Il nuovo stadio dell’involuzione turca

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President Recep Tayyip Erdogan addressing his supporters

Il referendum costituzionale del 16 aprile 2017 rappresentava per Recep Tayyip Erdogan un passo chiave del processo di accentramento dei poteri nelle sue mani, nonché un modo per assicurarsi con molte probabilità la permanenza al potere fino al 2023. Quell’anno, che sancisce il centenario della Repubblica, è da sempre l’obiettivo dell’attuale presidente, perché funzionale alla sua auto-rappresentazione di secondo fondatore dello stato moderno turco – dopo Kemal Atatürk. Per l’opposizione, il voto era invece forse l’ultima speranza di arrestare, o quantomeno rallentare, l’involuzione della Turchia verso un autoritarismo di tipo putiniano. Tuttavia, la vittoria del Sì con il 51,4% pare rendere ineluttabile questa deriva.

I 18 emendamenti alla Costituzione sottoposti a referendum erano stati approvati dal parlamento all’inizio di quest’anno con 348 voti a favore e 141 contrari; il partito  curdo e di sinistra HDP, i cui dirigenti oltre che diversi parlamentari sono tuttora in carcere per presunti legami con il PKK, si era astenuto.

I 18 punti comprendevano alcuni cambiamenti in senso democratico, come l’abbassamento a 18 anni dell’età per il voto o l’abolizione dei tribunali militari. Ma il pezzo forte della riforma erano i commi che avrebbero eliminato l’ufficio di Primo Ministro per accentrare i poteri nelle mani del solo Presidente della Repubblica, eletto dal popolo ogni 5 anni contemporaneamente al parlamento – fra l’altro, solo tra candidati sostenuti da partiti con almeno il 5% dei voti nelle precedenti elezioni. A favore dei 18 punti insieme al partito di governo AKP si è schierato l’ultranazionalista MHP, che fin dal principio aveva concordato le modifiche con Erdogan, e aveva assicurato i voti in parlamento: una scelta accolta con sfavore da una parte consistente dei militanti del partito, che avrebbero in buona parte votato contro, rifiutando l’allineamento con l’AKP. Il presidente, temendo quindi di non avere i voti necessari per la vittoria del sì, è quindi tornato negli ultimi giorni della campagna a corteggiare il voto dell’elettorato curdo, dopo mesi di retorica fortemente ispirata al nazionalismo turco.

Molto ampio e variegato il fronte del No: a livello politico, erano contrari i kemalisti del CHP (partito nazionalista laico con tendenze socialdemocratiche) e l’HDP, oltre ai molti dissidenti del MHP, guidati da Meral Akşener (emersa come la voce nuova più interessante di questa campagna, e come possibile futura leader dell’opposizione). Ma la campagna del No è stata molto attiva anche nelle classi urbane e intellettuali, anche attraverso l’attività sui social media: il che ha permesso di controbilanciare almeno in parte lo strapotere del fronte del Sì sui mezzi di comunicazione tradizionali, ormai in gran parte sotto il controllo del governo, e le limitazioni che a livello sia nazionale sia locale sono state imposte agli eventi pubblici della campagna del No, spesso ufficialmente per ragioni di sicurezza.

Ciò ha determinato tra l’altro una crescita della tensione, che si è trasferita anche all’estero, con la ben nota crisi tra Turchia, Olanda e Germania a causa del divieto di propaganda per i membri del governo turco (ovviamente per il Sì) sul territorio dei due paesi. La crisi ha impattato in modo più ampio sui rapporti tra Turchia e UE: Erdogan ipotizza ora un altro referendum proprio per porre fine al processo di adesione della Turchia, ora in sospeso, oltre al voto, già ventilato all’indomani del tentato golpe, per la reintroduzione della pena di morte – abolita pochi anni su richiesta di Bruxelles ad Ankara

