Il fattore della politica estera nel voto turco

backPrinter-friendly versionSend to friend

aspeniaonline

Turkish tanks heading to Syria

Il detto di Henry Kissinger, secondo cui in alcuni paesi non esiste politica estera ma solo politica interna, è quanto mai attuale in riferimento alle elezioni turche del 24 giugno. Questa tornata, in cui verranno eletti contestualmente Presidente della repubblica e Parlamento, è di straordinaria importanza dal momento che rappresenta forse l’ultima possibilità per l’opposizione di mettere in discussione il blocco di governo dell’AKP, che negli ultimi anni ha fatto precipitare il paese sempre più verso l’autoritarismo conclamato (secondo l’Economist Democracy Index, nel 2017 la Turchia risultava al 100° posto per democraticità sui 167 stati del mondo, con uno score di 4,88/10).

Le elezioni segneranno anche il passaggio da un sistema parlamentare al presidenzialismo forte approvato nel referendum costituzionale dello scorso anno. I sondaggi tuttavia non assegnano al Presidente Recep Tayyip Erdoğan la maggioranza assoluta, per due ragioni principali: una situazione economica in peggioramento (che nonostante la continua crescita nominale, ha visto la lira turca dimezzare il proprio valore in tre anni rispetto all’euro), e un inedito coordinamento delle opposizioni, che hanno affrontato la campagna unite e con piglio ben diverso da quello delle ultime tornate elettorali.

Di fronte alle difficoltà interne, vi è la sensazione che Erdoğan abbia deciso di affrontare il voto facendo perno su una serie di mosse di politica estera. Una strategia resa possibile dal fatto che, dopo un esordio ispirato all’europeismo e al principio di “zero problemi con i vicini” dei primi anni 2000, la politica estera turca è diventata nell’ultimo decennio un esercizio prevalentemente tattico e aperto a improvvisazioni del momento. La mancanza di una linea consolidata ha quindi reso più facile per Erdoğan l’uso delle relazioni internazionali a fini elettorali.

Diverse decisioni appaiono appunto in primo luogo ispirate dal desiderio di compiacere il sentimento nazionalista, presente in modo trasversale in buona parte dell’elettorato turco, anche perché l’AKP si presenta alle elezioni per la prima volta in alleanza con il partito ultranazionalista MHP. Benché la dirigenza di quest’ultimo abbia abbracciato entusiasticamente il partito di Erdoğan, i suoi elettori e militanti sono tutt’altro che unanimi nello sposare tale scelta. In molti potrebbero quindi sostenere la vera novità dell’attuale tornata elettorale, l’Iyi Parti (“Partito Buono”) di Meral Akşener, fuoriuscita del MHP e unica donna candidata alle presidenziali.

La svolta nazionalista di Erdoğan e dell’AKP si è inizialmente concretizzata nell’invasione del cantone di Afrin nel nord della Siria, nell’ambito di un’operazione denominata “Ramo d’ulivo”. Avviata il 19 gennaio 2018, e condotta dall’esercito turco insieme a milizie siriane filo-Ankara, questa operazione mirava a mettere in sicurezza i confini turchi rispetto alla presenza nell’area delle milizie curde siriane YPG, collegate al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan che la Turchia considera “terrorista”.


Bombardamenti aerei su Afrin durante l'operazione Ramo d'ulivo

Dal punto di vista militare, Ramo d’ulivo è stata un successo, coronato il 18 marzo dalla conquista turca della città di Afrin; dal punto di vista umanitario, si è risolta in una catastrofe,  con diverse migliaia di vittime (tra cui probabilmente alcune centinaia di civili) e 167.000 civili sfollati. Ciò non ha impedito un ampio sostegno all’operazione da parte della popolazione e di tutte le forze politiche (con l’eccezione del partito di sinistra filo-curdo HDP), anche grazie allo stato d’emergenza tuttora vigente in Turchia, che ha permesso una stretta censura sulla stampa e una rapida sequenza di arresti e incriminazioni per coloro che manifestavano contro.

Un’altra partita di politica estera con ricadute sul voto è il confronto con alcuni paesi europei sulla possibilità di fare campagna sul loro territorio: una questione che influenza indirettamente l’opinione pubblica turca, ma in modo diretto i milioni di cittadini turchi con diritto di voto residenti in Europa (circa 1.400.000 solo in Germania). Lo scorso anno Erdoğan, dopo che era stata negata la possibilità ad esponenti del governo turco di tenere comizi in terra tedesca, aveva accusato Berlino di usare metodi nazisti. Quest’anno, dopo il nuovo diniego di Germania, Austria e Olanda (i Paesi in cui risiede la maggior parte dei turchi in Europa), ha dovuto ripiegare su un comizio in Bosnia, dove ha accusato le nazioni europee di anti-democraticità.

Le relazioni con l’Austria sono ad un minimo storico anche perché il governo di Vienna ha recentemente annunciato di voler chiudere 7 moschee controllate dalla Turchia e di espellere circa 40 imam. Non vanno meglio le cose con la Grecia: Atene ha recentemente rifiutato di consegnare alla Turchia 8 militari legati al movimento di Fethullah Gülen (ex-alleato e ora nemico giurato di Erdoğan, esule negli USA) che potrebbero essere coinvolti nel tentato golpe del 15 luglio 2016 e che hanno ottenuto asilo nel paese ellenico – come decine di migliaia di loro connazionali fuggiti in diversi paesi europei negli ultimi due anni. Nel loro complesso queste situazioni hanno reso oggettivamente semplice per Erdoğan presentarsi come difensore dell’orgoglio nazionale turco, con minacce di “pagare un caro prezzo” rivolte a tutti i nemici interni ed esterni.

Alla retorica nazionalista, il presidente turco ha associato quella religiosa, presentandosi come difensore della comunità musulmana globale, in primo luogo nelle sue aspre critiche a Israele, accusato di essere uno “stato terrorista” intento ad un “genocidio” – in particolare per l’uccisione di decine di dimostranti palestinesi lungo il confine di Gaza a metà maggio. Una controversia che ha anche coinvolto le relazioni turche con gli USA, dopo la decisione di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, con il richiamo dell’ambasciatore turco da Washington. Nel caso della controversia con l’Austria, Erdoğan ha addirittura parlato del rischio di una guerra “tra la croce e la mezzaluna” a causa delle presunte politiche anti-islamiche degli stati europei.

Se questa doppia legittimazione nazionalista e religiosa avrà un riscontro nelle urne (al netto di brogli e altri condizionamenti indebiti, che le opposizioni e gli osservatori internazionali temono) è tutto da vedere. In primo luogo, gli effetti positivi sui sondaggi dell’operazione ad Afrin sembrano già diminuire: l’AKP è stimata intorno al 40%, al minimo storico degli ultimi anni, tanto che il governo turco sembra voler avviare a ridosso delle elezioni una seconda operazione contro le milizie curde, questa volta nel nord dell’Iraq. Inoltre, le troppo frequenti controversie potrebbero nuocere ulteriormente all’economia turca, ma anche all’immagine di uomo forte e portatore di ordine che il presidente turco cerca di proiettare di sé.




Leggi anche:

La penetrazione turca in Africa: un trend solido che durerà
Andrea de Georgio

La caduta di Afrin e la nuova Siria che prende forma
Riccardo Pennisi