Il nuovo fattore saudita nel Medio Oriente in movimento

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Mohammed bin Salman and Mohammed bin Nayef

Lo scorso 21 giugno Re Salman bin Abdulaziz Al Saud, sovrano saudita e Custode delle due Sacre Moschee, ha elevato al rango di Principe Ereditario il figlio trentaduenne Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud (MbS), aprendo la strada, per la prima volta dalla fondazione del Regno, ad una successione dinastica in linea verticale e non più tra i figli di Ibn Saud.

La nomina è avvenuta in una cornice di straordinaria solennità: a Mecca, negli ultimi giorni del mese sacro di Ramadan, alla vigilia della Laylat Al Qadr, la cosiddetta “notte del destino” quando - si tramanda - i primi versetti del Corano furono rivelati al Profeta Maometto. Ed è stata sostenuta dalla maggioranza (31 membri su 34) del Consiglio per la Successione del Regno, che riunisce i rappresentanti dei diversi rami della famiglia reale. Il Consiglio era stato istituito dal predecessore di Salman, Re Abdallah, nel 2006.

Il nuovo erede al trono, sposato due volte e con quattro figli, ha sempre lavorato a fianco del padre fin da giovanissimo, in qualità di Capo della sua Corte (da noi diremmo Capo di Gabinetto). A 29 anni è diventato Vice Principe Ereditario, Vice Primo Ministro e Ministro della Difesa. Continua a ricoprire questi due incarichi ministeriali insieme a quello di Presidente del “Consiglio per gli Affari Economici” del Regno. Grazie a quest’ultima posizione - forte del potere che ne discende di coordinamento di tutti i dicasteri economici - si è fatto promotore della Vision 2030, un ambizioso programma di modernizzazione economica, di riforme sociali e dei costumi, senza precedenti nella pur breve storia di questo terzo Regno saudita, fondato a cavallo delle due guerre mondiali, nel 1932.

Lo stesso 21 giugno, Re Salman ha disposto contestualmente la rimozione da tutti gli incarichi dell’ex Principe Ereditario (anch’egli Vice Primo Ministro) e Ministro dell'Interno, Mohammed bin Nayef bin Abdulaziz Al Saud (MbN). Un Principe eroe, artefice della vittoria su Al Qaeda nel Regno, che aveva subito tre gravi attentati dai quali si era salvato miracolosamente. MbN aveva negli ultimi anni portato avanti un’azione decisa contro Daesh e il pericolo dei foreign fighters. Fino a pochi mesi fa era anche interlocutore privilegiato dell’Amministrazione americana: ancora nel febbraio scorso, il neo Direttore della CIA, Mike Pompeo, lo ha insignito di un’importante onorificenza per il suo impegno nella lotta al terrorismo. Al suo posto, anche per tutelarne l’eredità e salvaguardare il ramo Nayef della famiglia reale, il Re ha nominato il Principe Abulaziz bin Saud bin Nayef bin Abdulaziz Al Saud, nipote trentenne di MbN - figlio del fratello maggiore, Governatore della Provincia Orientale del Regno - già suo Consigliere al Ministero dell'Interno.

La nomina di Mohammed bin Salman a Principe ereditario e l’allontanamento di Mohammed bin Nayef, nonostante fossero ipotesi in circolazione da tempo, rispondono senza dubbio alla volontà del sovrano saudita di cogliere l’attuale congiuntura particolarmente favorevole al consolidamento dell’immagine e del potere del giovane figlio.

Innanzitutto, la visita di MbS negli Stati Uniti nel marzo scorso e quella del Presidente americano Trump in Arabia Saudita a maggio sono servite a accreditarlo presso la nuova Amministrazione americana e a rinverdire il tradizionale legame tra la famiglia regnante saudita e la First Family dopo gli anni dei difficili rapporti con il Presidente Obama. Per il Regno, l’America è l’alleato indispensabile. Sin dallo storico incontro tra Franklin Delano Roosevelt e Re Abdulaziz nel 1945 a bordo della corazzata Quincy, gli Al Saud hanno sempre cercato di avere un rapporto diretto e privilegiato con la Casa Bianca. Così è stato con Truman e Eisenhower, con il clan dei Kennedy, con Nixon e Reagan, con Bush padre e figlio e con i Clinton. Un rapporto che si è teso nel primo mandato di Obama e poi spezzato durante il secondo.