Chi sosteneva il No ha sottolineato le implicazioni anti-democratiche di questo voto: una preoccupazione comprensibile in qualunque contesto, data la delicatezza insita nella trasformazione di un sistema parlamentare in uno presidenziale, ma in modo particolare nella Turchia di oggi, colpita dalla stretta antidemocratica operata dall’attuale governo, ancor più accentuata dopo il tentativo di golpe del luglio 2016. Dal golpe a oggi sono stati incarcerati decine di migliaia di cittadini, e oltre centomila hanno perso il lavoro, a causa di presunti legami con il movimento Hizmet di Fethullah Gulen (ritenuto dal governo il responsabile del golpe) o con il PKK. La purga ha colpito in particolare settori come polizia, magistratura e università, e non si può non vederne la portata decisiva sull’esito del referendum, dato lo scarto limitato (meno del 3%) tra i voti del Sì e quelli del No. Il governo, inoltre, continua a mantenere in vigore lo “stato di emergenza” proclamato dopo il tentativo di colpo di stato: una situazione poco consona allo svolgimento di un referendum costituzionale.

Nonostante la vittoria di stretta misura e le polemiche dell’opposizione per l’ammissione al conteggio di schede non timbrate – circostanza contestata anche dagli osservatori dell’OSCE, che hanno anche denunciato la difficoltà di accesso ai media per i sostenitori del No durante la campagna - pare improbabile che il risultato venga messo in discussione; anche perché le istituzioni di garanzia sono controllate dal governo. Il Sì ha convinto soprattutto i turchi dell’Anatolia ‘profonda’, da sempre bacino di voti dell’AKP, mentre sono state in maggioranza contrarie le grandi metropoli come Istanbul Ankara o Smirne, le regioni della costa egea e mediterranea, e il sud-est curdo. Una mappa elettorale che non sorprende, dato che il numero di voti per il Sì nelle diverse province ricalca in modo fedele quello dei voti per l’AKP nelle ultime elezioni. Segno che il referendum è passato soprattutto grazie ai votanti del partito di Erdogan, mentre i sostenitori del MHP avrebbero in gran parte disatteso la linea ufficiale del partito, votando No. Le grandi comunità turche nei paesi mitteleuropei (Germania, Paesi Bassi, Austria ma anche Francia) hanno premiato il Sì tra il 60 e il 75% dei suffragi – benché in presenza di un’alta astensione. Altrove, come in Italia, Spagna, Regno Unito, ha vinto il No.

La vittoria del Sì nel referendum, ma soprattutto la vittoria politica di Erdogan che essa implica, proietta ora ombre fosche sul futuro della Turchia. Realizzato il sogno di una presidenza forte, ormai pochi ostacoli si frappongono a un ulteriore accentramento dei poteri nelle mani del Presidente, e ad una sua permanenza al potere per un altro decennio e oltre – dopo avere governato come Primo Ministro dal 2003 al 2014 e come Presidente già “forte” di fatto dal 2014 ad oggi. Troppo per qualsiasi democrazia, ma in particolare per una democrazia logorata come quella turca, dove ora il potere esecutivo resta quasi senza limiti istituzionali; mentre l’opposizione politica appare ormai inerme, con la dirigenza dell’HDP in gran parte in carcere, il MHP disgregato dall’appoggio a Erdogan e il CHP apparentemente incapace di farsi alfiere di un ampio schieramento di opposizione.

Il paese, fatti salvi eventi eccezionali o crisi di natura extra-politica, pare quindi destinato a scivolare ulteriormente verso l’autoritarismo. L’unica incognita è sapere se si tratterà di uno scivolamento ‘morbido’, con un lento strangolamento delle istituzioni democratiche; oppure di uno più conflittuale, nel caso l’opposizione e la società civile decidano, e siano in grado, di proseguire la propria lotta nelle piazze; e nel caso il Presidente decida di proseguire la ‘caccia alle streghe’ portata avanti con particolare intensità nell’ultimo anno.

La cosa certa è che la Turchia, dopo essere apparsa a molti un modello di ‘democrazia islamica’ agli albori del 21° secolo, sta ora diventando, con la Russia di Vladimir Putin e l’Ungheria di Viktor Orban, un modello di ‘democrazia illiberale’.