tratterà di quella caspica.

Nonostante la crisi dei prezzi del greggio, i produttori caspici hanno in effetti dato prova in questi anni di avere varato delle politiche infrastrutturali sostenibili tanto lungo la direttrice occidentale, quanto lungo quella orientale. In particolare, il gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline) è entrato nella fase finale della sua costruzione, rispettando la road map programmata precedentemente la crisi dei prezzi che toccò il suo picco nel 2015. Tale elemento fattuale, associato alla prudenza che sul piano diplomatico il governo azero ha dimostrato in questi anni di tensione tra Stati Uniti e Russia da una parte e Stati Uniti e Iran dall’altra, confermerebbe l’attitudine dell’impianto a mettere al sicuro l’Europa meridionale da vari possibili rovesci: sia collegati a eventuali frizioni tra Russia e Occidente, sia ai problemi –  in primis la minaccia dello Stato Islamico o di suoi “successori” – che potrebbero gravare sui produttori mediorientali e nordafricani.

Benché la portata dell’infrastruttura sia limitata, il TAP si connota per due punti di forza. In primo luogo, il gasdotto aggira le principali aree di conflitto e il territorio russo. Secondariamente, il consorzio che lo governa – comprendente BP (20%), SOCAR (20%), Snam S.p.A. (20%), Fluxys (19%), Enagás (16%), e Axpo (5%) – si muove con l’obiettivo di costruire partnership pragmatiche. La localizzazione del giacimento, il tracciato del gasdotto e le logiche politico-societarie del governo azero e della sua compagnia (SOCAR) rendono insomma il TAP un’infrastruttura più strategica oggi (e probabilmente domani) di quanto non fosse all’inizio della sua messa in opera. 

Rispetto ai giacimenti azeri, quando non in misura maggiore dati i volumi di idrocarburi scambiati e le ombre che negli ultimi mesi stanno offuscando la stabilità in Oriente, quelli kazaki svolgono una potenziale funzione stabilizzante rispetto ai bisogni dell’Asia. Benché Pechino non sia più l’economica energivora dello scorso decennio e abbia attivato una serie di politiche di differenziazione interna volte a stabilizzare il suo sistema produttivo, la capacità nominale di 20 milioni di tonnellate/anno raggiunta dalla Kazakistan-China Oil Pipeline costituisce infatti una garanzia di lungo periodo per la Cina. Anche in questo caso comunque, rispetto alle caratteristiche tecniche dell’impianto, alle dimensioni del giacimento e al suo dislocamento in un contesto stabile da un punto di vista geopolitico, il valore aggiunto offerto dal Kazakistan rispetto agli scenari energetici asiatici è la prudenza della sua diplomazia e l’equilibrio nella gestione dei rapporti con i vicini, in primo luogo la Russia.  

In conclusione, lo scenario internazionale resta caratterizzato da forti elementi di instabilità sia Oriente che a Occidente. In questo contesto, dunque, il posizionamento dei giacimenti caspici risulta particolarmente prezioso, in quanto posti al centro dell’heartland mackinderiana, fulcro del grande complesso continentale eurasiatico. La capacità dei produttori di quell’area, primi dei quali Azerbaigian e Kazakistan, di avere dato vita un ecosistema politico-energetico stabile, insomma, costituisce un valore aggiunto negli attuali rapporti tra Stati.




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