In secondo luogo, MbS è riuscito negli ultimi mesi ad ampliare enormemente il proprio controllo sulle strutture nevralgiche del potere, specialmente a scapito del cugino e rivale, e a consolidare il consenso di cui gode nella famiglia reale grazie alla nomina di giovani principi - in rappresentanza dei diversi rami degli Al Saud - a lui vicini, anche e soprattutto per età e visione.

Tra aprile e maggio, il sovrano ha da un lato disposto la sostituzione di alcune importanti cariche. Tra gli altri, il Ministro della Cultura, il Ministro della Funzione Pubblica, il Vice Direttore dei Servizi di Intelligence e il nuovo Ambasciatore a Washington. Dall’altro ha designato nuove figure istituzionali: Vicegovernatori regionali, Vice Ministro per l’Energia, Consigliere per la Sicurezza Nazionale (a capo di un nuovo National Security Center alle dirette dipendenze della corte reale). Nella capitale americana ha inviato il figlio ventottenne, Khaled bin Salman, fratello minore di MbS. Soltanto pochi giorni prima del cambio di erede, il sovrano ha ordinato la creazione di un nuovo Ufficio del Pubblico Ministero, sottraendo ulteriori competenze al Ministero dell’Interno (il nuovo Pubblico Ministero sarà formalmente indipendente, ma rimarrà responsabile nei confronti della Corona).

Infine, la crisi con il Qatar e le tensioni che ne sono scaturite hanno anch’esse contribuito a realizzare l’occasione propizia per la nomina del nuovo erede al trono, consolidando l’asse saudo-emiratino e il legame personale tra MbS e il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed, che di MbS è stato ed è il principale sostenitore.

Nessun sovrano saudita dal dopoguerra è mai salito al trono senza il consenso della famiglia, degli Stati Uniti e delle tribù beduine (ovvero del popolo). Negli ultimi due anni, MbS ha senza dubbio saputo guadagnarsi il favore degli americani e in particolare della nuova Amministrazione Trump; ha aumentato la propria influenza e prestigio all’interno della famiglia reale, allargando ai cugini più giovani le maglie del potere; e si sta conquistando la fiducia popolare (soprattutto delle nuove generazioni, che costituiscono il 60% della popolazione saudita) con la Vision 2030 e i programmi di modernizzazione (e liberalizzazione) del Paese.

È soltanto questione di tempo perché si assista all’ascesa al trono di MbS. Re Salman, che sin dall’inizio ha mostrato una forte propensione a delegare, accarezza infatti da tempo l’idea di un’abdicazione in favore del figlio prediletto. Secondo le voci più accreditate i tempi sono maturi.

Si tratta di uno scenario inedito per il Paese, che lascia aperte molte incognite circa la capacità della nuova dirigenza di garantire la sicurezza del Regno, la coesione della famiglia reale (non mancano posizioni ostili a MbS) e la posizione internazionale (probabilmente ancora più assertiva) dell’Arabia Saudita. Ma Mohammed bin Salman, pur con tutta la sua irruenza, per la sua giovane età e per il messaggio di modernizzazione di cui si è fatto latore, è anche la risposta del Regno a quella preponderante fetta di leadership e di opinione pubblica internazionale che da tempo, e ad alta voce, chiede all’Arabia Saudita di scrollarsi di dosso un anacronistico e per certi versi (si pensi alla condizione femminile) antistorico retaggio culturale.

In un mondo, quello del Grande Medio Oriente, indubbiamente più hobbesiano della kantiana Europa Felix, è difficile immaginare dei rivolgimenti di tale entità senza degli scossoni.