Il Regno Unito alla ricerca di un nuovo equilibrio

backPrinter-friendly versionSend to friend

aspeniainternal

Labour's Jeremy Corbyn with young supporters

All’indomani delle elezioni britanniche, i Conservatori si ritrovano a dirigere un paese che sembra ben lontano dall’essere “strong and stable”, forte e stabile, come recitava il ritornello elettorale del Primo Ministro Theresa May. Per raggiungere la soglia minima di 326 seggi necessari a formare un governo, con i 318 vinti (12 in meno rispetto alla precedente legislatura), i Tory devono ricorrere agli Unionisti Democratici (DUP), un partito ultra-conservatore dell’Irlanda del Nord che ha 10 seggi.

Lontana dal tradizionale pragmatismo, la politica della Gran Bretagna sembra oggi aver svoltato verso l’imprevedibilità: il governo dei Tory si troverà ora dipendente da un partito che senza accordi formali, cioè senza entrare in un’effettiva coalizione, ha promesso il sostegno alla May in cambio di una linea dura sulla questione irlandese durante i negoziati per la Brexit. Questa posizione porterà a non poche tensioni sociali in Irlanda del Nord, dove la maggioranza dei cittadini si era espressa a favore del “Remain” proprio per permettere il mantenimento di rapporti stabili e pacifici tra Belfast e Dublino.

Mentre il Regno Unito si interroga sulla fattibilità del nuovo equilibrio, la politica europea non aspetta Londra. Il 19 giugno dovrebbero infatti iniziare i negoziati per la Brexit tra la delegazione Britannica e la Commissione europea guidata da Michel Barnier. Se il governo May regge, nei prossimi anni l’hard Brexit sarà dunque portata avanti, con la previsione di concludere i negoziati nel marzo del 2019 – esattamente due anni dopo il via al processo di uscita dall’UE, con il ricorso britannico all’Articolo 50.

Tuttavia, la questione della Brexit ha avuto un peso marginale sulle elezioni e sul voto dei cittadini al partito Conservatore. Per i “Leavers”, cioè coloro che nel referendum del 2016 si erano espressi a favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE, la questione è ormai chiusa; molti dei “Remainers” hanno perso la speranza di vedere il processo annullato e pensano che l’unica opzione realistica sia quella di un’uscita soft, che permetta di garantire comunque accesso al mercato unico.

Non è qui, dunque, che Theresa May ha perso consensi, anche perché ad oggi nessun partito britannico ha dimostrato di essere particolarmente eurofilo. A spendersi di più sulla questione sono stati i Liberal-Democratici (12 seggi), che hanno inserito all’interno del proprio programma la necessità di un secondo referendum sulla Brexit, dopo la conclusione dei negoziati con l’Unione Europea. I Nazionalisti scozzesi (35 seggi) sembrano aver giocato sulla questione della membership europea più per scopi di politica interna, e gli stessi Laburisti, vincitori morali delle elezioni con 261 seggi, 32 in più rispetto al 2015, hanno mantenuto sempre posizioni ambigue in merito. In effetti, a far perdere terreno a Theresa May è stata la capacità di Jeremy Corbyn di portare in prima linea istanze sociali sentite dalla maggioranza dei cittadini, costruendo un programma volto all’abbandono immediato dell’austerità economica e al ripristino del welfare.

Economicamente la Gran Bretagna non naviga in cattive acque – almeno dal punto di vista dei numeri – e gli effetti della Brexit non si sono ancora fatti sentire. Nel 2016, il Regno Unito ha avuto un aumento del pil pari al 1,8%, risultato quest’ultimo superato solo dalla Germania e dall’Olanda che hanno registrato l’1,9% e il 2,2%. La disoccupazione è scesa addirittura al 4,8%.

Da dove nasce allora la domanda di protezione sociale? Una fonte di malcontento va individuata nella crescente iniquità: un quarto della popolazione è a rischio povertà. Secondo i dati di YouGov, il 52% dei cittadini pensa di avere una qualità di vita inferiore a quella delle generazioni passate e il 22% si considera povero. D’altro canto, la bolla finanziaria del mercato immobiliare impedisce a molti giovani e famiglie di potersi permettere un alloggio adeguato, l’educazione universitaria è un privilegio per pochi a causa dei suoi costi, e l’accesso ai servizi pubblici è stato ulteriormente ridotto, in linea con il piano del governo di ridurre la spesa pubblica del 36% entro il 2020.

Stando così le cose, in seguito agli attacchi terroristici di cui la Gran Bretagna è stata teatro, più che le polemiche sull’immigrazione e la sicurezza nazionale, ha fatto scalpore il taglio di circa 20 mila unità di polizia operato dai Conservatori. L’opposizione ha accusato il governo di aver messo a repentaglio la stessa capacità del Paese di garantire la sicurezza in maniera efficace.  

Di fatto, un numero cospicuo dei sostenitori di Corbyn è rappresentato proprio dai giovani, che perso l’accesso all’UE, hanno scelto il candidato che promette più attenzione alle politiche sociali e all’uguaglianza di opportunità – come per esempio sul tema delle tasse universitarie. La campagna di Theresa May ha puntato invece sul riflesso nazionalista, combinato alla necessità del Regno Unito di rimanere un paese “forte e sicuro”, specialmente in vista della Brexit. A sostenere i conservatori, oltre alle classi più alte, è stata proprio la working class inglese, che vede nell’immigrazione la ragione dei problemi sociali, si sente sconfitta dalla globalizzazione, e si rifugia nel nazionalismo per placare il proprio malessere.

Il risultato elettorale è quindi ben lontano da quello sperato da Theresa May. Se all’annuncio della snap election i Tories sembravano godere della più alta popolarità mai registrata negli ultimi anni, una volta alle urne un numero inaspettato di elettori ha optato per il Labour.  Il nuovo governo May dovrebbe dunque ripensare alle politiche economiche interne, perché è stato proprio l’impatto dell’austerità a far perdere supporto ai Conservatori.

I Laburisti, con una proposta che ha ricordato i programmi di spesa sociale degli anni Settanta, hanno rotto  quello schema elettorale consolidato in Olanda ed in Francia, dove le posizioni giudicate troppo morbide e accondiscendenti dei partiti di sinistra tradizionale hanno portato alla loro disfatta.